L'orrore compiuto da persone normali

Giornata della memoria. Parla Maurizio Binaghi, presidente dell’Associazione degli insegnanti ticinesi di storia, sull’importanza di questa disciplina. — ISABELLA VISETTI

Qual è il significato della Giornata della memoria? 
La Giornata della memoria nasce per ricordare la liberazione del campo di Auschwitz il 27 gennaio 1945 e per educare affinché la memoria impedisca il ripetersi di fatti tremendi come la Shoah. Il ricordare chiama in causa memoria e storia, che però non sono però la stessa cosa: la memoria serve a costruire un’identità. Un popolo, uno stato, dimentica alcune cose e se ne ricorda altre per cristallizzare un’identità; si parla di radici, di memoria storica, si richiama una storia funzionale ai bisogni politici. 

L’Associazione ticinese degli insegnanti di storia (ATIS) propone ogni anno attività in occasione di questa ricorrenza: con che spirito?
A noi dell’ATIS sta a cuore la Giornata della memoria non come culto delle vittime, dei genocidi, delle deportazioni, per noi l’aspetto interessante è capire come delle persone normali abbiano potuto compiere delle violenze. In altre parole, non ci mettiamo solo dalla parte di chi ha subito, ma consideriamo anche che – in determinate condizioni – ci potremmo trovare dall’altra parte. La memoria è utile se non serve a giustificare o sostenere una posizione, se pone dei quesiti, se interroga l’identità e la realtà e se interroga nel profondo. L’ATIS nelle sue attività ha sempre cercato di promuovere questo tipo di memoria, una memoria non troppo comoda.

Come accolgono gli studenti le vostre proposte per la  Giornata della memoria?
Abbiamo un buon riscontro. È piaciuto in particolare il programma di qualche anno fa dedicato all’Africa e ai bambini soldato; in generale sono molto coinvolti quando c’è la presenza di testimoni, che raccontano la loro storia. Quando il tema è la Seconda guerra mondiale, per ragioni anagrafiche abbiamo ormai sempre meno testimoni diretti. Se da un lato, queste testimonianze vanno trattate con cautela dal punto di vista storico, perché la memoria non è sempre del tutto oggettiva; dall’altro, sono una fonte preziosa soprattutto per i giovani che si avvicinano a questo argomento, perché se si digitano su un motore di ricerca le parole “shoah, ebrei, olocausto” fra i primi siti che compaiono vi sono quelli negazionisti e revisionisti.

Com’è evoluto il rapporto tra storia e memoria?
Nell’800 la materia storia nasce come creazione di memoria: si esce dalla scuola dell’obbligo da patrioti, con la conoscenza degli eroi nazionali e questo è un processo avvenuto anche in Svizzera. Dall’inizio del ’900 la storia cambia però profondamente: acquisisce uno statuto di disciplina scientifica, basandosi principalmente sull’analisi dei documenti e su un metodo storico. 

Cosa comporta questo mutamento?
Si giunge a una divisione importante tra la memoria collettiva e la ricerca storica che, con metodo scientifico, esercita il dubbio e così facendo “smonta” la memoria collettiva. Per fare un esempio: la memoria collettiva ci dice che la Svizzera è stata fondata il 1° agosto 1291 da tre cantoni, mentre la storia ci dice che probabilmente non è successo nulla il 1° agosto e che il trattato è un falso. Questi due approcci si contrappongono e sono difficilmente conciliabili, anche perché spesso ci sono esigenze politiche: è quello che si chiama uso pubblico della storia, quando la storia viene utilizzata per interessi politici. 

A cosa serve studiare la storia?
Io dico che non serve a niente, nel senso che non deve essere “serva” di qualcuno o qualcosa, altrimenti non è più libera. L’apprendimento della storia deve mostrare che quello che noi crediamo è molto più complesso di ciò che sembra e che per arrivare alla comprensione di come si sono formate le cose occorrono sforzi e strumenti adatti. La storia aiuta anche a riflettere su stereotipi e luoghi comuni, quelle idee che sono dentro di noi ma che non hanno alcun valore storico. 

La storia vive una seconda giovinezza, format televisivi e articoli dedicati a temi storici riscuotono un grande interesse: cosa ne pensa? Questa è una storia asservita all’intrattenimento?
Non sono contro questa fruizione della storia: occorre vedere caso per caso come i progetti vengono sviluppati. Di fronte ai grandi cambiamenti in atto, è innegabile che c’è un forte bisogno di radici. Ma, come dice lo storico del Medioevo Massimo Montanari, più si scende nelle radici, più le radici si diramano. Spesso si vede nel vicino un altro da noi e si pensa che scavando nel passato si trova qualcuno di uguale a noi solo per il tratto di sangue. In realtà mio nonno è molto più diverso – per quello che pensa e per come agisce – della persona che vive qui a fianco a me ora, anche se magari proviene da un’altra cultura e parla una lingua straniera. Crediamo che risalendo al bisnonno o trisnonno troviamo qualcuno di simile a noi, la storia invece ci fa scoprire l’alterità nel passato. Spesso però le narrazioni storiche nei media rispondono a questo bisogno di trovare nel passato qualcosa di familiare e di rassicurante. Questo è un limite, come lo è il ricorrere al mistero, al segreto, ai colpi di scena quasi che la storia per essere appassionante debba essere come un film d’azione o un thriller. 



Anche l’ATIS si dedica alla divulgazione con un nuovo progetto editoriale...
Sì, abbiamo creato una collana denominata “Atis. Quaderni di storia Svizzera” pubblicata da Gianpiero Casagrande editore perché come docenti di storia ci siamo resi conto che la Svizzera italiana non aveva le traduzioni dei nuovi studi sulla storia elvetica. In questa collana saranno presentate in lingua italiana opere utili per conoscere la storia Svizzera e per aggiornare la storiografia ticinese. L’idea è di pubblicare volumi snelli, accessibili al grande pubblico e agli studenti. Il primo quaderno della collana è firmato da Pietro Boschetti, uno storico che ha lavorato al fianco di Bergier e che ha pubblicato una sintesi di tutti i rapporti presentati dall’omonima commissione, istituita vent’anni fa. Questo quaderno sarà presentato il 26 gennaio alla Biblioteca cantonale di Lugano.

Cosa proporrete agli studenti per Giornata della memoria?
Torniamo al tema principe della Seconda guerra mondiale e della Shoah, partendo dal punto di vista svizzero. Il 25 gennaio, all’Auditorio dell’USI tutte le classi di IV del Liceo di Lugano 1 vedranno dei video con delle testimonianze proprio per affrontare il tema della storia e della memoria. Sarà anche l’occasione per riflettere su come sia ancora difficile in Svizzera discutere di storia della Seconda guerra mondiale in un’ottica meno patriottica. 

In che senso?
Ancora oggi c’è una memoria storica difesa – giustamente – da chi all’epoca ha vissuto i fatti, testimoni che dicono di essere stati pronti a combattere e di aver mantenuto la democrazia, tutto vero e legittimo nella memoria, ma dal punto di vista storico ci sono elementi che dimostrano come accanto a questa volontà di resistenza ci fosse una  collaborazione abbastanza intensa con il regime nazista, una collaborazione dettata in parte dalla necessità, ma che è andata ben oltre questa necessità. È però ancora difficile presentare una storia della Svizzera che mostra anche questo lato, un lato delicato e proprio per questo interessante anche per noi dell’ATIS. 

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