Fra Michele Ravetta ha trascorso i primi giorni al convento del Bigorio quando era studente. Da allora non è più partito. (Foto: Sandro Mahler)

Il frate controcorrente: «Vado oltre i paletti messi dalla Chiesa»

Fra Michele Ravetta è un giovane religioso dal pensiero anticonvenzionale. Da un anno è guardiano del Convento del Bigorio. — RAFFAELA BRIGNONI

Quando ha capito che si sarebbe dedicato alla vita religiosa?
Già da bambino volevo fare il prete, ero affascinato dall’immagine del curato vicino alla gente. E mi hanno sempre attratto il mistero della celebrazione, l’incenso delle chiese, i paramenti liturgici. L’unico vincolo in casa era di fare una formazione professionale. Mi sono diplomato in chimica farmaceutica, ma appena ho compiuto 18 anni, sono entrato in seminario per diventare prete diocesano.

Come mai oltre che prete è diventato anche frate?
Per un «incidente di percorso». Dovevo preparare un esame importante e in seminario stavano facendo dei lavori, avevo quindi chiesto ai Cappuccini che studiavano con me di potere avere una cella da loro per studiare. Non sono più tornato in seminario.

Che cosa l’ha attratta della vita in convento?
La componente del lavoro: ognuno faceva quello che era in grado di fare. C’era il frate professore, il viticoltore, il confessore... Mi piaceva l’idea della condivisione e della fraternità, dove a turno si diventa superiori della casa e dove i frati giovani si occupano di quelli anziani. E poi c’è l’aspetto della terra che richiama direttamente all’umiltà. Celebrata la mia prima messa nel 2003, il superiore mi mandò a spargere letame nell’orto, per non farmi dimenticare il mio percorso. 

Sul suo profilo WhatsApp la si vede sorridente in spiaggia con il detto "semel in anno licet insanire" (una volta all’anno è lecito fare pazzie). Quanta pazzia si concede un frate?
(Sorride). Basta spezzettarla durante l’arco dell’anno! Il frate deve essere il simbolo della felicità profonda per la vita, che talvolta ti mette alla prova con il dolore, ma che non ti schiaccia al punto da non permetterti di rialzarti. È importante saper mantenere la capacità di sorridere alla vita, alle persone che incontri. 

La vostra presenza in Ticino è a rischio d’estinzione? Siete rimasti solo in 20 frati… 
C’è speranza nella misura in cui nel 2017 ci leghiamo alla Lombardia, staccandoci dalla provincia religiosa svizzera (i Cappuccini sono organizzati in province. Finora la Svizzera costituiva un’unica provincia, ndr). Negli anni ’60, la Svizzera era la provincia con più francescani al mondo. Eravamo 680, oggi siamo solo 130. Anche l’Italia è in crisi, ma rimane comunque un “serbatoio fratesco”: già quest’anno sono arrivati quattro frati lombardi in Ticino.

Che cosa significa essere il guardiano del più antico convento francescano della Svizzera?
È un grande onore, non per le pietre ma per le persone che lo costituiscono. A cominciare da padre Pacifico de Carli che nel 1535 venne qui a vivere in solitudine e seppe vedere nel Bigorio un luogo di incontro con Dio e con le persone. 

Quest’anno il vostro convento ha registrato quasi il tutto esaurito per attività e seminari. Non c’è il rischio che si «svuoti» del suo vero significato?
No, perché fintanto che restano i frati, c’è l’impronta conventuale. Non ci sentiamo ospiti a casa nostra. Il nostro modo di vivere ci permette di pagare il personale, di farci conoscere e apprezzare. Chi viene qui deve accettare il nostro stile di vita. È un luogo di incontro e di accoglienza, non una struttura turistica.

Oltre ad essere frate al Bigorio, lei è assistente sociale, sacerdote, cappellano militare, docente. Come fa a conciliare tutti questi impegni?
Con l’agenda cartacea (sorride). Fin dai tempi di San Francesco l’ordine perentorio è «lavorare» per mantenere la famiglia. Con le mie attività mi sento utile. Essere Cappuccino e inserito in questi ambiti laici mi permette di marcare presenza: sono dove le persone esistono. 

