Il fiume d’Italia dal monviso all’adriatico

Lo scrittore emiliano Guido Conti, autore de «Il grande fiume Po» (Mondadori), racconta per Cooperazione storie, aneddoti e curiosità gastromiche sul corso d’acqua più importante d’Italia.

Viaggiare sul Po è un’ avventura, tra storia e gastronomia, tra natura e arte. Il Po nasce dalle fonti del Monviso (Piemonte) ma diventa fiume a Torino. Prima è solo un torrentello che salta in un letto di sassi e scorre sinuoso in pianura. A Torino si placa e si allarga nella sua maestosa regalità. A La Venaria Reale si trova, unico esemplare al mondo, il magnifico Bucintoro, una nave armata di remi e vela, fatta realizzare da Vittorio Amedeo II tra il 1729 e il 1731, che specchiava gli ori delle statue allegoriche nell’acqua del Po. Il re, in piedi, mostrava tutto il suo potere navigando sulla corrente. Torino, nel passato, era una città di porto, importante per il commercio del sale con la Francia. Torino vive e si appoggia sul Po. Qui troviamo tutto quello che serve per capire come si distenderà il fiume in pianura, dalla Madonna del Pilone, che testimonia il miracolo della Madonna che cammina sulle acque e salva una bambina travolta dalla corrente, alla casa dello scrittore Emilio Salgari, dove di fronte alle acque del Po sognò i fiumi della Malesia con Sandokan e il Corsaro Nero.

Se dovessimo inventarci la nostra guida gastronomica, l’invito è andare alla ricerca delle paste ripiene. Si potrebbe scrivere un reportage solo su come cambiano i ripieni e le forme della pasta.
Ad ogni ansa del fiume mutano i sapori, le erbe, i ragù, i ripieni. I nomi? Agnolotti, tortelli, tortellini, cappelletti, anolini, cappellacci. Dalle fonti al delta, le paste ripiene raccontano culture, storie e dominazioni che hanno segnato un territorio anche nella geografia gastronomica. Tappa d’obbligo è mangiare gli agnolotti alla piemontese a Torino al ristorante Ponte Barra, in Corso Casale, dove amava sedersi lo scrittore Giovanni Arpino, a pochi metri dalla casa di Salgari.

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«Il Po comincia a Piacenza»
Le città sul fiume sono una continua scoperta, specie quelle fuori dai giri convenzionali. Casale Monferrato, per esempio, con le fortificazioni militari, baluardo risorgimentale contro gli austriaci, oggi uno spettacolo architettonico. Il Po l’accarezza seducente. Qui nacquero nel 1878 i «Krumiri» grazie al pasticcere casalese Domenico Rossi. La curvatura del biscotto fu in omaggio ai baffi del Re Vittorio Emanuele II. Oppure risalite uno degli affluenti e vi ritroverete a Pavia, dove, pochi lo sanno, è sepolto Sant’Agostino. Lungo le città sul Po riposano le spoglie di decine di santi che, in viaggio per o da Roma, morivano per malattia o vecchiaia.

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Nasce come un torrentello, poi a Torino diventa fiume»

Guido Conti, scrittore

Piacenza è strategica. «Per me il Po comincia a Piacenza, prima è un’altra cosa!», scrive Giovannino Guareschi nel suo Don Camillo (1948). A Piacenza comincia «Mondo piccolo», una «fettaccia di terra» tra il Po e la via Emilia, dove accadono cose impossibili: i cani hanno un’anima; se si deve parlare con Dio si va in chiesa direttamente con il fucile e si parla con i morti, che sono più vivi dei vivi. Per questo dopo Piacenza comincia un altro Po. La prima grande lezione che impariamo è che il Po è sempre uguale a se stesso, ma cambia a seconda delle zone che attraversa, determinando la storia, la cucina, e il mondo di pensare e di vedere il mondo. Un fiume che da sempre unisce l’Europa del Sud a quella del Nord, un confine naturale e di scambio commerciale fin dai tempi dell’antica Grecia. Lungo il Po si viaggia nel cuore della storia dell’Europa.

Di fronte a Piacenza, prima della grande isola Serafini, c’è un isolotto, chiamato Isola Pinedo, alberato e selvaggio. Lo si raggiunge in barca e quando affondi i piedi nella sabbia sembra di sbarcare in un’isola del nuovo mondo. Per gli amanti del birdwatching, l’Isola Serafini, che ospita una centrale idroelettrica, è un’area protetta dove possono riposare con tranquillità uccelli di fiume e di passo, stanziali e migratori, come rondini di mare, falchi, picchi e gruccioni… Oltre alla storia e alla gastronomia, il Po invita a vivere l’esperienza di una natura selvaggia. Cremona non è famosa solo per le botteghe di liutai, per il duomo romanico, la mostarda o il torrone. È una città con il porto e la spiaggia, come Rimini. La spiaggia sul Po era, nel Novecento, luogo d’incontri amorosi sotto l’ombrellone, con tanto di stabilimenti balneari. Poi l’inquinamento rovinò tutto.

ll funerale del Po
Qui, si possono assaggiare, per continuare con le paste ripiene, i famosi «marubini». Una delizia. La zona di produzione del Parmigiano Reggiano è legata al territorio di Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna alla sinistra del fiume Reno, Mantova alla destra del Po. La sponda sinistra cremonese lascia il posto al suo cugino: il Grana Padano e al provolone. Per questo nei marubini non trovate il re dei formaggi. Ogni sponda del fiume ha il suo formaggio, come il culatello di Zibello stagiona solo sulla sponda destra e non su quella sinistra. Un mistero dei microclimi e del territorio attraversato dal Grande Fiume.

