L’immaginazione è il tema dell’esposizione promossa dal m.a.x. museo di Chiasso e dedicata a Oliviero Toscani, fotografo di fama internazionale. (Foto: Alain Intraina)

Il re dello choc

Oliviero Toscani è protagonista della mostra “Immaginare” al m.a.x. museo di Chiasso. Per la prima volta il noto fotografo racconta la sua carriera in un’esposizione. PATRICK MANCINI

Estroso, a tratti scontroso, di certo visionario, capace di fare discutere anche solo con una sua idea. Per la prima volta, Oliviero Toscani, fotografo e comunicatore, racconta la sua lunga carriera in un’unica esposizione. Lo fa al m.a.x. museo di Chiasso, attraverso la mostra “Immaginare”. Lui, che proprio in Svizzera si è formato, studiando fotografia e grafica alla Scuola delle Arti Applicate di Zurigo. Classe 1942, milanese, ha spesso urtato l’opinione pubblica con le sue immagini choc. Dal malato di Aids in fase terminale sul letto, al prete che bacia la suora, dai preservativi colorati al bambino nell’elmetto.  


«Io non cerco idee. Arrivano da sole»

Il tema della mostra di Chiasso è l’immaginazione. C’è ancora spazio per l’immaginazione nella società moderna?
Deve esserci. Il problema è che la società ci impone di immaginare in un certo modo. Ci vuole omologare e appiattire. E il progresso tecnologico non ci aiuta. Tra iPhone e iPad, il nostro cervello non è molto stimolato. Siamo passivi. Non a caso, chi oggi ha ancora un po’ di immaginazione va controcorrente.

Per la prima volta, Oliviero Toscani è riassunto in un’esposizione a 360 gradi, che ne ripercorre l’Odissea a partire dagli albori. Cosa dobbiamo aspettarci?
A Chiasso non vedrete opere d’arte. Bensì immagini, fotografie, realizzate per pagine di giornale, per manifesti, in ordine sparso. Le stesse fotografie che mi sono servite per portare a casa il pane. Ho avuto tre mogli e sei figli. E ho sempre lavorato sodo per mantenerli.

Lei ha studiato a Zurigo. Che ricordi ha di quel periodo?
Sono ancora in vantaggio rispetto ai miei colleghi, grazie a quella formazione. Mi ha davvero dato una marcia in più, insegnandomi il valore della disciplina. E pensare che fino a lì, io odiavo studiare. Il liceo per me è stato un calvario, bigiavo per andare al cinema. Stare tra i banchi mi annoiava.

Suo padre è stato il primo fotoreporter del Corriere della Sera. Quanto ha influenzato le sue scelte?
Per me fare il fotografo è stata una cosa automatica. Non ho mai pensato di fare altro. Mi sono sempre sentito come il figlio dell’artigiano di bottega. Io mio padre, tuttavia, l’ho sempre ammirato per altre ragioni. Per la sua grande generosità. E per il fatto di essere staccato dai soldi. Forse è per questo che io, oggi, non so neanche come si faccia a pagare una bolletta. Qualcun altro lo fa per me.

Lei è universalmente ritenuto un grande provocatore. Come nascono le sue idee choc?
Quando si fa il mio mestiere bisogna sapere dove si vive, cosa succede, essere testimoni del proprio tempo. Io non cerco le idee. Arrivano da sole. Una cosa è certa: una foto non può parlare. Deve comunicare in altro modo. Per essere potente, ti deve mettere di fronte alla tua coscienza. Farti rendere responsabile.

È questo il segreto di un buon messaggio pubblicitario?
Alt! Io non sono un fotografo pubblicitario. Sono un fotografo e basta. Detesto la parola “marketing”. Tutti quelli che se ne occupano pensano di avere la verità in mano. Sono stati proprio quelli del marketing a farmi divorziare dalla Benetton, diciotto anni fa. Bloccarono la campagna con le foto dei condannati a morte. Era un messaggio forte, contro la pena capitale. Mancò il coraggio, e a me girarono le scatole.

