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Il sentiero invernale che si percorre con gli sci e le pelli di foca da Bourg Saint Pierre all’ospizio del Gran San Bernardo.

L'oblata suona la campana all’ingresso dell’Ospizio del Gran San Bernardo. 

Immersi nella neve e isolati dal resto del mondo

Con l’arrivo della neve l’ospizio del Gran San Bernardo sarà separato dal resto del pianeta. Chi vorrà raggiungerlo dovrà inforcare gli sci con pelli di foca.

Un cornac armato di una canna spinge il suo elefante lungo i tornanti che salgono verso il passo. Il pachiderma è cavalcato da Richard Halliburton, scrittore, poeta e avventuriero che nel 1935 si cimentò nell’impresa di traversare le alpi con un elefante più di duemila anni dopo Annibale. Dal 1964 però, anno in cui è stato aperto il tunnel che unisce l’Italia alla Svizzera, non è più necessario salire sino ai quasi 2.500 metri del passo, che ogni 15 ottobre viene chiuso per riaprire a giugno. Chi non chiude mai è l’ospizio del Gran San Bernardo. È aperto pure d’inverno, quando cadono anche venti metri di neve, e nell’ospizio si entra solo dal primo piano. Essenziale è munirsi di sci con le pelli di foca o di ciaspole. Una ascesa che dura qualche ora, ma che è praticabile da tutti. L’ospizio, le cui fondamenta  sono state costruite utilizzando i lastroni di pietra squadrati con cui i romani eressero, nell’anno 18 a. C, l’antico tempio dedicato a Giove, fu aperto dall’arcidiacono d’Aosta Bernard de Menthon a metà dell’anno Mille e divenne la sede di una comunità religiosa fondata sul principio dell’ospitalità. Dopo ogni bufera, si scendeva sia sul versante italiano che su quello svizzero, alla ricerca di pellegrini o viaggiatori dispersi nella tormenta e, sino alla fine del secondo conflitto mondiale, l’ospitalità era gratuita. Ancor oggi il nome del viandante non viene registrato. I padroni di casa, i canonici, non sono monaci: vivono in contatto permanente con il mondo esterno  e accolgono tutti a prescindere da quale sia la loro religione. Chi arriva qui adesso non lo fa più per necessità; oggi all’ospizio arrivano escursionisti che praticano lo sci fuori pista o impegnative passeggiate con le racchette da neve. 

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Lʼascesi è lasciar respirare lo spazio»

José Mittaz, priore

Un luogo dello spirito

Basta una curva e, quando il parcheggio dove si è lasciata la macchina scompare dalla vista, ci si trova immersi in un universo bicromatico: il blu del cielo e il bianco della neve. Il silenzio è totale, anche i cellulari tacciono perché  la copertura di rete è pressoché assente. E mentre si sale ansimando per la fatica, si vedono sfrecciare gli escursionisti che hanno passato la notte all’ospizio e che ora si godono una discesa in neve fresca. Da qui passa il cammino che raccorda Canterbury con Roma, e quindi questa è anche la meta dei pellegrini che seguono la via Francigena. Non sono numerosi, perché la discesa con gli sci sul versante italiano è molto pericolosa: l’elevato rischio di slavine ne sconsiglia la pratica. Durante i nove mesi in cui l’ospizio è isolato dal mondo è però raggiunto non solo da escursionisti attenti alla cura del proprio fisico, ma anche da  persone che, oltre a un letto e a una zuppa bollente, vogliono provare l’esperienza di vivere qualche giorno dentro a un luogo dello spirito. Un luogo di solitudine dove le attività quotidiane sono coordinate da José Mittaz, il priore: un prete che ha imparato a vivere il «deserto» dell’ospizio. «Ciò che è molto ascetico, nella realtà della montagna, sono i cambiamenti metereologici. Capita che l’ospizio sia pieno e in questi casi, noi che ci viviamo, siamo molto sollecitati. E capita talvolta che il giorno dopo sia vuoto, che il brutto tempo impedisca a chiunque di salire da noi… Si passa a un deserto che non è scelta da me… Come occupo quel tempo? Come lo riempio? O, piuttosto, come potrò stare attento a non riempirlo? L’ascesi è lasciar respirare lo spazio. In sé, attorno a sé. E non fuggire nell’attività. La vera difficoltà per me è questo cambiamento di ritmo. Nel momento in cui non sono più sollecitato cerco di capire chi sono…».

