I ragazzi di una scuola media parlano apertamente di come non cadere nella rete del bullo, che vuole prevaricare ad ogni costo.

Il bullismo nel mondo virtuale

Go peer è un progetto che vuole sensibilizzare i ragazzi interessati, senza l’interferenza degli adulti, al tema del cyberbullismo. I primi «peer educator» si confrontano con i loro coetanei. — ELISABETH ALLI

Di colpo ti trovi tagliato fuori dal tuo mondo, senza amici! A quel punto la tua vita diventa un inferno», Zoe, Giulia e Gioele utilizzano la seconda persona singolare, affinché mi immedesimi nella situazione della vittima di cyberbullismo.... Ne avrete già sentito parlare o ne avrete letto. Nel frattempo, è diventato il nemico scolastico numero uno dei vostri nipoti, dei vostri figli oppure, ne state sperimentando sulla vostra pelle le conseguenze. Da pura e semplice minaccia è oggi, infatti, un’emergenza di primo grado, una piaga sociale che desta timori e paure tanto da far scendere in campo le forze dell’ordine, come pure organizzazioni dall’autorevolezza della Croce Rossa.
Zoe, Giulia e Gioele, utilizzando parte del loro tempo libero, hanno partecipato alla formzione della Croce Rossa, sezione Sottoceneri, diventando dei Peer educator, ovvero quel coetaneo a cui riferirsi quando ci si sente vittima di cyberbullismo. «Ho imparato molto come peer, la cui formazione è possibile farla dalla seconda media. È qualcosa che ti dà importanza, quasi un corso di oratoria, bisogna sapere zittire e in altri casi incitare e far parlare. Noi non dobbiamo fare domande, né spiegare». «È una sorta di sensibilizzazione. Dopo i nostri coetanei possono venire da noi per sostegno», spiegano i nostri protagonisti.


«Più subdolo del bullismo, il cyberbullismo è definito come un comportamento squallido o prepotente, rivolto contro una persona scelta. Esso consiste in vessazioni, insulti, calci, percosse, ricatti e l’emarginazione», spiega Aline Esposito, promotrice e ideatrice del progetto Go Peer della Croce Rossa Sottoceneri.

Una maschera
Schermato da un computer,  da un tablet o da uno smartphone il cyberbullo ha conservato tutte le sue caratteristiche più vili, rafforzandole attraverso la maschera anonima che si infila quando si viaggia in rete. «E così, impunemente, il bullo elettronico diffonde immagini o filmati volutamente offensivi attraverso i mezzi di comunicazione moderni, al fine di diffamare, schernire, o molestare altre persone – spiega Aline e continua –. La dinamica avviene molto più in fretta e in modo più intenso poiché il molestatore spesso manca di empatia per la sofferenza della vittima che non è presente fisicamente».
Aline Esposito, docente di scuola elementare, mediatrice familiare e animatrice di differenti progetti in seno alla Croce Rossa Svizzera, è giunta allo sviluppo di Go Peer assieme ad altri collaboratori, dopo aver compreso la drammaticità e l’urgenza del fenomeno. Una particolarità del progetto Go Peer vuole che tutti gli adulti rimangono fuori dall’aula, mentre con la classe restano i peer educator. Questi ultimi sanno che, in caso di bisogno, fuori dalla porta c’è il docente, pronto ad intervenire.
Nick: «È particolare perché si parla con adolescenti, che hanno anche più esperienza nel campo, rispetto agli adulti». «È molto meglio parlare a voce che tramite opuscoli o internet. È un progetto bello e interessante», aggiunge Elena. « Si guardano dei filmati e si osservano le reazioni dei ragazzi», spiega Dario. «Fa riflettere sui pericoli di internet e del cyberbullismo. Trovo che la lezione sia importante anche per il bullo...», afferma Andrea, «…ma anche per chi ha sofferto personalmente di bullismo», interviene Stefano. Quindi è una cosa che potrebbe succedere qui? Chiedo incuriosita. «Si, ed è già successa...». La lezione inzia, esco dalla classe. Annick Romansky (la nostra fotografa, ndr) è rimasta all’interno. Più tardi mi spiega che le è stato concesso di restare a patto che ad esprimersi fosse unicamente l’obiettivo della sua camera.


