In famiglia Lea (7 anni), Elsa e Sara (4 anni) parlano francese, italiano e spagnolo. (Foto: Xavier e Céline Pasche)

Abbiamo la lingua sempre più lunga: ecco perché

Nel nostro Paese, oltre 3 milioni di persone sono multilingue. Tre famiglie ci raccontano la loro esperienza della «Babele» domestica. — Sophie Dürrenmatt

Nella nostra società apprendere le lingue in un ambiente multilingue è divenuto un fatto corrente. Immigrazione, mobilità professionale e trasferimenti intercantonali sono fattori che danno luogo a incontri e a volte al fatidico colpo di fulmine fra persone di diverse culture e quindi di diverse lingue. Secondo l’Ufficio federale di statistica (Ufs), se si tiene conto delle lingue principali e di quelle parlate abitualmente (i dialetti), in Svizzera 3,192 milioni di persone dai 15 anni in su sono considerate multilingue, vale a dire il 47% della popolazione. Se contiamo solamente le lingue principali (italiano, tedesco, francese, spagnolo, albanese…), la cifra scende 1,051 milioni di persone, vale a dire il 16% della popolazione presa in esame. 

Tre lingue in casa
Per cercare di capire come funziona una famiglia multilingue ci siamo recati a Cormondrèche (NE), in casa Mouzo. Padre di origine spagnola, madre di origine italiana e tre bambine tra 4 e 7 anni. «Con Lea, la grande, abbiamo parlato solo in italiano e in spagnolo fino a 4 anni», spiega Rosella Mouzo e aggiunge: «Le cose cambiano con la scuola. Non ha senso spiegare in italiano un problema di francese. Occorre ripetere tutto in due lingue e ci vuole tempo. Per questo ora il francese ha preso più piede a casa nostra». Ma la madre di famiglia non nasconde il suo obiettivo: che le bambine capiscano le due lingue madre della coppia. «La cosa più importante è che sappiano perfettamente il francese. Sono svizzere e vivono in Svizzera. L’italiano e lo spagnolo sono le lingue di casa, per la famiglia e le vacanze». Del resto le indagini lo dimostrano: la lingua utilizzata nell’ambiente scolastico è destinata e diventare la lingua principale. «È una questione di vocabolario e di facilità d’uso: il bambino sceglie la lingua con cui si trova a confrontarsi di più», sottolinea Hélène Delage, dottoressa in linguistica. Con libri e DVD nelle tre lingue la famiglia Mouzo dà ampio spazio alla diversità in casa propria. «Il francese è la lingua dominante a casa, per questo abbiamo escogitato alcuni trucchi per preservare delle occasioni di gioco e di dialogo con le bambine nelle nostre rispettive lingue».


Tedesco e italiano in Ticino

«La questione della lingua si è posta fin dal primo incontro con mia moglie Ornella. D’origine veneta e cresciuta in Ticino, lei parlava prevalentemente italiano, ma anche ticinese e veneto. Io, invece, nato e cresciuto in Germania, parlavo tedesco» racconta Gerhard Lob,  giornalista, da 26 anni residente a Locarno. «Quando ci siamo conosciuti vivevamo a Basilea. E parlavamo soprattutto in tedesco. Nel 1990 ci siamo trasferiti in Ticino, e l’italiano, che nel frattempo avevo imparato, è diventata la nostra lingua usuale. Poi, con con la nascita dei nostri figli Dario (1990) e Guido (1992), l’italiano si imposto come lingua principale della nostra famiglia». E il ruolo del tedesco? «Con i miei figli ho sempre cercato di utilizzarlo. Così hanno sviluppato un’ottima conoscenza passiva della lingua di Goethe, che hanno praticato durante fino all’adolescenza con i parenti e gli amici in Germania. Come genitori non li abbiamo mai forzato al bilinguismo. In ogni caso, i nostri figli sono stati sicuramente avvantaggiati a scuola per il tedesco, ma anche nell’apprendimento di altre lingue. Più tardi hanno entrambi studiato oltre San Gottardo e oggi mi capita molto spesso di parlare con loro in tedesco, mentre la mamma comunica in italiano»
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Curare il vocabolario 
 
