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Kasabian, un rock da sballo

LA MUSICA — Intervista a Sergio Pizzorno, leader della celebre band inglese. Al centro il nuovo disco «48:13», un elettrizzante concentrato di stili e generi. Già un successo il singolo Eez-eh, potenziale tormentone dell’ estate 2014.



È un tipo particolare,
che non passa inosservato. Quasi due metri d’altezza, barba, folti capelli neri e look estroso, da bohemien del nuovo millennio. Anche perciò non stupisce che Sergio Pizzorno, leader dei Kasabian, sia un’icona rock corteggiata dal mondo della moda e imitata da centinaia di epigoni. Questo «gigante buono», sorridente e dai modi gentili, guida uno dei gruppi più forti in circolazione, i Kasabian, da molti considerati gli eredi degli Oasis. Vengono dalla provincia inglese, Leicester, e sono in giro da una decina d’anni. Il loro status è internazionale, come conferma il lungo tour appena iniziato, che li porterà dalla vecchia Europa sino in Australia, Giappone, Canada e Stati Uniti. Il 4 novembre suoneranno all’Hallenstadion di Zurigo, qualche giorno prima (l’1) al Forum di Assago (Milano).

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Per l’occasione presenteranno il nuovo cd 48:13 (Sony Music), lavoro brillante e di tendenza, un mix di stili da far girare la testa e muovere i piedi. «Come titolo ho scelto semplicemente la durata dell’album: un’esperienza di ascolto che dura 48 minuti e 13 secondi, tutto qui. Un titolo breve, sintetico. Come il disco: volevo un sound più diretto, che arrivasse subito. E che riassumesse i tre generi che amo e con cui sono cresciuto: il rock di fine anni Sessanta, l’hip hop e l’elettronica. Abbiamo preso un po’ di qua e un po’ di là: perché nella musica non s’inventa più nulla, però puoi rimescolare le carte e creare sempre qualcosa di nuovo. E a noi piace cambiare e stupire. Come fa David Bowie. Non sai mai quel che combinerà» spiega.

In effetti 48:13 è un lavoro potente ed eclettico, fantasioso e creativo, che segna un altro passo avanti nella carriera dei Kasabian. «Mettiamola così: se non hai mai fatto uso di droghe, quest’album ti dà le stesse sensazioni senza che tu debba assumere sostanze. Ci sono momenti in cui ti senti veramente sballato, spaventato, disorientato, gioioso, momenti in cui senti come un nodo alla gola… Ecco, quella sensazione lì».

Il primo biglietto da visita, in circolazione già da alcune settimane, è il singolo Eez-eh: batteria a 120 bpm per un irresistibile ritmo dance. Non ci sorprenderemmo di trovarlo fra i tormentoni dell’estate 2014. Il testo racconta di una notte brava in compagnia, dove si beve e ci si diverte. «Ma c’è anche un risvolto più polemico, l’insofferenza verso regole e imposizioni. Soprattutto quando al potere ci sono gli uomini sbagliati». Clouds mette in fila visioni psichedeliche, pulsioni rock e sintetizzatori nella descrizione di un ragazzino fatto di acido che va in un centro commerciale. Glass flirta col rap e stigmatizza la mania tecnologica dei nostri tempi: «Non sono contro le innovazioni, però siamo sommersi da un eccesso di informazione e comunicazione: così si uccide l’immaginazione, non hai più tempo per riflettere, per annoiarti. Non capisco come la gente riesca a stare così tanto dietro ai social. Meglio trovare il tempo di prendersi un buon caffè con un amico». Bow è un’altra botta d’energia, con sintetizzatori in evidenza e un testo che incoraggia un amico in difficoltà a non lasciarsi andare. Più polemica è Stevie, sorta di grido di guerra contro il sistema: «L’idea di fondo è che siamo stufi, non ne possiamo più della politica, del consumismo, di tutto. Siamo ancora in campo, siamo ancora pronti a lottare anche se cercano di annientarci».

Chiude il cerchio e abbassa il tiro la struggente dolcezza di Scissor Paper Stone, brano intenso e spirituale, dedicato al cantante Tom Meighan, inseparabile compagno di band: «È il mio modo per dirgli: ne abbiamo fatta di strada insieme, amico mio!». Infine, qualche curiosità sulle ori-gini italiane di Pizzorno: «Sono nato in Inghilterra, ma mio papà viene da Genova, infatti tifo Genoa. L’italiano? So solo qualche parola, da ragazzo mi sono rifiutato di impararlo, facevo il ribelle. E sbagliavo. Rimedierò coi miei figli: intanto li ho chiamati Ennio Silva e Lucio Leone, in omaggio a due grandi come Ennio Morricone e Sergio Leone».

www.kasabian.co.uk

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Testo: Diego Perugini

Foto: mad

Pubblicazione:
lunedì 16.06.2014, ore 00:00


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