L’avvocato Daniele Jörg: da 37 anni orbita intorno al Festival di Locarno con vari ruoli. (Foto: Massimo Pedrazzini)

Pardo Story: da Rezzonico a Wenders

Dal 2 al 12 agosto, il Festival di Locarno festeggia la 70ª edizione. Una lunga storia piena di aneddoti, come quella che ci racconta Daniele Jörg, un'istituzione del Pardo. — LORENZO BUCCELLA

In 37 anni di Festival ha visto avvicendarsi tre presidenti e sette direttori artistici. Per l’avvocato Daniele Jörg, la storia di Locarno è anche una buona fetta della sua biografia. Ora è segretario del Consiglio direttivo del festival, ma prima, a Locarno, ha fatto di tutto. A partire dal 1981, quando Raimondo Rezzonico lo chiama a collaborare…
Sì, la prima edizione di Rezzonico in qualità di presidente è stata anche la mia prima edizione. Avevo 25 anni, ero uno studente e lui mi chiamò come suo assistente per ricoprire un ruolo da coordinatore del festival. Qualcosa che ora sarebbe come un direttore operativo, solo che ai tempi il festival era molto piccolo. Ci lavoravano poche persone e il mio ufficio era nel bagno del piccolo appartamento che faceva da quartier generale.

Una sorta di conduzione familiare che però riusciva a portare quei giovani registi che di lì a poco sarebbero diventati grandi nomi del cinema mondiale.

Proprio quell’anno mi ricordo che aiutai un giovanissimo Spike Lee a salire sul palco di Piazza Grande per andarsi a prendere un Pardo vinto con il suo primo film Joe’s Bed-Stuy Barbershop: We Cut Heads. Lui era terrorizzato dall’idea di dover affrontare il pubblico. Non era mai uscito dagli Usa  ed era arrivato a Locarno con quella pellicola che era anche il suo diploma scolastico. Era sperduto di fronte a 3.000 persone.

Solo 3.000 persone?

Certo. A quel tempo Piazza Grande non era immensa come adesso. Le sedie finivano già all’altezza di via Marcacci e tra l’ultima fila e la cabina c’erano venti metri. Era tutto più concentrato, ma a noi sembrava già vastissimo e affollato. Così come tutto era più artigianale, rispetto alla straordinaria professionalizzazione che c’è stata negli anni successivi e che oggi ci regala lo splendido colpo d’occhio di 8.000 persone sedute davanti al maxischermo.



Artigianalità che a quel tempo, per l’assistente di una figura carismatica come Raimondo Rezzonico, voleva dire esser pronto a far di tutto...   

Nel corso della stessa sera mi capitava di portare gli ospiti con la macchina in piazza, suonare il gong che dava l’avvio alla serata, per poi chiudermi dentro la cabina di proiezione, che allora non aveva certo le tecnologie di oggi. Una volta si è rotto un ingranaggio e mi ricordo di aver passato tutto il tempo a tenere con un dito la puleggia su cui scorreva la pellicola per salvare la proiezione di un film, senza che qualcuno si accorgesse del problema.  

Aneddoti che sembrano
d’altri tempi, anche perché poi il festival è cresciuto...  

Uno dei punti di svolta, secondo me, è stato l’arrivo nel 1992 di un direttore come Marco Müller. Prima c’era l’esperienza di David Streiff che era stata preziosa, perché aveva dato al Festival delle basi solide con un seguito di affezionati ben radicato. Poi è arrivato Müller, che oltre alle grandi competenze, soprattutto nel cinema orientale, ha avuto la capacità di trasformare le sue intuizioni in ventate di novità. E tutto è partito da una stretta di mano.

In che senso?

Non appena Streiff aveva annunciato l’addio al festival, dopo una cena in Vallemaggia, nel viaggio di ritorno ho accompagnato Raimondo Rezzonico e Marco Müller. Ed è stato proprio nella mia auto che gli è stata fatta la proposta di diventare direttore. Una breve contrattazione e poi la stretta di mano che sancì l’inizio della collaborazione. Tutto questo, tornando verso Locarno, mentre ero al volante.
  

