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L’arte d’arrangiarsi

Ilario Garbani-Marcantini nutre una grande passione per le cornamuse. Ha imparato a suonarle da solo in quella che chiama la «scuola della zampogna».

Sabato non ho tempo. Devo accompagnare San Nicolao a Locarno». Non sono in molti a poter addurre una ragione del genere per declinare un invito. Ma Ilario Garbani - Marcantini può farlo senza passare per bugiardo. In Valle Onsernone, oltre ad aver rilanciato la farina bóna, Ilario è conosciuto per la sua passione per le cornamuse. Ci viene incontro davanti alla chiesa di Cavigliano e non passa inosservato: indossa un tabarro e un cappello, e tra le braccia tiene una zampogna. Ci accompagna per le viuzze del paesino intonando diverse melodie.

I bambini dell’asilo in ricreazione smettono di giocare e accorrono per vedere lo zampognaro in azione. Non è cosa di tutti i giorni sentire il suono della zampogna. Per molti questo strumento è legato unicamente al periodo natalizio.

Ma Ilario ci tiene a mostrare che la zampogna non serve solo per suonare «Tu scendi dalle stelle» e intonare il famoso «Piva piva l’olio d’oliva»... «Il brano a cui sono più affezionato e che suono sempre con piacere è “Il signore delle cime”. È un pezzo a cui sono legato perché con Carlo Bava (con cui ho creato il Verbanus Duo) siamo stati i primi ad adattarlo per zampogna e ciaramella (strumento della famiglia dell’oboe, ndr). Abbiamo fatto dei lavori di ricerca per ampliare ed elevare un po’ il repertorio« ci spiega Ilario.

Tutto parte dalla passione di Ilario per la ricerca. È grazie alla sua curiosità musicale che negli anni ’80, scopre piva ticinese & Co. Ilario ci mostra quattro strumenti: «Sono tutte cornamuse, ma hanno un secondo nome. C’è la gaita, suonata in Spagna, la piva ticinese, la Highland – la cornamusa scozzese – e la zampogna, che viene dall’Italia meridionale. È quest’ultima la più antica cornamusa e risale all’incirca all’anno zero e poi è stata portata più a Nord dall’impero romano. La cornamusa scozzese è la più conosciuta e ha una grande tradizione, ma è più tardiva, è arrivata in Scozia verso il XII secolo. La piva ticinese risale probabilmente al 1400-1500. Intatte non ne sono state trovate, a parte un “chanter” – canna del canto – a Sonogno, quindi abbiamo dovuto costruirle basandoci su dipinti trovati nelle chiese, in particolare grazie a un affresco della chiesa di Maggia. Per quanto concerne gli spartiti, invece, si sono dovuti ripescare facendo capo anche alla ricca tradizione bergamasca dei «baghetèr».

«

Quando ho comperato la mia prima zampogna mi prendevano in giro, non credevano che avrei imparato a suonare lo strumento…»

Possiamo intuire parte del repertorio grazie a melodie e ad alcune canzoni popolari. Io ho iniziato a fare una ricerca sulla musica popolare in Valle Onsernone negli anni ’80. Ho raccolto i ricordi di persone anziane che mi parlavano della piva e che a loro volta ne avevano sentito parlare dai propri nonni» e mentre Ilario ci racconta la genesi di questa sua passione, improvvisa un canto «Suonarem la piva e balarem un po’…».

Poi riprende il discorso: «si potrebbe dire che la piva ticinese  per me è un’utilitaria, una macchina comoda quando vai in giro, che va bene un po’ dappertutto. Con la piva ticinese posso fare di tutto, posso anche suonare e cantare contemporaneamente. Ha un suono più semplice e più leggero rispetto alla zampogna e la uso per accompagnare fisarmonica e violino con il trio Fregüi». La passione per la musica era germogliata già prima in Ilario, che suona anche il flauto e la fisarmonica «ma diversamente dalla piva e dalla zampogna, non nutro una grande passione per quest’ultimo strumento». Sarà anche a causa del fascino dell’esotico e dell’ignoto. «Oggi puoi cercare su youtube video di qualsiasi strumento e trovi qualcosa.

Negli anni ’80 invece andavo nel Sud Italia per imparare a suonare la zampogna. Mi portavo appresso un piccolo registratore. Mi recavo ai festival almeno una volta all’anno. Ho preso una sola lezione a Scapoli nel Molise, detta “la capitale della zampogna”, dal più grande suonatore di zampogna, Piero Ricci. Lui mi ha dato due o tre dritte pratiche. Il resto l’ho imparato da solo, ascoltando le sue cassette.

Quando ho comperato la mia prima zampogna  mi prendevano in giro, non credevano che avrei imparato a suonare lo strumento. È stata davvero dura: la prima volta che l’ho presa in mano i pezzi sono caduti per terra. Dopo più di un mese arrivano finalmente le nuove ance. Solo che erano “vergini”: tutte da adattare e lo strumento da intonare. Con il primo zampognaro distante mille chilometri… Ma mi ci sono messo e quando c’è la passione si fa tutto. Nel 1999 ho scritto un metodo per imparare a suonare la zampogna che ancora oggi è richiesto». Questa è quella che Ilario definisce la «scuola della zampogna», ossia l’arte d’arrangiarsi con le conoscenze che si posseggono e appropriandosi di quelle che ancora non si padroneggiano, procedendo per tentativi e con passione.

In questi giorni Ilario è impegnato in cortei natalizi e fiaccolate. La zampogna non sarà solo uno strumento natalizio, ma è innegabile che è in questi giorni che vive i suoi momenti di gloria. Poi seguirà una piccola pausa prima di riprenderla, perché «alla lunga l’è una piva» conclude scherzando Ilario.

In pillole

Nasce nel 1960 ed è profondamente legato alla Valle Onsernone. Nel 1985 si stabilisce a Cavigliano con la moglie, con cui ha due figli oggi adulti. Insegna a metà tempo alle scuole elementari di Intragna «ho una classe di bravi allievi che hanno voglia di lavorare». Tra il suo impegno ai mulini di Vergelletto per la produzione della farina bóna e la sua passione per le cornamuse che suona e che insegna a suonare nella scuola creata a Cavigliano, gli resta poco tempo libero, che occupa leggendo e andando al cinema. Gli piace viaggiare, ma quando lo fa è per documentarsi su mulini o cornamuse.




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Testo: Raffaela Brignoni

Foto: Pino Covino

Pubblicazione:
giovedì 19.12.2013, ore 17:09


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