Il concetto di intelligenza ha origini antiche e fu profondamente influenzato dagli studi del filosofo romano Marco Tullio Cicerone (106 - 43 a.C.)

Menti geniali: siamo tutti intelligenti?

Oggi, molti genitori sperano di avere in casa dei piccoli Einstein. Ma come si può definire l’intelligenza e misurarla? È un fattore ereditario? E come è possibile riconoscere un bambino talentuoso?

Vostro figlio ha una disabilità mentale. Non lo vogliamo più nella nostra scuola», così scrisse nel 1853 un insegnante in una lettera a una coppia di coniugi americani. Ma la madre Nancy lesse la lettera al figlio di 6 anni con queste differenti parole: «Suo figlio è un genio. Questa scuola è troppo piccola per lui e non ha insegnanti abbastanza bravi per istruirlo. Per favore occupatevene voi». Ed è ciò che la donna fece. Il bambino si chiamava Thomas Alva Edison (1847–1931) e passò alla storia come uno degli inventori più brillanti. Tra le sue oltre 1000 creazioni: la lampadina a incandescenza, il microfono, la macchina da presa e la macchina da scrivere. Nel giorno del suo compleanno, l’11 febbraio, Stati Uniti celebrano la Giornata nazionale degli inventori. I problemi scolastici di Edison non dipendevano da una carenza di comprendonio, ma dalla sua debolezza d’udito.

Una definizione vaga
Dopo oltre 100 anni di ricerca, l’intelligenza è la funzione psichica più indagata. Il concetto di intelligenza (dal latino intellegere=comprendere, discernere) ha origini antiche e fu profondamente influenzato dagli studi del filosofo romano Marco Tullio Cicerone (106–43 a.C.).

Nel 1912 lo psicologo americano-tedesco William Stern (1871–1938) introdusse il concetto di quoziente di intelligenza (QI), ma a tutt’oggi non esiste una definizione unitaria di intelligenza. Nel 1994 un gruppo di 50 psicologi della formazione elaborò la seguente definizione: «una funzione mentale molto generica che, tra l’altro, comporta la capacità di ragionare, pianificare, risolvere problemi, pensare in maniera astratta, comprendere idee complesse, apprendere rapidamente
e imparare dall’esperienza».

Dunque, l’intelligenza è una capacità che abbraccia tante sfere, mentre il talento definisce il potenziale che un individuo possiede per fornire prestazioni speciali in un determinato settore. I calciatori, i pittori o i cantanti di talento, quindi, non sono necessariamente anche molto intelligenti, ma semplicemente molto talentuosi nel loro settore. I test QI possono mettere in luce delle doti di livello basso, medio o alto (v. grafico a pagina 16). Molto dotati o intelligenti sono coloro che raggiungono un QI di 130 o più, e solo il 2% delle persone ci riesce.

Tra queste c’è anche la 37enne Natalia Malysheva. La presidentessa della filiale svizzera del Mensa, l’associazione che riunisce persone con un elevato quoziente di intelligenza, ha scoperto le sue spiccate doti intellettive solo tre anni fa quando suo figlio, oggi quattordicenne, fu valutato come molto intelligente: «Scoprii presto che l’intelligenza è ereditaria e mi domandai da dove l’aveva presa nostro figlio». Di fatto non solo Natalia e suo figlio hanno un QI superiore a 130, ma anche il marito della donna. La grafica e artista non vuole comunque svelare quanto sia precisamente il suo QI. «Ho raggiunto un punteggio sufficiente per diventare membro del Mensa e della Triple Nine Society». Il Mensa richiede un QI minimo di 130 e la Triple Nine Society di 146!