I casalesi, gli abitanti di Casalmaggiore, hanno un rapporto sacrale con il Po. È parte della loro anima. Il boom economico, negli anni Sessanta, aveva decretato la morte del fiume, l’acqua puzzava e i pesci morivano. E i ragazzi che facevano canottaggio all’Eridanea hanno inscenato il funerale al Po. Una barca con una bara coperta da un telo nero lasciata scivolare sulla corrente. La cosa bella fu che quei ragazzi si tuffarono in quell’acqua e fecero il corteo nuotando, tenendo gli ombrelli aperti. Sul telo nero, scritto in bianco a caratteri cubitali, c’era scritto: «Il Po è morto».


A Luzzara (Reggio Emilia) è nato lo scrittore e sceneggiatore Cesare Zavattini, che ha rivoluzionato il modo di scrivere cinema nel mondo. Nella Bassa, segnata dal duro lavoro della terra, si diventa visionari perché la nebbia cancella il mondo e dopo bisogna immaginarselo in un altro modo. Così ha fatto Zavattini, pensando che il telo del cinema fosse la nebbia, un mondo da reinventare. Dall’altra parte del Po, a Villastrada, il ristorante zavattiniano Da Nizzoli, con i suoi imperdibili tortelli di zucca, le lumache, il risotto con la zucca e le maialate.

La basilica di San Benedetto Po
Correndo sul fiume si arriva al monastero di San Benedetto Po, nel basso mantovano, così bello che Matilde di Canossa lo elesse come luogo di sepoltura prima di finire a San Pietro, in Vaticano. Le architetture di Giulio Romano, allievo di Raffaello Sanzio e tra i più importanti rappresentanti del manierismo cinquecentesco, hanno resistito al recente terremoto. Vale la pena la visita della piazza della basilica di San Benedetto Po, delimitata dagli argini alti come muri, dove l’architettura rinascimentale realizza un sogno di ordine e armonia.

Dopo Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, ecco il Veneto. Adria, è nel Rovigotto. Anche qui il paesaggio cambia. La spinta è verso la foce, prima di entrare nei labirinti dei canneti del delta con il fiume che vuole abbracciare il mare. Ad Adria c’è uno dei musei dedicato all’Antica Grecia. Vasellame e reperti straordinari raccontano un Po navigato da popoli antichi. E ci ricorda il mito di Fetonte che cade in Po fulminato da Zeus dopo aver guidato male il carro del sole. Un caso che cada proprio in Po? Ognuno può raccontare il suo Po, perché non si ferma mai e continua a narrare la storia da più di tremila anni.

Con Pippo Gianoni, ingegnere forestale locarnese, conoscitore e frequentatore del Grande Fiume.

«Ho attraversato più volte pezzi del Po, per motivi professionali», racconta Pippo Gianoni, ingegnere forestale locarnese e membro di una commissione italiana per la gestione delle lagune e del delta del Po. In giugno è stato tra gli «argonauti ticinesi»  che hanno attraversato in gommone il lago Maggiore, il fiume Ticino e poi il Po fino a Venezia. Un viaggio seguito da Rete Due. Ecco le sue impressioni e le sue considerazioni. «Il Po è un fiume a cui l’Italia ha voltato le spalle, abbandonandolo a tutte le incurie. Tuttavia, c’è un lato bello e sorpendente: l’area da Piacenza al delta è un microcosmo fuori dal mondo. Qui per chilometri non si incontrano persone, c’è un silenzio irreale. È questa la meraviglia». E lo rende diverso dai grandi fiumi europei come il Reno o il Danubio, navigabili, commerciali. «Per fortuna! Spero che il Po rimanga così, anarchico, uno spazio di libertà, per una navigazione spontanea. Da Pavia al delta non ci sono villaggi e città sugli argini. Al massimo si incontrano pescatori, canottieri e qualche famigliola che fa il bagno». Un fiume che deve però fare ancora i conti con l’inquinamento… «Contro l’inquinamento si sta facendo molto» ammette l’ingegnere forestale. «Rispetto a 20 anni fa, grazie alla direttiva europea sull’acqua, le aziende e gli enti pubblici hanno preso coscienza che la risorsa acqua non è infinita e privata, ma limitata e pubblica».

Quali sono i luoghi del Po per lei memorabili? «A me piace quando si arriva al delta, quando le rive si abbassano e si comincia a sentire il salmastro dell’Adriatico e a vedere i gabbiani. È un posto speciale» confessa Gianoni. «Mi ha anche colpito l’isola Boschina, sotto Ostiglia, nel Mantovano. Una riserva naturale di rara bellezza. Ci soggiornò anche Maria Callas».

Il viaggio sul Po è anche gastronomia, in particolare le specialità a base di pesci. «Una specie nuova è il pesce siluro. Arriva a pesare anche 150 kg ed è pericoloso. Quando è piccolo, però, è una prelibatezza culinaria. Sul delta, vicino Ferrara, li ho degustati e apprezzati fritti e nel ripieno di ravioli».

1.    Il Po nasce nel gruppo del Monviso (Piemonte) a 2.022 m. e sbocca nel mare Adriatico.
2.    Il Po è lungo 652 km.
3.    Il Po bagna il territorio di 7 Regioni e 3.210 Comuni.
4.    Il delta del Po ha 6 rami.
5.    Il prelievo idrico dal Po: 20,5 miliardi di m3 all’anno.
6.    Nel bacino del Po è collocato il 37% dell’industria, il 55% della zootecnia e il 35% dell’agricoltura a livello nazionale.

Testo: Guido Conti
Illustrazione: Fabio Porfidia

Pubblicazione:
lunedì 27.07.2015, ore 00:00