Fabio Bernasconi ama trovare soluzioni logistiche.

Il «polemico» che salvò
l'avversario dalla morte

SFIDE - Filippo Rossi, giovane di Comano, sogna di diventare inviato di guerra. Ma per ora lo aspettano due imprese: le corse attraverso i deserti di Atacama e dell'Antartide. — PATRICK MANCINI

È diventato famoso in tutto il mondo per avere soccorso un avversario che stava morendo disidratato. Filippo Rossi, runner 26enne di Comano, quel giorno di giugno stava percorrendo i 250 chilometri della Gobi March, attraverso l’omonimo deserto cinese. Un episodio drammatico, che ha messo in luce l’animo più umano di questo giovanotto appassionato di corse estreme. Ma anche la sua forza di volontà. Quella che lo sta portando a completare il «grande slam dei deserti». Un poker di gare ai confini del mondo, partito in Namibia, proseguito in Cina, e che si concluderà in autunno col deserto di Atacama, in Cile, e con quello dell’Antartide. «È un obiettivo che mi ero messo in testa da tempo. E io quando mi metto in testa una cosa, la faccio. A ogni costo».

Inviato di guerra
Laureato in scienze politiche, arabo e portoghese a Zurigo, Filippo fa il giornalista freelance e collabora con testate svizzere e italiane. «Il mio desiderio? Riuscire a diventare un inviato di guerra. Per dare voce a chi non ne ha. Ne sono convinto ormai da un paio d’anni. Da quando, cioè, me ne sono andato in Turchia, al confine con la Siria, per alcune settimane, a vivere gli ambienti bellici. È in quel periodo che ho “venduto” i miei primi articoli». Grazie alla sua curiosità per le questioni internazionali e al suo spirito propositivo Filippo riesce sempre, in qualche modo, ad abbinare i suoi folli viaggi al lavoro. «Già nel 2011, quando mi trovavo Al Cairo per imparare l’arabo, mi sono trovato nel bel mezzo della rivoluzione. Lì non avevo ancora capito esattamente quale sarebbe stata la mia strada. Ma mi veniva voglia di ficcare il naso ovunque, di cercare informazioni anche là dove non ne potevo ricevere».

Condizioni estreme
Incontriamo il giovane atleta ticinese nella sua casa di Comano, il giorno prima della partenza per il Colorado. «Mi attendono diversi mesi di ritiro. Devo allenarmi duramente, ad alte quote. Dove fa freddo e l’aria è rarefatta. Solo così potrò abituare il mio corpo alle condizioni più rigide». Lo dice con grande convinzione, Filippo. «E pensare che all’inizio io correvo sull’asfalto. Ma quando, per caso, provi a correre in mezzo alla natura capisci che non c’è assolutamente paragone tra una cosa e l’altra. La natura è mille volte più gratificante». Filippo, che nella sua carriera da runner ha pure attraversato il Sahara, solitamente documenta le sue imprese sui social network. «Non mi nascondo. Facebook mi permette di stare in contatto con le persone care. Io sembro un tipo freddo, solitario. Però so che nel mondo ci sono persone che mi amano. E io amo queste persone». Intanto, il 26enne accarezza con le dita il braccialetto che porta sulla mano sinistra. «Me l’ha regalato anni fa mia sorella. Anche se ogni tanto sparisco, per me la famiglia è fondamentale».

L’Africa e il Medio Oriente
La conversazione con il giovane di Comano sembra un flipper impazzito. Si spazia da un tema all’altro. A un certo punto, Filippo sbotta: «Sono un tipo polemico. Innamorato dell’Africa. È una terra che ho vissuto con grande ammirazione, sia come volontario in Ruanda, sia quando lo scorso anno sono stato a Yaoundé, in Cameroun, per fare uno stage presso l’ambasciata svizzera. Inoltre sono affascinato dal Medio Oriente. E provo fastidio quando sento gente che parla a vanvera del mondo arabo. Prima bisogna conoscere, poi giudicare. Anzi, sapete una cosa? Io i confini nazionali li abbatterei tutti». È un personaggio profondo, Filippo. Un giovane che a 26 anni sembra già avere vissuto le esperienze di un centenario. «Ma forse è davvero così. Magari la reincarnazione esiste. Chissà. Io sono sempre alla ricerca di me stesso, della mia spiritualità. Sto facendo un percorso interiore. E lo sport è parte integrante di questo processo. Portare il mio corpo fino al limite, mi fa capire chi sono veramente. Da qualche tempo mi faccio seguire non solo da un allenatore, ma anche da una mental coach. Mi aiuta a scoprire i miei pregi e miei difetti».

Lo zaino nero
Sul divano di casa Filippo appoggia uno zaino nero. Il compagno di mille avventure. «Ci metto tutto. Ha visto tanti posti quanti ne ho visti io»  All’interno c’è anche la sciarpa beduina che, puntualmente, usa come copricapo durante le gare. «Lo faccio in modo provocatorio. Nel mio piccolo vorrei lanciare un messaggio di apertura, di dialogo». Il risultato sportivo? Per Filippo non è importante. «Trovo più interessante l’aspetto interiore dello sport, l’evoluzione spirituale che una persona può fare grazie all’attività fisica. Credo nella tolleranza e in un mondo migliore. Ma per raggiungere questi traguardi, dovremmo prima di tutto conoscere noi stessi».

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