Orazio Martinetti, storico e giornalista culturale. (Foto: Sandro Mahler).

«Ora c'è meno vittimismo tra i ticinesi»

Che cosa unisce la Svizzera e gli svizzeri, nonostante le divisioni linguistiche, culturali e religiose? L’abbiamo chiesto a Orazio Martinetti, storico e giornalista culturale di Rete Due. — di ROCCO NOTARANGELO

Neutralità, «Sonderfall», «Willensnation» sono i concetti che politici, giornalisti e storici usano per definire la Svizzera. Quanta ideologia c’è in questa autorappresentazione del Paese?
L’insidia ideologica è sempre presente nel discorso politico. L’unico antidoto è la vigilanza critica. La nazione come espressione di una volontà collettiva è al centro, nella seconda metà dell’Ottocento, della riflessione di pensatori come Renan. Già Guicciardini, in epoca rinascimentale, aveva intravisto nell’animo di quei rudi abitatori delle Alpi un amore per l’autogoverno non rintracciabile altrove. La Lega elvetica («Bund») è stata per secoli repubblica mentre tutt’intorno regnavano re e regine: un bel «caso particolare». Neutralità, invece, è un concetto più sfuggente, non facile da sostenere quando di mezzo ci sono i diritti fondamentali dell’uomo.
 
All’Expo di Siviglia 1992 fece scandalo l’opera di Ben Vautier con il motto «La Suisse n’existe pas». Oggi, invece, dai contributi del libro «Frontiere e coesione» (ed. Dadò) emerge che la Svizzera esiste ed è in buona salute, nonostante le tensioni interne e le sfide internazionali...
«Suiza no existe» fu una provocazione positiva, che cadde in una fase delicata, di forti tensioni interne. Si voleva respingere un’immagine omogenea, per esaltare le differenze, la fecondità delle diversità interne. L’artista non faceva che allargare un’interpretazione già avanzata nel 1978 da Alain Pichard in un suo libro sulle ricchezze locali della Svizzera francese: «La Romandie n’existe pas». D’altra parte, esiste la Svizzera italiana? (ndr, è anche il titolo di un volumetto edito da Coscienza Svizzera nel 2011). Un Paese non deve aver paura degli interrogativi. Dice Peter Bichsel: sono contento che ci siano anche loro nella famiglia confederale: i romandi, i ticinesi, i ladini...

Quali sono per lei i «valori» che uniscono oggi la Svizzera?
Non userei la parola «valore»: è meglio evitare simili invasioni di campo nella sfera della morale e della religione. Laicamente preferirei parlare di norme, leggi, costituzioni, regole della democrazia. «Valore» evoca immutabilità e princìpi ultimi. Lascia insomma fuori dal campo visivo il cammino storico, con tutte le sue accelerazioni e frenate, cesure e progressi. Ciò che unisce la Svizzera? Direi federalismo, democrazia
diretta, rispetto delle minoranze, equilibrio interno, ma quale risultato di un «work in progress» e non valori dati una volta per tutte.

Il federalismo è diventato un mantra, la «vacca sacra» del sistema politico elvetico. Eppure non mancano criticità e dissapori. Pensiamo alla perequazione finanziaria assistenzial-caritatevole della Confederazione e dei cantoni «ricchi» verso quelli «poveri» (quest’anno il Ticino ha beneficiato di 47 milioni)…
La perequazione finanziaria si basa sul principio che i forti debbano sovvenire i deboli. Questi ultimi sono naturalmente chiamati a dar prova di buona amministrazione e non scialare i fondi distribuiti. È la stessa logica che sorregge la giustizia distributiva in campo sociale o la ripartizione del canone radiotelevisivo. Un cantone come Zurigo contribuisce con 441 milioni, un cantone come i Grigioni incassa 258 milioni. A loro volta i cantoni distribuiscono i fondi ai comuni, privilegiando quelli fragili e finanziariamente sofferenti. Non parlerei di carità, ma di solidarietà responsabile.

Com’è il rapporto oggi tra Berna e il Canton Ticino? Sono ancora «matrigna e monello», come nel titolo del suo saggio del 2002?
Mi sembra che negli ultimi anni la situazione sia migliorata. C’è da parte ticinese meno vittimismo, più progettualità. La nomina del delegato cantonale ha dato buoni frutti. Ora si tratta di proseguire su questa strada con coerenza. Ma non c’è solo la Berna politica e amministrativa, ci sono anche i comitati accademici, i vertici delle grandi banche, le associazioni economiche, i sindacati, le fondazioni culturali. Bisogna essere presenti anche qui.

Millenario luogo di scambi economici e culturali tra Nord e Sud, lo spazio alpino, dal traforo del San Gottardo del 1882 ad Alptransit, sembra condannato a diventare marginale, se non irrilevante. Qual è la sua opinione?
Il declino ferroviario è iniziato con la soppressione degli omnibus e la fine delle stazioni minori. Parallelamente sono stati chiusi gli arsenali, le fortificazioni, gli uffici postali, l’aerodromo militare dell’alta Leventina. Ci sono però segnali incoraggianti, come la ripresa degli investimenti in campo idroelettrico, sportivo, viario, con il secondo tunnel sotto il massiccio. La speranza è che i progetti rispettino le peculiarità dello spazio alpino, che non si faccia abbagliare da idee megalomani. E la comunità di valle deve poter dire la sua.

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