Quando era in politica, si è battuto a lungo contro la pena di morte. Oggi come la pensa?
Non ho cambiato il mio pensiero. Anche se mi rendo conto che c’è una pena di morte nascosta, che passa inosservata. E che meriterebbe altrettanta attenzione. È legata al malessere sociale. Ci sono un sacco di suicidi nel mondo. Persone sole e tristi che si tolgono la vita. Il nostro sistema sociale è da rivedere. Qualcosa non va.

Lei sembra una persona molto sicura di sé. C’è qualcosa che le fa paura?
Non sono sicuro. Cerco di esserlo. È diverso. So di potere sbagliare, come tutti gli altri esseri umani. E sono sempre pronto a rimettermi in discussione. Detto ciò, temo la malattia, questo sì. Ho paura di prendermi un male incurabile. Non voglio neppure ipotizzare la cosa.

Pensando alla sua carriera, ha qualche rimpianto?
Avrei potuto fare molto di più, e meglio. Non avrei mai dovuto ascoltare certe critiche, bensì iniziare da subito a fare ciò che mi sentivo di fare.

Col tempo lei è diventato una specie di guru della fotografia. Quanto si sente personaggio, e quanto riesce ancora a essere se stesso?
Questi sono problemi degli altri. Alcuni di fronte a me si sentono in soggezione. Non capisco perché. Io non me la tiro proprio.

Però c’è chi dice che lei abbia un caratteraccio. Cosa replica?
Sono tremendo con quelli che mi mancano di rispetto. Quando capisco che una persona non è onesta, divento intrattabile. Le persone care, tuttavia, sanno anche che io sono un tipo parecchio disponibile.

Di recente è nato il suo quattordicesimo nipote. Cosa rappresenta per lei la famiglia?
Non ne conosco l’alternativa. Avere una famiglia è qualcosa di complesso. Si potrebbe vivere  da single. Però le cose facili e comode sono anche le più stupide. Sarebbe un po’ come avere una vita in bianconero, quando la puoi avere
a colori.

Lei ha avuto tre mogli. Pensa di avere fatto scelte avventate?
No. Le ho amate tutte al momento giusto. Da ragazzo non mi lasciavo scappare un’occasione. A un certo punto volevo addirittura farmi sterilizzare. Poi è arrivata Kirsty, bellissima norvegese. È la donna con cui sono sposato ancora oggi, dopo quasi cinquant’anni. Da lei ho avuto tre figli.

Cos’è per lei l’amore?
È la base di tutto. Io amo ancora mia moglie, come se fosse il primo giorno.

Che rapporto ha con la spiritualità?
Sono laicissimo e religioso allo stesso tempo. Ho i miei valori. E detesto il conformismo, la mediocrità, così come quelli che vogliono ottenere il consenso per forza.

Da Fidel Castro ad Andy Wahrol, passando per Pablo Picasso. Lei ha lavorato con i grandi della storia. Chi è il personaggio che si porta nel cuore?
Muhammad Ali. Era particolare, unico. Ho chiamato la mia sesta figlia Ali, in suo onore. Vorrei precisare che, quando sto per scattare una foto, non mi importa se la persona che ho di fronte è conosciuta o meno. Mi hanno emozionato anche persone qualsiasi. Io le guardo in faccia e riesco a capire che carattere hanno.

Cosa fa Oliviero Toscani per staccare la spina?
Niente. Io lavoro sempre. Non ho hobby. Non mi servono. Produco vino e olio, nella mia tenuta in Toscana. E allevo cavalli. Però non si può parlare di passatempi. Sono lavori veri e propri, ti impegnano la testa.

Qual è la sua opinione sui social network?
Trovo che Facebook sia solo un modo per mettere in ordine alfabetico gli imbecilli. Mi rifiuto di fare parte di questo gioco. Quando qualcuno mi vuole insegnare a usare Facebook, faccio il  deficiente apposta. Non voglio diventarne schiavo.

Oggi col cellulare siamo un po’ tutti fotografi. Le dà fastidio?
No, anzi. È fantastico. E non mi sembra un problema. Del resto, tutti sanno scrivere. Ma i grandi scrittori sono pochi. O no?

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