Uno spirito d’avventura, proprio come per le scoperte cinematografiche...  
Di quei periodi mi ricordo il nervosismo di un giovanissimo Wim Wenders, chiuso in bagno dalla paura prima della proiezione in Piazza Grande del Cielo sopra Berlino. Così come non posso dimenticare le bizze di un genio come Jean-Luc Godard. Il festival aveva deciso di fare delle pubblicazioni speciali delle sue famose Historie(s) du cinéma e lui aveva fatto impazzire tutti quanti. Alla fine ne realizzammo 100 copie, quasi tutte andate perdute per l’alluvione che colpì Locarno qualche tempo dopo. Oggi ne rimangono solo quattro esemplari. E uno lo conservo gelosamente io.

Un vero cimelio...
Ma ce ne sono stati anche di più effimeri. Una sera diedi un passaggio a Gong Li, l’attrice cinese di Lanterne Rosse. All’epoca era di una bellezza così travolgente che quando lasciò un’impronta sul finestrino, non lavai più l’auto per mesi, pur di mantenere il segno della sua presenza.

Personalità del cinema che spesso tra le sedie di Piazza Grande si sono mischiate a quelle politiche...

Be’, sotto il grande schermo, mescolate alla gente comune ho visto figure politiche di primo piano. Da Helmut Kohl a Giovanni Spadolini, per non parlare di tutti i consiglieri federali che sono passati da Locarno. Una volta, nel mio primo periodo al festival, mentre c’era una cena alle Magistrali, arrivò un acquazzone e, per portarli in salvo dalla pioggia, usammo il primo mezzo a disposizione, che era un furgoncino della protezione animali. Tutto questo nel divertimento degli stessi politici federali.

A proposito di acquazzoni, lei ancora oggi viene chiamato “l’uomo della pioggia”...
Infatti, per tanti anni sono stato la persona che rimaneva in contatto con Meteo Svizzera Locarno Monti per decidere se una proiezione si doveva tenere in Piazza Grande o al chiuso del Fevi. E non erano pochi i registi che mi chiamavano, offrendomi persino casse di champagne, perché optassi per il grande schermo all’aperto anche quando le previsioni non erano clementi. Oggi la questione è diventata meno spinosa, perché in caso di pioggia le proiezioni si tengono in entrambi i posti.

Del resto oggi il festival può vantare una più vasta piattaforma professionale...
È uno dei meriti di un presidente eccezionale come Marco Solari. Perché se Rezzonico ci aveva messo la passione, dopo la morte prematura di Giuseppe Buffi, con l’avvento di Solari il festival ha compiuto un cambio di marcia fondamentale per costruire una nuova era. È grazie alla sua visione lungimirante che si è creato un nuovo modello organizzativo, capace di far crescere la rassegna in questi ultimi anni. Competenze, intuito, contatti e intelligenza: solo uno come Solari poteva orchestrare una vasta operazione di questo tipo.
  

Non a caso il festival arriva all’importante ricorrenza del 70°, inaugurando nuove infrastrutture come il Palacinema. Che effetto le fa pensando al suo primo ufficio-bagno del 1981?
Per il festival avere una struttura che gli faccia da casa durante la manifestazione è risultato tanto bello quanto meritato. Poi, certo, quando metterò piede nel Palacinema, per prima cosa andrò a vedere i bagni che ci saranno a fianco degli uffici. Giusto per ricordarmi da dove sono partito... (ride).

Da Adrien Brody a Vanessa Paradis fino ai registi americani come Todd Haynes: sono alcuni dei grandi nomi che arrivano a Locarno dal 2 al 12 agosto per la 70ª edizione del festival. Un compleanno importante che porta in dote anche il Palacinema. Senza dimenticare i significativi riconoscimenti dello schermo di Piazza Grande impresso sulla nuova banconota da 20 franchi al francobollo speciale della Posta svizzera.
Tutte le informazioni su www.pardo.ch


Commento (0)

Grazie per il vostro commento.

Questo commento ha un contenuto sgradevole?

Il testo sarà controllato ed eventualmente modificato o bloccato.

Il vostro commento

Non avete ancora scritto il commento.

Questo campo deve essere compilato. Grazie.

Campo obbligatorio
Questo campo deve essere compilato. Grazie.










Si prega di commentare nel rispetto della nostra netiquette e degli altri utenti.

LEGGI ANCHE…


L'appuntamento quindicinale

Le analisi di Ceroni su Cooperazione

Parliamo d'arte

La rubrica "Il quadro" di Cooperazione



Login con il profilo di Cooperazione

Chiudere
Fehlertext für Eingabe

Fehlertext für Eingabe

Dimenticato la password?