Le giornate sono scandite dai momenti di preghiera. Mattutino e Lodi alle 7.15, Ora Media alle 11.50, Messa più Vespro alle 18.15 e Compieta alle 21. Oggi i cellulari hanno campo, ma la campana dell’ospizio ha un codice ancora utilizzato. Con un tocco si chiama il priore. Con due l’oblata, con tre il diacono… 


José Mittaz priore dell’Ospizio del Gran San Bernardo. 

Simpatici quattrozampe

Non possono essere chiamati invece i cani San Bernardo, che durante le gite mattutine dei canonici negli anni han trovato più di un viaggiatore congelato nella neve. Da anni non stanno più all’ospizio. Sono ospitati in un canile, nelle adiacenze di Martigny. È qui che nei mesi invernali vivono Bounty, Capone, Cheyenne, Clivia, Easy, Zoltan, Justin… Una trentina di cani, tra cui anche Principessa Heidi. Storicamente il loro lavoro, grazie alla mole imponente, consisteva nell’aprire le piste nella neve fresca. Oggi il loro lavoro è cambiato. Se qualcuno è addestrato come cane da valanga, altri sono utilizzati per trainare slitte o come cani d’assistenza terapeutica. Per sapere tutto di loro basta raggiungere il Museo Chiens du San Bernard, a Martigny. È uno spazio magico, in grado di intenerire anche il mostro di Marcinelle. Giganteschi cani scivolano sul pavimento mentre deambulano seguiti da cucciolate che sembrano appena uscite da un cartone animato di Walt Disney. Non fatevi intenerire troppo: tornare a casa portandosi al seguito un San Bernardo è quasi impossibile. La lista d’attesa supera i dodici mesi. Meglio puntare su uno dei gadget proposti dallo shop del museo, dove per una manciata di franchi un cucciolone è disponibile in peluche, in cartone o in magnete da appendere sul frigo della vostra cucina…

Escursione per tutta la famiglia

La salita con le pelli al Gran San Bernardo è facile, consigliata anche a famiglie con bambini che sanno sciare. È opportuno dotarsi di una guida. Superato il centro abitato di Bourg Saint Pierre si calzano gli sci al parcheggio degli impianti sciistici di Super-Saint-Bernard. L’ospizio dista poco meno di 6 km. Ci si dirige verso il versante sinistro della valle, superando la struttura di ingresso del tunnel del Gran San Bernardo. Si prende poi a salire verso sinistra, lungo una pista delimitata da paletti di legno, incrociando più volte la strada del passo coperta di neve. Quando la valle si restringe, si prosegue sulla sinistra, tenendosi lontani dal corso del torrente. Circa a metà percorso c’è un casottino, dotato di un telefono di emergenza, dove trovare rifugio in caso di maltempo (lungo tutto il percorso non c’è copertura per i cellulari). La valletta si restringe e il percorso si fa più ripido in corrispondenza della Combe des Morts. È il punto critico delle slavine, ed è tassativo informarsi sempre prima di partire della condizioni della neve. A zigzag si supera lo strappo finale, quello che porta all’ospizio, a 2473 m (dislivello complessivo 523 m). Tempo necessario all’ascesa: dalle due alle tre ore e mezzo. 

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Testo: Claudio Agostoni
Foto: Bruno Zanzottera

Pubblicazione:
lunedì 16.11.2015, ore 00:00


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