Intervista esclusiva
agli «Stadio»

Il 4 maggio, la band bolognese vincitrice del festival di Sanremo 2016 si esibisce in Ticino. Abbiamo incontrato la voce e il leader Gaetano Curreri. — DIEGO PERUGINI

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Hanno vinto, un po’ a sorpresa l’ultimo festival di Sanremo. Un riconoscimento importante per uno dei gruppi più longevi del pop d’autore italiano.



Quella degli Stadio è una storia lunga e ricca di successi, vissuta sempre lontano dal divismo e dagli eccessi. Iniziano nel 1977 a Bologna sotto l’ala protettiva dell’indimenticabile Lucio Dalla, che accompagneranno per molti anni prima di spiccare il volo da solisti. Nel loro curriculum ritroviamo tanti piccoli grandi classici come Generazione di fenomeni, Grande figlio di puttana, Sorprendimi e Dammi 5 minuti. E, soprattutto, Chiedi chi erano i Beatles, un gioiello melodico dal testo emozionante scritto dal poeta Roberto Roversi. Punto fermo della formazione bolognese è Gaetano Curreri, leader semplice e alla mano, nonché autore di razza che ha composto tante pagine doc per Vasco Rossi, altro grande amico-collega. Gli Stadio sono attesi il 4 maggio al Palazzo dei Congressi di Lugano dove presenteranno il loro ultimo cd Miss Nostalgia, che include anche Un giorno mi dirai, il brano del trionfo sanremese, toccante dialogo fra un padre e una figlia in chiave rock. Per l’occasione abbiamo intervistato Gaetano Curreri in esclusiva per «Cooperazione».

Un piccolo passo indietro alla vittoria al festival: a distanza di qualche settimana, come si sente?
Come la pallina di un flipper, sballottato qua e là. Davvero non pensavo che vincere a Sanremo portasse tutto questo clamore. Gli impegni si sono moltiplicati, la gente ti guarda in un altro modo, tutti ti cercano e tutti ti vogliono. Mi sembra d’essere Miss Italia. Alla mia età è un’esperienza inattesa, molto bella ed interessante, che corona ufficialmente tanti anni di duro lavoro. Un lavoro certosino e sempre alla ricerca della qualità.

E ora è già tempo di tour...
Be’, come diceva Patty Pravo, facciamo tutto questo per poi andare in concerto. Oggi più di prima, visto che i dischi si vendono meno di un tempo. Noi abbiamo una lunga tradizione live e, pur negli inevitabili alti e bassi di carriera, abbiamo sempre garantito spettacoli di alto livello. Quest’ultimo, poi, ha tre o quattro colpi di regia che lasciano con la bocca aperta. Ma con la semplicità che ci contraddistingue. Da persone vere.

In scaletta ci saranno anche i brani di «Miss Nostalgia»?
Sì, ben 10 su 12. Perché siamo orgogliosi del disco. È una specie di summa della nostra storia. Dove la «nostalgia» del titolo non è malinconia, ma un guardarsi indietro con affetto. Come dire: il tempo ci ha dato ragione. Le nuove canzoni hanno il marchio Stadio e si mescolano bene ai tanti classici come Sorprendimi o E mi alzo sui pedali. Poi, quando arriva Chiedi chi erano i Beatles la gente impazzisce.

Nell’album ritroviamo anche due vostri numi tutelari: Lucio Dalla e Vasco Rossi.
Vasco è il compagno d’avventura di tutti i giorni, il complemento di me stesso, quello che non sono io. È come un vento che soffia, a volte anche fastidioso perché sconvolge le tue certezze. Un vento che se lo sai cogliere ti fa volare. Lucio è il maestro, il bravo artigiano che mi ha preso a bottega e mi ha insegnato il mestiere. Lui vedeva in me potenzialità che io non capivo, così una volta ha minacciato di licenziarmi se non gli portavo un pezzo scritto da me. Allora ho deciso che dovevo buttarmi e vincere pigrizia e paure.

Il 4 maggio suonerete a Lugano: che ricordi ha del Ticino?
Ne ho uno proprio riferito a un tour con Lucio, nei primi anni 80, dove m’affibbiò il soprannome di «Maravione», quello che si meraviglia. Perché, passando il confine a Chiasso ed entrando in Svizzera, feci un «ooooh» di meraviglia, anche se in realtà il paesaggio non era poi così diverso da quello lombardo. Un nomignolo che mi portai addosso per un bel po’.

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