Il gigante che accarezza le conchiglie

La favola di Omar Mariani e dei suoi strumenti a percussione. Grazie ai suoi video sui social network si fa conoscere in tutto il mondo. E ora sogna di poter vivere della sua musica.  — PATRICK MANCINI

Tatuaggi su tutto il corpo, barba folta scura, piercing trasgressivo appena sotto la bocca. E le grandi mani che sfiorano quella conchiglia di metallo. Omar Mariani, mentre suona il suo hang, curioso strumento di origine bernese, sembra un gigante buono che comunica con un’altra dimensione. «Paradossale per uno come me, che bada sempre al sodo – dice –. Sono attratto dalle melodie che questi strani oggetti emettono. Dalle frequenze. Mi siedo e mi lascio trasportare dal ritmo».



Il video virale

Classe 1979, idraulico di formazione, Omar si è fatto conoscere sui social network grazie ai suoi video. Dirette live in cui percuote qualsiasi oggetto gli capiti a tiro. Uno dei suoi filmati, ripreso dal sito specializzato Drum Talk TV, ha ottenuto oltre 4 milioni e mezzo di visualizzazioni. «Da qualche tempo ho anche iniziato a costruire varianti di questi strumenti, i cosiddetti steel tongue drum, tamburi con lingue in acciaio. Personalizzati. Il primo tamburo che ho realizzato l’ho regalato a mia figlia Emily, di 7 anni». Già, perché questo ragazzone cresciuto a Giornico, è padre di tre bambini. Oggi vive a Cadenazzo, ma appena ha un momento libero si sposta a Rivera, dove c’è la sua sala prove. «È uno spazio sperimentale, in cui mi ritrovo con gli amici della Those Furious Flames, una band con cui suono da ormai 14 anni». Il locale, seminterrato e dalle luci soffuse, sembra il classico set di un film musicale degli anni ’90. «Scusate per il disordine», ironizza Omar, mentre ci apre le porte del suo antro. «Guardate, questo è un cajon. Sembra una banalissima scatola di legno. Invece è un fantastico strumento a percussione peruviano. E sapete come è nato? Con la gente del posto che batteva le mani sulle casse di banane. Ogni oggetto può generare frequenze, è pazzesco». 

Nuove frontiere
In un angolo, spicca un altro strumento curioso. Si chiama Yaybahar, ha origini turche, e tramite due molle unisce un violoncello a due corde con tamburi che ne amplificano il suono. «Sto imparando a usarlo. Le cose strane rapiscono la mia attenzione, non ci posso fare nulla. Mi considero uno sperimentatore, una persona che vuole spingersi oltre. O almeno ci provo. Sempre con un profilo basso, non mi monto la testa». È un amore che arriva da lontano, quello di Omar per la musica. Passato attraverso il rock, il pop, il punk. La vera metamorfosi arriva, però, solo di recente. «Un paio d’anni fa ho dovuto smettere di fare l’idraulico a causa di una malattia alle ginocchia con cui sono confrontato ancora adesso. Io, batterista per vocazione, di colpo mi sono ritrovato con molto più tempo a disposizione da dedicare alla ricerca e all’esplorazione. Navigando sul web ho scoperto nuove frontiere, nuovi strumenti. Forse avevo anche l’età giusta per fare un salto di qualità. Nel mio futuro vedo una riqualifica professionale. Anche se non nascondo che mi piacerebbe riuscire, un giorno, a vivere di musica. Per il momento è solo un piacevolissimo hobby».



La comunità internazionale

Tra le collaborazioni di Omar ce n’è una che spicca per originalità. È quella con la Gu’ Band, gruppo di La Gruyère. «Un luogo suggestivo e magico – ammette Omar –. Lì ho trovato persone che, come me, sono attratte dall’hang e dai suoi derivati. L’hang è uno strumento idiofono a percussione diretta. Ma è anche una filosofia, un approccio alla quotidianità. Nel mondo non siamo tantissimi ad avere uno strumento del genere. E allora si è creata una sorta di comunità internazionale. Soprattutto grazie a internet. Sui siti ci si scambia opinioni, si socializza». Ma l’hang per Omar rappresenta anche un’occasione per mettersi alla prova, per stare da solo con se stesso. «Vado in mezzo alla natura con questo oggetto tra le mani, e tutto diventa relativo. Io e lo strumento ci trasformiamo in una cosa sola». Da quando è uscito allo scoperto sui social network, Omar riceve messaggi da tutto il mondo. «Diversi artisti amatoriali mi chiedono magari di dare loro una mano nel produrre una traccia audio». Ma c’è anche chi parla di musicoterapia. «Si può davvero curare determinate malattie con la musica? Ogni tanto me lo domando seriamente. Io sono scettico per natura. È un aspetto che non ho mai approfondito veramente, anche perché i miei obiettivi sono altri, più “terre-à-terre”. Però è innegabile che alcune persone siano davvero convinte di questo. Il pragmatismo è dentro di me. Fa parte del mio essere. Alcuni nel mio modo di suonare vedono poesia. Per me è tutto più immediato. Più razionale. E per questo, probabilmente, anche più intenso».

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