L’America in Ticino: mais e sweatpants

Julie e Laila sono due ragazze arrivate in Ticino dal Nord America. Studentesse all’università della Svizzera italiana, non hanno mai avuto problemi di inserimento. — Amelia Valsecchi Jorio

Quando Julie Seabrook arrivò per la prima volta in Svizzera c’era la squadra di basket ad attenderla. La sua scelta di partire dal Canada era infatti finalizzata alla carriera sportiva. Fu durante una delle prime cene alle quali Julie venne invitata che, a causa della lingua, incappò in una situazione grottesca. La compagna di squadra le offrì una cena a due portate: un primo di pasta e un secondo a sorpresa. Quando Julie chiese all’amica che cosa ci sarebbe stato per secondo, lo stomaco le si chiuse sentendosi dire: «Mais al forno». Il mais le suonò come «mice» in inglese: cioè topi.

Il melting pot californiano
Come potevano gli svizzeri cucinare topi al forno? Julie cercò in tutti i modi di convincere l’amica che non aveva più fame, ma lei insisteva sicura che le sarebbe piaciuto. Che sollievo quando la vide sfornare il mais: «Ohh! – sbottò, con le lacrime agli occhi dalle risate – “mais”». Julie scoprì così che ci sono parole in italiano che hanno lo stesso suono di altre parole in inglese, ma con significati completamente diversi. Durante la cena non si parlò d’altro e questo fu l’inizio dell’integrazione di Julie in Svizzera. Per la specialista in terapia etnoclinica, Francine Rosenbaum, i nordamericani non hanno grosse difficoltà di adattamento in Svizzera. Il modello culturale dal quale provengono è visto in modo positivo dagli svizzeri e non desta difficoltà d’accettazione. Una realtà così piccola come la nostra però, è molto lontana da quella nordamericana, dove la gente è già abituata a vivere in una società multiculturale. Proprio per questo si può affermare che Laila Zubair, studentessa di origini indiane, ma nata e cresciuta in California, rappresenti proprio la realtà americana.
Proveniente da una cultura aperta e positiva, l’americana Laila si è integrata facilmente nel tessuto sociale ticinese. Non ha stentato a imparare la lingua e le abitudini svizzere. «Per me non ci sono stati problemi a trasferirmi a Lugano – spiega –, l’unico aneddoto che mi ricordo è quando arrivai per la prima volta in Ticino con la valigia piena di «sweatpants», i pantaloni da ginnastica. Ne avevo fatto una gran scorta in America. Da noi si usano per andare al college, mentre ho subito capito che in Svizzera si indossano solo nel tempo libero o per fare sport, perciò li riportai a casa al primo rientro».

C’è sempre un po’ di nostalgia
Anche se ben inserite, a Laila e Julie manca soprattutto l’internazionalità delle città americane. Se l’Usi rappresenta un buon punto di partenza, dove si mescolano etnie e culture diverse, per Laila la città scarseggia ancora di ristoranti, dove poter gustare le specialità provenienti da tutto il mondo. Allora si cimenta nella cucina indiana, ricca di spezie, invitando le amiche a cena nel suo appartamento, dove il dopocena può sfociare in un’animata discussione su quali scarpe indossare per il ballo della sera…. A Julie invece mancano i negozi aperti la domenica e i famigliari nei giorni di festa. Frequentare un’università più piccola rispetto a quelle americane, dove ci si conosce quasi tutti, è una gran fortuna. Difatti Laila e Julie che non si erano mai viste prima. Ora stanno già facendo amicizia.

Intervista a Francine Rosenbaum, terapista etnoclinica, sul valore delle differenze.

La diversità fa paura?
Purtroppo sì e spesso viene recepita come un momento destabilizzante e spiazzante.

I nordamericani sono favoriti nell’integrazione?
Sì, certamente. Il modello nordamericano è visto positivamente da noi, perché mette poco in discussione il nostro.

Ma ci sono punti incongruenti?
La società nordamericana è molto più dinamica e aperta rispetto alla nostra. È lo specchio di una società multiculturale abituata al «melting pot» (amalgama all’interno della società umana di elementi diversi), ed è soprattutto molto più grande.

Cosa consiglia, invece, agli studenti provenienti da realtà diverse dal Nord America?
Ogni incontro con il «diverso» è un arricchimento, una festa e una crescita personale, sia del mondo che scopriamo, sia di noi stessi. Penso quindi che più tendiamo ad aprirci più possiamo essere felici in questo universo, mentre più ci chiudiamo più corriamo il rischio di creare conflitti sia con gli altri, sia con noi stessi.  

Quale consiglio si sente di dare ai giovani ticinesi?
Di viaggiare e di imparare a conoscere e scoprire altre realtà culturali.


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