LAC, «Lugano Arte e Cultura»
Il programma e i retroscena

Il 12 settembre apre i battenti il LAC. Per tre settimane offre eventi teatrali, mostre, concerti. Il programma completo, le videointerviste.

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Archiviate le polemiche e le «gufate» dei mesi scorsi, il LAC può ora salpare con la sua prua verde di marmo sulle procellose acque della cultura. Infatti, dal 12 settembre, data dell’apertura ufficiale, e per tre settimane, si presenta al pubblico con un formidabile programma di eventi: dalla musica al teatro, dalla danza alle conferenze.



Una festa popolare, per scoprire questa megastruttura (180mila m3) progettata dall’architetto Ivano Gianola, costata 200 milioni di franchi, con una sala concertistica e teatrale di mille posti – perla per estetica e qualità acustica – nonché il nuovo Museo d’arte della Svizzera italiana e altri spazi multiuso.




Intanto, il cartellone della festa d’inaugurazione promette bene: pensiamo alla mostra «Nord-Sud» sugli artisti europei ai due versanti delle Alpi dal 1860 al 1960 (tra cui Segantini, Klee, Turner), al concerto con la Nona sinfonia di Beethoven dell’OSI e del coro della RSI, a un ospite eccezionale come Giorgio Albertazzi che leggerà alcuni canti della Divina Commedia e una lunga lista di spettacoli teatrali, danzanti e performance varie.
L’evento-clou, che però avrà l’onore e l’onere della cerimonia d’apertura, è la pièce «La Verità», della Compagnia Finzi Pasca.



Abbiamo raggiunto al telefono negli Stati Uniti Daniele Finzi Pasca per raccogliere le sue considerazioni sul LAC e farci raccontare dello spettacolo, di cui è autore e regista. Sul centro culturale, il suo giudizio, da luganese e da artista, è un elogio sperticato: «Il LAC è un progetto straordinario, pensato e realizzato con molta, molta cura. All’inizio ho fornito anche consigli e alcune dritte sulla struttura all’architetto Gianola. Di sicuro è un’opera non effimera, per l’immediato, ma per questa e le prossime generazioni. Perché il Ticino deve prestare attenzione anche alla cultura, una necessità della società». Dunque, il 12 settembre, alle ore 19:30, «La Verità» apre in pompa magna il sipario e la storia del LAC. Ma non si tratta della «première». Perché questo spettacolo solca già da due anni i palcoscenici dei teatri più prestigiosi al mondo: dalle Folies Bergère di Parigi al teatro di Montevideo, con tappe anche a Zurigo e al Piccolo di Milano. «La Verità è comunque un progetto nato in collaborazione stretta con la città di Lugano, con il desiderio di riportare la compagnia in Ticino» precisa Finzi Pasca. «Le prime prove le abbiamo realizzate a Lugano. Ora, dopo due anni, “torniamo a casa” e ci presentiamo con la massima maturità, dando allo spettacolo una bella rinfrescata, una nuova versione, che qui però non posso rivelare».

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Il nostro è un teatro di clown e di filosofi un po’ cialtroni»

Daniele Finzi Pasca, regista

Il paradosso del teatro
Ma, intanto, perché questo titolo filosofico, «La Verità», al singolare e con la V maiuscola? «Il nostro è un teatro di clown e saltimbanchi, di filosofi un po’ cialtroni» si schernisce il regista. «In scena, come diceva Cechov, si cerca di rappresentare la vita tale e quale, ma non si può morire o sanguinare veramente. Il paradosso del teatro è che per essere veri si deve essere in qualche modo finti. Tutti sappiamo che è finzione e il giocare a rappresentare la realtà colpisce le nostre corde più profonde. E spesso ci assale il dubbio che la vita sia apparenza, illusione. Ma se tutto è illusione, siamo proprio sicuri di quello che vediamo? Ecco, è questa riflessione filosofica un po’ naïf che plasma La Verità».
La trama si dipana intorno al mito di Tristano e Isotta, al loro amore folle, romantico e tragico. Sulla scena, subito all’inizio, come un prologo, il pubblico di Lugano verrà ipnotizzato da un fondale di 9 metri per 15 con i due amanti, dipinto da Salvador Dalì negli anni '40 per il balletto surrealista «Mad Tristan» al Metropolitan di New York. «Di questo mito, nato nel Medioevo in Cornovaglia, mi colpisce la potenza e la modernità di Isotta. Una donna che, in un periodo storico dominato dal potere maschile assoluto, si ribella e mette a repentaglio il matrimonio per donarsi all’amore di Tristano. Di più, giustificata come trasgressione legittima» racconta con pathos il regista.