Per chi fosse interessato al progetto della Croce Rossa: info@crs-sottoceneri.ch



Giovani al centro

Intervista con il Sergente Maggiore Giancarlo Piffero, responsabile cantonale del progetto Gruppo Visione Giovani

Dopo 10 anni dalla sua nascita, cosa la rende particolarmente soddisfatto del progetto Gruppo Visione Giovani?

 La maggior soddisfazione viene proprio dal fatto che da 10 anni a questa parte abbiamo esteso la nostra collaborazione a tutti i livelli scolastici. Siamo infatti presenti in diverse scuole professionali, medie e medie superiori, alle scuole speciali, giù, giù fino alla scuola elementare, soprattutto per le quinte – poiché a partire dai 10 anni i ragazzi sottostanno alla procedura penale minorile e diventano punibili a livello giuridico. In termine di unità, da due siamo oggi passati a quattro operatori a tempo pieno. Siamo presenti e attivi su tutto il territorio cantonale e suddivisi a livello organizzativo nelle regioni di Locarno, Bellinzona, Lugano e Chiasso.

Dal suo punto d'osservazione, il fenomeno del bullismo e cyberbullismo è oggi sotto controllo?

Da 2-3 anni a questa parte, assistiamo a una diminuzione dei reati commessi da adolescenti  “bulli” in relazione al  cosiddetto bullismo tradizionale che si presenta con comportamenti  inadeguati quali danneggiamenti vari, graffiti, , violenze gratuite, furti, ecc. che si possono notare nei  luoghi aperti. Mentre sono aumentati, ma frequentemente non denunciati i reati commessi  tramite internet e i social. Questo perché oggi i giovani stanno a domicilio, attaccati alla rete dove commettono o subiscono minacce, insulti e prevaricazioni varie che rientrano nel cyberbullismo. Mi preme tuttavia far notare che il bullismo in sè è un comportamento inadeguato che si configura commettendo diversi reati prevalentemente  contro la persona, ma anche contro le cose, e dunque non è un reato a sé stante. Tuttavia questo tipo di attitudine comporta un certo numero di azioni punibili per legge. Le nostre collaborazioni con le scuole mirano proprio a sensibilizzare e rendere attenti i giovani riguardo ai loro atti e alle loro conseguenze, oltre a spiegare le possibilità che hanno per difendersi.

Che cos'è importante sapere quando si affrontano questi argomenti?

Va detto che spesso i reati di cyberbullismo non vengono segnalati né tanto meno denunciati. Per diversi motivi è difficile infrangere il silenzio e spesso la vittima se ne sta zitta a subire le molestie del cyberbullo. A questo proposito, la nostra collaborazione nelle scuole funziona sulla modalità prevenzione-informazione e, in un secondo tempo, mediazione-conciliazione. Informiamo a scopo di diminuire le condanne ed educare e, d’altra parte, cerchiamo di portare la vittima e l’autore al dialogo, o al confronto pacifico.

La polizia non può arrivare ovunque, in che misura programmi come quelli sviluppati dalla Croce Rossa sono complementari ai vostri?

A differenza di altri enti, noi ci riferiamo soprattutto al quadro che ci dà la legge. Informiamo la vittima delle conseguenze dei suoi atti a livello della giustizia e per quel che riguarda la vittima non solo la confortiamo e rassicuriamo a livello morale, ma la consigliamo e le spieghiamo come muoversi per sporgere denuncia sostenendola in tutto il processo.

Il Gruppo Visione Giovane compie dieci anni. Quali le sfide?

Nato il 1° giugno del 2006, il Gruppo Visione Giovane (GVG) si è da subito interessato ai problemi creati e subiti dai giovani. Con una visione a 360° gradi, il GVG ha un approccio che permette agli agenti di muoversi liberamente mantenendo la confidenzialità del giovane senza però sentirsi obbligati a «coprirlo», dovendo tacere una infrazione commessa o subita per non perdere la sua fiducia. Di fatto, il GVG è sempre molto chiaro nei suoi interventi: aiutare l’autore affinché diminuisca i comportamenti che sono in conflitto con la legge e d’altra parte spalleggiare la vittima, affinché affronti con gli strumenti legali a sua disposizione l’autore.

Link utile:

www.giovanieviolenza.ch/it.html

 

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