New York, Usa: una città, un Paese, un mondo.

Andrea Vosti, l'inviato dagli USA

L'INTERVISTA —  È il volto dagli Stati Uniti della nostra tivù. Con lui parliamo della sua immagine dell’America e dei prossimi appuntamenti elettorali.

Andrea Vosti (39 anni) ha studia­to lettere all’Università degli studi di Pavia e ha conseguito un master in International journalism presso la Westminster University di Londra. Prima di entrare nella redazione del Telegiornale Rsi è stato giornalista freelance e responsabile della comunicazione per la Sezione svizzera di Amnesty International. Dal settembre 2013 è il corrispondente del Telegiornale negli Stati Uniti.

Com’è stato il primo impatto con la capitale degli Stati Uniti?
Il primo impatto è stato a dir poco frenetico. Appena atterrato, sono dovuto correre in ufficio per fare una diretta TG sulle armi chimiche in Siria. Il problema è che la mia valigia era rimasta bloccata all’aeroporto JFK di New York. Cosí ho dovuto «rubare» la camicia del collega della radio, la giacca del collega romando e la cravatta del tedesco: un perfetto esempio di federalismo… Ma a parte quest’aneddoto, ho subito provato delle belle sensazioni. Sia con la città che con gli americani.

Immaginiamo una città frenetica e caotica: è proprio cosí?
No, al contrario. Washington è una città con moltissimi parchi, senza grattacieli, molto rilassata. Ho dovuto venire in America per andare tutti i giorni in ufficio in bicicletta! Fino agli anni Novanta era la «capitale degli omicidi» di tutti gli States, ma nel frattempo è cambiata tantissimo. La scena culturale e gastronomica è molto vivace. È una città davvero bella per viverci.

Com’è cambiata l’immagine che ha degli americani nel corso dei mesi?
Washington è una città internazionale. La «vera» America l’ho scoperta viaggiando per fare dei reportage e c’è una cosa che colpisce noi europei e che accomuna gli americani: il loro patriottismo e il loro entusiasmo. Se chiedi a qualcuno per strada «come stai?», non ti risponderà mai «ma sí, va bene», bensí «vado alla grande!». E la stessa risposta te la dà il commesso che per 10 dollari all’ora fa il turno di notte al supermercato. È un popolo sempre ottimista.

Che differenza c’è fra il lavoro di giornalista in Ticino e negli Stati Uniti?
La differenza principale è che come corrispondente hai più responsabilità, ma anche più indipendenza nel gestire il lavoro e il tuo tempo libero. L’altra grande differenza è che lavorando al TG a Comano mi dovevo occupare dei temi più disparati, mentre qui posso concentrarmi sugli Stati Uniti. Se capita un evento importante nel cuore della notte, devo essere pronto per andare in diretta dopo un’ora. E senza sembrare un sonnambulo…

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Obama? Finora l'ho visto tre volte... »

Andrea Vosti

Come corrispondente a Washington quante volte si vede o s’incontra Obama personalmente?
Finora ho visto Obama tre volte, e due volte era in conferenza stampa nel Rose Garden con Angela Merkel. Ma il più delle volte, se devo fare un servizio, è più semplice seguire le conferenze in ufficio che andare alla Casa Bianca, dove si perde parecchio tempo ai controlli di sicurezza. Ma devo ammettere che essere a pochi passi dall’uomo più potente del Pianeta è un’emozione speciale.

Quanto è difficile oppure facile avvicinarsi alle personalità dichiarando di essere
un giornalista svizzero?
Appena arrivato, un collega mi ha dato un consiglio: «Se vedi un politico famoso e vuoi strappargli una battuta, mettigli il microfono sotto il naso e non dire che sei della tivù svizzera». In effetti, qui ti rendi conto che siamo un paese piccolo e quasi insignificante. I politici vanno alla Cnn o alla Bbc, noi non interessiamo loro.

Qual è l’evento che l’ha colpita in questi mesi di permanenza negli Stati Uniti?
Senza dubbio i disordini scoppiati in varie città dopo la serie di neri uccisi da poliziotti bianchi. Sono la triste dimostrazione che la questione razziale, 60 anni dopo Martin Luther King, è ancora un nervo scoperto. I discendenti degli schiavi si sentono ancora discriminati e l’elezione del primo presidente di colore della storia non ha cambiato le cose.

Hillary Clinton ha annunciato la sua candidatura per le elezioni 2016. Pensa che possa diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti?
Se si votasse oggi, Hillary vincerebbe quasi di sicuro. Anche perché il partito repubblicano non ha un vero favorito. E poi l’economia ha ripreso a girare, la disoccupazione è ai livelli piú bassi da dieci anni. Sarei felice di coprire l’elezione di una donna alla presidenza, ma un po’ questa cosa dinastica mi infastidisce. Per la democrazia sarebbe piu’ sano non avere un’altra Clinton o un altro Bush alla Casa Bianca. Ma è l’America, prendere o lasciare.

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Testo: Gerhard Lob
Foto: MAD
Pubblicazione:
lunedì 18.05.2015, ore 10:00


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