La Verità non rappresenta solo le vicende di Tristano e Isotta, ma anche l’universo surrealista del pittore spagnolo. «Infatti, in simbiosi con il mito dei due innamorati, raccontiamo anche la vita del pittore spagnolo, in particolare i suoi ultimi anni. Le due storie si incrociano. Di Salvador Dalì si conoscono il suo istrionismo, le sue boutade, ma nell’ultima parte della sua vita, vecchio e abbattuto per la morte della moglie e musa Gala, sbocciarono dentro di lui profonde riflessioni metafisiche. Lo spettacolo usa e ricompone come in un mosaico frammenti della sua vita, dei suoi scritti, dei suoi quadri».


Il fondale di Salvador Dalì, dipinto negli anni Quaranta per il Metropolitan di NY.

Il surrealismo di Dalì si manifesta non solo attraverso il grande telone con le figure di Tristano e Isotta dipinte come tronchi e rami d’albero, ma anche con la sagoma di una grande testa di cavallo, che lascia sbigottiti non pochi spettatori. C’è un valore simbolico? «Va detto che delle scene create da Dalì per il Tristano e Isotta di New York si è salvato solo il telone» precisa Finzi Pasca. «È  grazie alle fotografie e ad alcuni documenti filmati che abbiamo potuto ricostruire la totalità della scena. E scoprire che c’era anche un telone di fondo in cui emergevano tre teste di cavalli. Il nostro scenografo Hugo Gargiulo si è ispirato a questa immagine e ha costruito una gigantesca testa scultorea di cavallo per evocare un collegamento ideale con la versione newyorkese».

Acrobazie e illusioni scenografiche
Non è automatico per gli spettatori capire questo nesso storico… «No, ma ognuno si lascia ammaliare dalla propria fantasia. I quadri di Dalì sono un universo simbolico aperto alle interpretazioni e il teatro, come molta arte, per fortuna, non è sempre didascalico. Lo spettatore viene colpito dalle immagini, va a scavare, scopre che hanno un senso e ne è gratificato».
«La Verità» è un’opera dove la parola è assente. È teatro di coreografie acrobatiche e illusioni scenografiche, con 14 artisti che provano a liberarsi dall’attrazione terrestre per rappresentare l’amore di Tristano e Isotta e la vita di Dalì. «Non è però uno spettacolo silente. Le parole esistono, ma sono accessori tra i tanti per evocare certe immagini. Non si racconta una storia in modo lineare, c’è comunque un dialogo con il pubblico» puntualizza il regista. «Nella gran parte della tradizione del teatro – da quello cinese alla Commedia dell’arte – l’acrobazia è parte costitutiva della formazione di ogni attore. Noi seguiamo questa nobile tradizione.
I nostri attori sono talenti multiformi, incarnano personaggi usando prodezze ginnico-acrobatiche e sono anche musicisti con una preparazione vocale. Insomma, il nostro è un teatro totale!».

La magia dei costumi
Anche la musica de «La Verità» ha una funzione essenziale. Scritta da Maria Bonzanigo, cofondatrice della Compagnia, verrà eseguita dall’Orchestra della Svizzera italiana. «Nei nostri spettacoli la musica è l’ossatura, è una parte strutturale. Di più, è il profumo principale che lascia un odore sugli spettatori anche dopo che scende il sipario» afferma Finzi Pasca. «La collaborazione con l’OSI è iniziata con lo spettacolo Nebbia e si è consolidata con La Verità. E dovrebbe allargarsi anche ai Barocchisti di Fasolis».
Infine, un ruolo fondamentale ne La Verità spetta anche ai costumi. Sono loro a esaltare la magia del surreale e a catturare la fantasia degli spettatori. «Tutto merito della costumista Giovanna Buzzi, abilissima nell’elaborare i costumi. Ha una capacità straordinaria di cucire vestiti, che paradossalmente non sembrano costumi teatrali. E hanno una leggerezza che ricordano quelli dei film di Fellini e, soprattutto, del neorealismo di De Sica e Rossellini».