Non sempre però è facile far convivere due lingue nazionali sotto lo stesso tetto? «È quasi una lotta quotidiana» confessa Ariane Gigon, che vive a Zurigo con i suoi due figli di 14 e 11 anni. «Noi parliamo in svizzero tedesco, ma con la mamma usiamo più spesso il francese», spiega Basil di 11 anni. I due adolescenti ammettono però di fare uno sforzo per esprimersi nella lingua di Molière. «A scuola siamo immersi nel tedesco. Quindi per noi è più naturale esprimerci in tedesco», aggiunge Maxine, 14 anni, e precisa: «E poi evito di parlare in francese in presenza di qualcuno che non lo capisce. Non mi piace quando lo fanno con me e per questo io non lo faccio con gli altri».



La madre, invece, moltiplica le opportunità per far vivere la sua lingua madre che le sta tanto a cuore. «Guardiamo dei film in francese, e andiamo spesso nella Svizzera romanda: piccole cose che aiutano i ragazzi a conservare e ad ampliare il loro vocabolario». Eppure parlare ai propri figli una lingua che si padroneggia, sembra a prima vista un fatto del tutto naturale. «Prima di trovarmi personalmente in questa situazione, pensavo che fosse semplice. Ma non è così. È più facile lasciarsi andare con la maggioranza. I vicini, i commercianti, i documenti da compilare – a forza di ritrovarsi in un ambiente germanofono, parlare in francese richiede uno sforzo. Conosco molti francofoni che ci hanno rinunciato. È veramente una fatica mantenere una lingua in un contesto che non è fatto per quella lingua.» E allora come si fa per non sbagliare? Ecco un consiglio della linguista Hélène Delage: «L’importante è insegnare al bambino le lingue madre dei genitori; la lingua della scuola la impara poi in modo naturale, senza nessun problema». 


Infine, un fenomeno sorprendente riguardante l’Alzheimer: nelle persone che parlano più lingue l’Alzheimer si sviluppa in età avanzata con un ritardo di 4-5 anni rispetto agli altri casi. Forse perché l’attività mentale di chi è plurilingue è più intensa sin dalla nascita.



I bambini che ricevono un’educazione plurilingue hanno un’altra percezione dell’ambiente?La percezione come tale resta uguale. Il funzionamento cognitivo è lo stesso per un bambino monolingue o bilingue. In cambio, però, gli studi dimostrano che i bambini bilingui sviluppano più flessibilità mentale. Fanno lo «switch» – ossia passano da una lingua all’altra e anche da un settore all’altro – con più facilità. E si sa anche che apprendono più rapidamente le regole grammaticali.

Padroneggiano di più una lingua rispetto all’altra?
La differenza sta più nel vocabolario che nella lingua. Il numero delle parole conosciute è uguale per bambini monolingui e bilingui, ma per i bilingui  provengono dall’una o dall’altra lingua. Questo significa che il loro vocabolario per ciascuna lingua è più povero. Ma i genitori possono stare tranquilli: con il tempo la situazione può cambiare. 

Qui si fonda l’importanza di parlare la lingua madre?
Esatto! La lingua materna è quella trasmessa dai genitori. E, ci tengo a precisare, indipendentemente da quale lingua sia. È sbagliato classificare le lingue in base al loro ruolo sociale più o meno favorevole. Molti genitori stranieri pensano che, non parlando la loro lingua di origine a casa, aiutino i figli a imparare meglio la lingua della regione linguistica in cui vivono in Svizzera. È sbagliato. Così facendo i genitori privano il bambino della preziosa flessibilità mentale che acquistano i bilingui.

In caso di bilinguismo bisogna stabilire delle regole in casa?
No, non in particolare. I bambini elaborano le loro pratiche linguistiche secondo le abitudini di comunicazione con cui si trovano più a proprio agio. Capita spesso di sentirli iniziare una frase in una lingua e finirla in un’altra. Ma attenzione: non lo fanno con chiunque. Fino all’età di 2-3 anni, fare un po’ di confusione è normale. Dopo i tre anni capiscono che lingua parla il loro interlocutore e se è in grado di passare da una lingua all’altra.   

Foto: Heiner H. Schmitt, Nicolas de neve, Christoph Kaminski

 


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