I suoi 13 anni come assistente sociale all’Ente ospedaliero cantonale hanno influenzato la sua fede?
I malati cronici o quelli che stanno per morire sono dei maestri di vita. Attraverso le loro riflessioni capisci quali sono le priorità della vita. Quelle di un morente sono sempre gli affetti. Tu sopravvivi a questa persona ma con un compito: dare più valore alla tua vita e ai rapporti con gli altri. 

È felice di vivere in quest’epoca?
Felicissimo, anche perché se fossi nato nel Medioevo mi avrebbero bruciato sul rogo. 

Perché?
Perché mi piace esprimere quello che penso, al di là dei paletti imposti dalla Chiesa. Oggigiorno questi margini sono molto larghi e ti permettono di affrontare diverse tematiche d’attualità, anche controverse.

Come quelle che riguardano la sfera privata e la sessualità?
I tempi moderni legati a papa Francesco fanno riflettere su realtà molto delicate. Perché è stupido giudicare le attitudini sessuali di una persona, o qualcuno a cui il matrimonio sia andato male. Questo è moralismo. La morale è diversa: è quello che ti permette di capire che la tua esistenza è unica e va colta così com’è. Papa Francesco in questo è stato molto chiaro quando ha detto: «se un gay cerca Dio, chi sono io per giudicarlo?». Certamente alcune visoni teologiche sono un po’ discutibili. Soprattutto quelle legate alla morale sessuale: bisogna sotterrare l’ascia di guerra e pensare alla felicità della persona. Penso a quello che riguarda la procreazione. Seguo famiglie che non riescono ad avere figli e si sentono incomplete. Come fai a giudicarle e dire loro di non ricorrere all’inseminazione artificiale perché è contro natura?

Eppure su queste posizioni la Chiesa è ancora divisa…
Non dico che da oggi si debbano stabilire nuove regole. Ma lasciare una porta aperta al dialogo, perché la gente è stanca di soffrire. 

A proposito di sofferenza. Migliaia di profughi giungono ai confini europei dove si imbattono contro muri. Alcuni li giustificano dicendo che l’arrivo di queste persone  metterebbe in pericolo le radici cristiane dell’Europa. Che cosa ne pensa?
In Europa si vuol togliere Dio da tutto, ma l’Europa è cristiana. Si è voluto creare una bandiera europea laica, ma le 12 stelle sono quelle che attorniano la testa della Madonna. Se l’Europa ritrova le sue radici cristiane, non avrà alcun timore ad aprirsi. Ma se abbassiamo la soglia di guardia del nostro vivere cristiano, allora non dovremo lamentarci se tra 100 anni l’Europa sarà musulmana: sarà stata colpa nostra. I migranti hanno il diritto di cercare una realtà diversa. 

Si avvicina il Natale, forse saremo tutti più buoni per qualche giorno… Che augurio vuole rivolgere ai nostri lettori?
L’Avvento è un tempo di grazia perché esprime nella sua parola un senso di attesa. Attendi che qualcosa si compia e non è solo il Natale di Cristo che viene rievocato, ma è l’Avvento della tua vita. A me piacerebbe che per questo Natale 2016 le persone riflettessero sul proprio Natale. Sull’importanza di essere nati. E che si preparino non tanto alla Messa della notte, ma a vivere il loro compleanno in modo diverso. L’Avvento è pienezza, una gioia che matura e che fiorisce, ma che cosa c’è di più bello di quando sei tu a fiorire? Il buon Dio non ne avrà a male se per un anno i suoi devoti penseranno un po’ a se stessi e non a suo figlio che nasce in Terra.

Michele Ravetta è nato nel 1974 a Locarno. Nel 1996 entra nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Ottiene un Bachelor in teologia e uno in sociologia. Nel 2003 viene ordinato sacerdote. Dal 2004 lavora come assistente sociale per l’Ente Ospedaliero Cantonale di cui è capo servizio. È anche cappellano carcerario e militare, nonché docente di spiritualità alla Supsi. Dal 2016 è guardiano del convento del Bigorio.

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