Come misurare il QI
Per determinare il QI, il Mensa utilizza la “scala Wechsler”, così chiamata in onore dello psicologo statunitense David Wechsler (1896–1981) che elaborò uno dei test di intelligenza più diffusi. Esistono però altre scale. Ogni test ha un limite massimo entro cui misura il QI e di solito si attesta tra 135 e 150. Attualmente il Mensa conta 1385 membri di età compresa tra gli 8 e gli 89 anni, di cui 989 sono uomini e 396 donne. Circa l’80% di questi ha un QI di 130-139 e il resto di 140 o più. Sono veterinari, artisti, piloti di linea o cantanti liriche, ma anche attivi nell’economia, nella finanza e nella medicina. Il Mensa persegue tre obiettivi: identificare e promuovere l’intelligenza, sostenere la ricerca sul tema nonché collegare in rete le persone intelligenti e offrire loro un ambiente stimolante.

Il migliore esempio di ereditarietà dell’intelligenza è rappresentato dalla famiglia Curie. Pierre (1859–1906) e Marie Curie (1867–1934) ricevettero il premio Nobel per la fisica nel 1903 e Marie Curie anche quello per la chimica nel 1911. Anche la loro figlia Irène Joliot-Curie (1897–1956) e suo marito Frédéric Joliot (1900–1958) vinsero il premio Nobel per la chimica nel 1935. I loro figli Hélène Langevin-Joliot (90) e Pierre Joliot (85) divennero professori.

I ricercatori hanno sicuramente individuato dozzine di “geni dell’intelligenza”, ma altrettanto importante è anche l’ambiente. A tal proposito occorre fare una distinzione tra intelligenza “fluida” e “cristallizzata”: la prima è innata e include capacità come la perspicacia e una buona memoria; la seconda invece è rappresentata da tutte le conoscenze e capacità acquisite nel corso della vita. Mentre la componente fluida regredisce lentamente a partire dai 25 anni di età, la parte cristallizzata può mantenersi fino a tarda età. Il QI, dunque, non è un valore fisso ma può cambiare con gli anni. Se durante l’infanzia e l’adolescenza, l’intelligenza può essere allenata con l’acquisizione di conoscenze ed esperienze; in età adulta i benefici ottenuti hanno breve durata. Apprendere costantemente, però, è un buon antidoto al declino delle capacità intellettive.

Il cervello di Einstein
La grandezza del cervello non è indicativa dell’intelligenza. È quanto constatò anche il patologo Thomas Harvey, che dopo la morte di Albert Einstein nel 1955 asportò il suo cervello e appurò che non aveva dimensioni fuori della norma. Nei decenni successivi, l’organo fu sottoposto a innumerevoli analisi, ma del genio di Einstein nessuna traccia. Solo qualche anno fa gli scienziati hanno scoperto che i due emisferi del suo cervello erano connessi estremamente bene. Ma anche i geni come Einstein falliscono talvolta: dal diploma di maturità alla scuola cantonale dell’Argovia nel 1896 risulta che ebbe 3 in francese e solo 4 in geografia e disegno.


Bambini superdotati
Per misurare il QI sono stati sviluppati molti test. Dominik Gyseler, 44 anni, è un esperto di plusdotazione: «Questi test misurano varie doti, come il ragionamento logico-astratto, la capacità di memorizzazione o l’immaginazione spaziale. Un bambino molto dotato ha capacità molto superiori alla media in questi ambiti rispetto ai suoi coetanei». Secondo Natalia Malysheva, i bambini superdotati sono una risorsa preziosa per la società svizzera: «Può essere un vantaggio per tutti noi se vengono scoperti per tempo e stimolati correttamente, senza tuttavia dimenticare che sono dei bambini. È importante che si possa parlare di superintelligenza senza risultare arroganti e che il riconoscimento e l’approccio alla plusdotazione rientrino nella formazione degli insegnanti».

