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Il designer Bruno Monguzzi nel suo atelier e i ricordi dell’Esposizione universale canadese del 1967. (Foto: Sandro Mahler)

Expo ʼ67: «Man the Provider»: sei brevi filmati non sincronizzati e in uno spazio circolare, sulla fame nel mondo.

Padiglione della meccanizzazione agricola: scritta al neon accesa-spenta in rapida successione nello spazio d’entrata.

L’expo del 1967 che segnò una carriera

La storia del designer ticinese Bruno Monguzzi, che a 24 anni progettò nove padiglioni all’esposizione universale di Montréal. — Mattia Bertoldi

Molti lo conoscono in Ticino come insegnante, ma Bruno Monguzzi è innanzitutto un amante della comunicazione, sin da piccolo alla ricerca del linguaggio universale. «Avevo tre o quattro anni, le persone che mio padre incontrava per lavoro parlavano francese o tedesco. Non riuscivo a capirli. Mi arrabbiavo. Quando mia nonna di Roma mi parlò dell’esperanto, una lingua che avrebbe di fatto aiutato gli esseri umani di tutto il mondo a capirsi, le chiesi di insegnarmelo. Ma quel progetto era fallito, e per la prima volta compresi che anche gli adulti potevano essere stupidi».



L’uomo giusto al posto giusto
Dopo gli studi a Ginevra e a Londra, Monguzzi lavorò a Milano e tornò nella capitale britannica per progettare due mostre con due amici architetti. Correva il 1965, e uno studio nordamericano che aveva vinto un concorso per l’Expo ʼ67 di Montréal non se la passava molto bene. «Avevano l’urgenza di trovare qualcuno che in tre mesi li aiutasse a superare la severa e definitiva valutazione di una commissione. Fui proposto a mia insaputa e così mi ritrovai davanti a un ignoto signore di New York che mi aveva convocato in un lussuoso albergo senza sapere a cosa andavo incontro. Espose delle tavole – tutti progetti del suo studio – e mi chiese di giudicare in tutta franchezza. Lo feci e le mie osservazioni devono averlo colpito perché, senza chiedere altro, mi propose di occuparmi di un’area a tema per Expo ʼ67 costituita da nove padiglioni dedicati ai problemi dell’alimentazione a livello planetario. Dalla borsa estrasse un contratto che mi pregò di leggere… e firmare. Esterrefatto gli dissi che così, su due piedi, non ero in grado di decidere – significava trascorrere in Nord America almeno due anni! Mi rispose che non c’era problema e guardò l’orologio: erano le 11.30, avevo tempo fino alle 14 per decidere. Mostrai il contratto a mio zio all’ambasciata svizzera e alle 14 il contratto era firmato».





La decisione di Monguzzi rispecchia il suggerimento che ha poi dato a tanti studenti di arti visive. «Oggi è facile viaggiare, e illudersi di capire altre culture in poche ore – per esserne permeati bisogna viverle pienamente e per un progettista della comunicazione è fondamentale ampliare lo spettro del proprio vissuto. Sono stato fortunato: le opportunità mi sono sempre cadute addosso».
Ma ammette anche di avere un qualche merito: «Forse la vocazione di assumere e approfondire i problemi nella loro complessità, rifuggendo dagli stereotipi e innamorandomi ogni volta del problema dell’altro».

L’avventurosa vita del ritrattista ticinese Adolfo Müller-Ury, nato ad Airolo ma cittadino del mondo.

L’esposizione universale del 1889 a Parigi è ricordata come l’evento che presentò al mondo la torre Eiffel. Tra i visitatori di quell’edizione c’era un giovane artista che – nonostante il cognome – nasceva 27 anni prima in Ticino, ad Airolo. Adolfo Müller-Ury aveva studiato arte a Monaco e Roma prima di approdare nella capitale francese, nel 1883. Dopo quattro anni di permanenza a Parigi, l’artista intraprese lunghi viaggi in Africa e negli Stati Uniti; emigrò a New York proprio nel 1887, ma tornò in Europa due anni più tardi e visitò l’Esposizione universale.

Nel corso della carriera si affermò sempre più come ritrattista, al punto che i suoi servizi erano richiesti dagli uomini più potenti sulle due sponde dell’Atlantico: prova ne furono i dipinti dedicati all’imperatore tedesco e Re di Prussia Guglielmo II, al presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt e al consigliere federale Giuseppe Motta, alla fine degli anni Trenta. Le sue opere sono oggi conservate in numerosi musei e un suo ritratto di Edith Galt (moglie del presidente americano Woodrow Wilson) fa bella mostra di sé all’interno della Casa Bianca, a Washington.

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