Il lac in festa

12 settembre: la Compagnia Finzi Pasca presenta lo spettacolo «La Verità». Con nove repliche fino al 20 settembre.

12 settembre: esposizione Orizzonte Nord-Sud. Protagonisti dell’arte europea ai due versanti delle Alpi 1840-1960. Con opere di Giacometti, Segantini, Klee, Turner. Inoltre, mostre personali di Giulio Paolini nello Spazio -1 e di Anthony McCall nello Spazio -2.

19 settembre: Giorgio Albertazzi recita alcuni canti della Divina Commedia.
25-26 settembre: la Nona sinfonia di Beethoven eseguita dall’OSI e dal coro della RSI, diretti dal maestro Ashkenazy.


Il programma dettagliato nel sito:
www.luganolac.ch


La sala teatrale e concertisitca del LAC di 800 m2 e circa 1.000 posti.


Giancarlo Helbling, direttore artistico Teatro Sociale di Bellinzona.
«I pubblici sono diversi»

«Il LAC è un grosso stimolo per tutto il Ticino. Spero riesca a funzionare da volano e inneschi un circolo virtuoso che faccia crescere tutta la scena teatrale cantonale» afferma senza timori Giancarlo Helbling, direttore del Teatro Sociale di Bellinzona. «Il LAC naturalmente non può limitarsi al mercato ticinese, non è quello il suo mandato. Sarà interessante anche verificare la politica dei prezzi, come reagirà il pubblico». Come si posiziona il Sociale di Bellinzona rispetto alla proposta teatrale del LAC? «Di sicuro, il centro culturale di Lugano ci stimolerà a precisare la nostra offerta, ad affinare la nostra identità. Anche se, in ogni caso, abbiamo pubblici diversi e siamo diversi anche come metri cubi. Non avrebbe senso presentare al LAC spettacoli che, per ragioni di spazio, vanno bene al Sociale, e viceversa».
Tra LAC e Teatro Sociale sono pronte forme di collaborazione. Il direttore Helbling ci dà una anticipazione: «la pièce il Gabbiano, di Cechov, diretta da Carmelo Rifici, è una produzione che coinvolge il LAC, il Sociale e il Piccolo di Milano. È in cartellone a novembre a Lugano e a Bellinzona. Sono molto contento perché ci sono alcuni eccellenti attori della Svizzera italiana, che hanno lavorato al Sociale in questi anni, quali Anhai Traversi e Igor Horvat».



Armando Calvia, direttore artistico del Cinema Teatro di Chiasso.
«Un’operazione lungimirante»

«Il LAC è un’operazione intelligente e lungimirante. Perché Lugano, oltre ad essere una piazza finanziaria, ha un retroterra culturale profondo ed è sede di una radio e di una tv nazionali» dichiara Armando Calvia, direttore artistico del Cinema Teatro di Chiasso. «Il LAC riunisce in un unico contenitore la musica, il teatro e l’arte, in una struttura accogliente e bella. Sui contenuti, l’offerta teatrale dovrebbe forse orientarsi di più verso il grande bacino lombardo». Chiasso sarà in concorrenza con il LAC? «Il Cinema Teatro di Chiasso vive già oggi una forte concorrenza da Lugano, dal Teatro Sociale di Como e dai teatri di Milano. In questi anni, però, abbiamo constatato che, grazie a un’offerta attenta e innovativa, siamo in grado di competere, di avere un nostro spazio. Penso al successo del festival del jazz o di Festate».
Tra Chiasso e il LAC sono possibili delle collaborazioni? «Sulle proposte teatrali, il mio auspicio è di costruire con Carmelo Rifici del LAC un prolifico scambio, magari su piccoli eventi che possono essere prodotti insieme. Sulla collaborazione musicale c’è invece più concretezza: il 3 novembre 2015 il Cinema Teatro ospita un recital di musica classica della pianista Melodie Zhao, organizzato proprio con LuganoMusica».



