Il campione visto attraverso
gli occhi della madre

Dal 17 al 22 gennaio, il Teatro Sociale di Bellinzona presenta lo spettacolo su Kubilay Türkyilmaz, raccontato da quattro donne. Il filo rosso: l’identità e l’integrazione. Ne parliamo con i registi Stroppini e De Benedictis e l’attrice Amanda Sandrelli. — ROCCO NOTARANGELO

La biografia di un campione di calcio come Kubilay «Kubi» Türkyilmaz non può ridursi all’elenco statistico di Wikipedia, con i 34 goal in Nazionale e 187 nei club, dal Bellinzona al Galatasaray. No, è di più, molto di più. Lo dimostra il romanzo-biografia Kubi goal! (ed. Casagrande) dello scrittore e regista teatrale Flavio Stroppini, uscito prima di Natale. Insieme alle gesta pallonare sono narrati anche i risvolti umani e famigliari più intimi e segreti, che hanno marchiato a fuoco Türkyilmaz: l’essere turco dal cognome impronunciabile, il travaglio sull’identità divisa, la ferita del papà malato e assente… Il calcio, la coazione a segnare goal, come occasione di riscatto, in cui si sentiva riconosciuto e accettato. Alla vita dell’icona del calcio ticinese e svizzero degli anni Novanta lo scrittore di Gnosca, oltre al libro, ha dedicato anche una pièce teatrale, scritta con Monica De Benedictis, Kubi, che andrà in scena al Teatro Sociale di Bellinzona il prossimo 17 gennaio, con repliche dal 19 al 22. 


L’identità divisa
Come mai un romanzo e uno spettacolo su Türkyilmaz? «Perché l’identità è il tema che contraddistingue le nostre narrazioni, che sviluppiamo attraverso storie reali, spesso ancorate al territorio, come Prossima Fermata Bellinzona del 2015» sottolinea Stroppini. «L’idea di raccontare Kubi ci è piaciuta anche perché quando ero ragazzo lui era un mio mito. Lo andavo ad ammirare le domeniche al Comunale con mio padre, fan granata. E all’epoca, nell’intervallo delle partite, entravo in campo con altri coetanei, cercando di emularlo, sognando di “essere Kubi”». Non aspettatevi, però, di vedere il nostro bomber recitare sul palco del Sociale. Lui è in televisione che gioca una partita speciale: è l’8 giugno 1996, allo stadio di Wembley a Londra, la nazionale rossocrociata affronta i padroni di casa, l’Inghilterra nella gara inaugurale degli Europei. Nella pièce, quindi, Kubi è una presenza eterea. I protagonisti in carne e ossa sono invece quattro donne, tra cui la madre Necla, la figura principale. 


Flavio Stroppini e Monica De Benedictis, registi dello spettacolo teatrale.

A Wembley e sul palco
«Sul palco abbiamo 90 minuti di partita e 90 minuti di spettacolo, nel senso che si giocano due gare, quella a Wembley e quella tra le quattro donne: calcio e integrazione», spiega la regista Monica De Benedictis. In sintesi, la storia della pièce è questa: Necla vuole vedere la partita Inghilterra-Svizzera nell’appartamento del quartiere popolare delle Semine, dove è nato il figlio e dove hanno vissuto i primi anni appena arrivata a Bellinzona. Questa scelta logistica ha un valore di rivalsa. Con lei c’è Maddalena, la sua migliore amica, emigrata romagnola, con cui ha condiviso un passato di difficile integrazione, e Camilla, figlia di Maddalena e portinaia del palazzo. A scombussolare tutto, però, arriva inattesa Luisa, la figlia del proprietario dello stabile, che ha sempre fatto notare la differenza sociale tra lei e gli abitanti del «Bronx di Bellinzona». La notte prima si era rifugiata nell’appartamento al piano di sopra per «motivi personali», dai curiosi e imbarazzanti risvolti che qui non sveliamo. Ma perché è proprio Necla a raccontare del figlio campione e del tema identità-integrazione? «Perché nessuno meglio di lei può raccontare Kubi. Necla è una figura forte che offre la possibilità di mettere in scena una prospettiva personale, originale, intima. Arriva a Bellinzona da Istanbul a 17 anni, incinta di Kubi, senza sapere una parola d’italiano. E dovrà in seguito assumersi anche il ruolo paterno, quando suo marito per ragioni di salute dovrà “assentarsi”. Insomma, quello della mamma è il punto di vista privilegiato per raccontare Kubi», afferma De Benedictis.


Durante le prove di «Kubi»: da sin. Jasmin Mattei (nel ruolo di Camilla), Silvia Pietta (Luisa), Amanda Sandrelli (Necla) e Tatiana Winteler (Maddalena).

La rabbia verso le ingiustizie
A interpretare Necla sul palco è Amanda Sandrelli, un’attrice di grande spessore – figlia della star del cinema italiano Stefania – che da alcuni anni si è votata al teatro. «Quando Stroppini, con cui ho già collaborato in precedenza, mi ha raccontato del progetto mi ha convinta subito. Perché è una storia bellissima, che trascende il calcio e parla di donne e di identità» spiega Sandrelli. Che cosa apprezza della figura di Necla e come si è avvicinata a questo personaggio? «La mia chiave d’ingresso è quella di una donna che perdona tutto, che guarda al bicchiere sempre mezzo pieno, che ha fiducia nella vita, anche se ha preso tanti schiaffi. Se non fosse stata una donna forte non ce l’avrebbe mai fatta a crescere tre figli con il marito malato e senza lavoro, tra difficoltà linguistiche e culturali. Leggendo il copione mi sono emozionata per come Necla abbia sofferto per le ingiustizie gratuite subite dal figlio. Per una mamma – lo sono anch’io – è terribile. Ecco, il sentimento che mi accomuna a Necla, nonostante le differenze sociali, è la rabbia verso le ingiustizie».


Amanda Sandrelli, attrice, interpreta Necla, la mamma di Kubi.

Il momento clou
Sul palco del Teatro Sociale si giocano quindi due partite, quella reale di Kubi e quella culturale tra le quattro donne. «Per le donne – precisa Stroppini – la gara di calcio diventa l’occasione per lavare i loro panni sporchi. Si conoscono da una vita, ma non si nascondono le reciproche diffidenze, incomprensioni e ruggini. Durante i 90 minuti, infatti, si punzecchiano, si scontrano e si confrontano senza pausa, in un crescendo che spiazzerà non poco gli spettatori. Kubi è una commedia sardonica, graffiante, in cui c’è tanta allegria, alternata a scene di commozione e malinconia». Il momento clou dello spettacolo è il rigore assegnato alla Svizzera all’82°. L’Inghilterra è in vantaggio uno a zero. Mentre i rigoristi ufficiali Chapuisat e Sforza danno forfait, sopraffatti dalla paura, a mettere la palla sul dischetto ci va, spinto dal destino, l’attaccante turco-bellinzonese. Due, tre minuti per riavvolgere la pellicola della sua vita, poi il bolide smarcante nella rete del portiere inglese, il goal liberatorio, che esorcizza rabbia e dolore. Una pièce a lieto fine? «Il rigore è la catarsi, ma una catarsi provvisoria, perché dopo quel goal la partita poteva finire con un altro risultato, così come la partita della vita e dell’integrazione è in continua trasformazione, senza un approdo finale», concludono all’unisono Flavio Stroppini e Monica De Benedictis. 

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