La plusdotazione è un dono che Natalia Malysheva e le persone come lei hanno ricevuto dalla nascita. Ma talvolta può essere faticoso: «Come tante persone molto dotate, sono estremamente sensibile. Le nostre facoltà percettive hanno un grado di differenziazione superiore alla media, il che comporta un’ipersensibilità
e l’esposizione a iperstimolazioni. I filtri che mi separano dal mondo esterno sono così deboli che non riesco a tollerare i rumori forti, la luce del sole in estate e l’alta velocità in automobile».
Ma l’intelligenza non è un’esclusiva degli umani, può riguardare anche gli animali. I delfini, i corvi, i polpi, le balene, gli elefanti e i pappagalli sono considerati animali intelligenti. E ovviamente anche gli ominidi. Proprio tra loro vi sono dei veri prodigi: l’orango “Chantek”, morto di recente negli Stati Uniti, era in grado di comunicare tramite la lingua dei segni. I ricercatori giapponesi e cinesi sono riusciti a insegnare a cinque scimpanzé giochi  di mano come la morra cinese.

Il “caso Janisch”
Normalmente ci si aspetta che la superintelligenza debba essere riconoscibile in tenera età. Ma non è necessariamente così secondo Natalia Malysheva: «Io non mi sono accorta di nulla, forse perché ognuno di noi considera se stesso normale». Però, ci spiega che proviene dall’Ucraina, un paese in cui la società è messa quotidianamente a dura prova e la gente non ha tempo di parlare di intelligenza. Per fortuna la donna si è imbattuta in insegnanti molto motivati: «Penso sia fondamentale che i bambini superdotati trovino un mentore che li stimoli e li motivi.»
Il quattordicenne Maximilian Janisch di Meierskappel (LU) lo ha trovato in suo padre, un professore di matematica in pensione. Con un QI di almeno 149, il ragazzo ha riempito le pagine dei giornali.
A 9 anni ha svolto la prova di maturità di matematica con ottimi voti e ha impartito ripetizioni di matematica ai maturandi. Da un po’ di tempo riceve un sostegno per la sua formazione all’Uni Zurigo. Nel 2018 completerà l’esame di maturità, dopodiché potrà iscriversi all’università e diventare lo studente più giovane della Svizzera. Anche Thomas Edison beneficiò di un aiuto. Quando a distanza di anni scoprì cosa c’era scritto nella lettera del suo insegnante, pianse per ore e scrisse nel suo diario: «Thomas Alva Edison era un bambino affetto da una disabilità mentale. Grazie alla sua eroica mamma divenne il più grande genio del secolo».


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«Si vedono dalle domande che pongono»

Dominik Gyseler (44 annni) è docente all’Alta scuola intercantonale di pedagogia curativa di Zurigo. La sua tesi di dottorato affronta il tema della plusdotazione intellettiva nell’ambito della pedagogia speciale.

Come si riconoscono i bambini plusdotati?
Apprendono più velocemente rispetto ai loro compagni, hanno bisogno di meno spiegazioni per svolgere un compito e lo eseguono più rapidamente. Spesso i plusdotati si riconoscono più dalle domande che pongono che dalle risposte.

Oggi esistono più bambini superintelligenti rispetto al passato?
No. Ma oggi un bambino di 10 anni ha più conoscenze di un suo coetaneo di 100 anni fa.

Cosa succede se la superintelligenza non viene riconosciuta?
Niente di grave. Se però un bambino è sottoposto a pochissimi stimoli per oltre un anno, possono insorgere problemi: una perdita di motivazione, scarse strategie di apprendimento, una cattiva gestione degli insuccessi, un minore rendimento e problemi comportamentali.

Nel campo dell’informatica si vogliono creare computer che “ragionano” come l’uomo.
I normali computer sono tanto intelligenti quanto i loro artefici, non di più. Esistono però già robot in grado di imparare dai loro errori. Il nostro cervello è sicuramente più lento di un computer, ma in una cosa è più avanti delle macchine: se singoli neuroni vengono danneggiati, il cervello può creare altre connessioni e funzionare comunque alla perfezione. In caso di guasto a un computer, invece, solitamente nulla funziona più come dovrebbe.

Servizio di: Susanne Stettler
Foto: Fotolia, Heiner H. Schmid, Styling Fabia Müller.

Pubblicazione:
lunedì 13.11.2017, ore 12:03