Paolo Crivellaro, direttore artistico del Teatro Locarno.
«Differenziare le proposte»

Dopo il giudizio positivo sul LAC («totale simbiosi fra teatro, musica e arte di alto livello»), il direttore artistico del Teatro di Locarno, Paolo Crivellaro, sottolinea la «stima e la fiducia nella capacità, creatività e nella visione del teatro del direttore del LAC Carmelo Rifici». E sul rischio che Lugano metta in ombra Locarno, Crivellaro vede come via d’uscita «una programmazione differenziata. Il Ticino difficilmente può sostenere l’attività di quattro teatri, pur diversi tra loro per capienza e risorse economiche. Se Bellinzona ha già tracciato in questi ultimi anni un percorso di conoscenza con realtà artistiche territoriali e Chiasso si segnala per una offerta generalista, dove accanto al teatro brillano le proposte di musica e danza, il Teatro di Locarno resta fedele a una linea di teatro d’arte con una programmazione delle più note messinscene realizzate in Italia e incursioni in più generi».
Infine, Crivellaro ci tiene a ricordare la fruttuosa collaborazione con il Teatro di Chiasso: «Per la stagione 2015/2016, abbiamo scelto insieme due, tre spettacoli che troveranno ospitalità nei nostri teatri. Infine, esiste anche un costante scambio di riflessioni sulla vita teatrale con Bellinzona e Lugano. Chissà che non riusciamo a organizzare dei festival su tutto il territorio cantonale».

A colloquio con Manuele Bertoli, direttore del dipartimento educazione, cultura e sport (DECS).

Qual è il suo giudizio sul LAC?
È un’opera di grande rilevanza per il panorama culturale della Svizzera italiana. Finora è stato al centro dell’attenzione per la costruzione, ma dovrà farsi un nome soprattutto per i contenuti.

Il LAC non è solo di Lugano, visto che il Cantone ha fornito un contributo per la costruzione (5 milioni), sussidia il Museo d’arte della Svizzera italiana Lugano, l’OSI, la compagnia Finzi Pasca…
Certamente, il LAC non è un progetto che si limita alla città. Il Cantone non sovvenziona infrastrutture locali, ma si focalizza soprattutto sui contenuti, nel caso del LAC sostenendo i soggetti da lei citati, che concorreranno a farlo vivere e apprezzare nella Svizzera italiana, oltre Gottardo e all’estero.

In giugno è stata istituita la Con-ferenza cantonale della cultura, composta da rappresentanti del Cantone, dei Comuni e di imprese private, tra cui anche Coop. Con quali obiettivi?
L’obiettivo principale consiste nel creare una piattaforma permanente attorno alla quale costruire la politica culturale ticinese in maniera unitaria o almeno coordinata. Questo gremio deve poter ragionare complessivamente sulla cultura nel nostro Cantone, contribuire a ridurre la frammentazione dell’offerta e migliorare l’impiego delle risorse disponibili.

Quale apporto possono dare gli enti privati?
Abbiamo scelto una rappresentanza di quei privati abituati a sostenere la cultura, quindi a valutare i progetti, a definire una politica della promozione culturale. Crediamo che in questo ambito pubblico e privato possano e debbano lavorare assieme.

Nel 2013 il Decs ha speso per la cultura circa 35 milioni di franchi. Se si analizzano i vari settori, in particolare i sussidi per libri, riviste e le attività culturali, emerge un diffuso assistenzialismo, la pratica dei contributi a pioggia…
Non credo che sia una lettura corretta. All’interno della spesa culturale vi sono capitoli milionari e sostegni di pochi franchi, non tanto perché si vuol dare a tutti, ma perché la produzione culturale cantonale si basa anche su molte attività di pic-cola dimensione, pur di qualità. Scartare a priori quel che costa poco in termini di promozione sarebbe sbagliato.



Manuele Bertoli: «Pubblico e privato possono e devono lavorare insieme».

Testo: Rocco Notarangelo
Foto: Annick Romanski, Nicola Demaldi, mad, Massimo Pedrazzini

Pubblicazione:
martedì 18.08.2015, ore 00:00