Dietro il dottor Peter Collmer, la statua di Lenin, in uno degli spazi del Museo nazionale di Zurigo. (Foto: Pino Covino)

La Svizzera vista da Lenin

Intervista a Peter Collmer, storico dell’Università di Zurigo, che ci racconta di Lenin e dei rapporti (tribolati) tra Svizzera e Russia. — PAOLO D'ANGELO

E’ una splendida mattina di primavera a Zurigo. Camminiamo lungo la Spiegelgasse. In questo vicolo del centro storico è nato il dadaismo e hanno vissuto grandi esponenti della letteratura tedesca: Johann Kaspar Lavater, Gottfried Keller, Georg Büchner. Qualche passo ancora, ed eccolo, il civico numero 14, dove ad attenderci c’è Peter Collmer, storico dell’Università di Zurigo. Sopra le nostre teste si legge: “Qui visse, dal 21 febbraio 1916 al 2 aprile 1917, Lenin, capo della rivoluzione russa”.

Eccoci davanti alla casa di Lenin, il borghese che 100 anni fa rovesciò il potere zarista.
Dalla Svizzera cosa si è portato in Russia?

Alla Svizzera era poco interessato. E non gli piaceva neppure troppo il suo sistema politico, che rispondeva a una società da lui ritenuta troppo reazionaria e con nessuna aspirazione al cambiamento.

Un Lenin deluso?
Più che deluso, frustrato. Il suo impeto rivoluzionario in Svizzera non gli servì. Nell’inverno del ‘16-17 tentò di dividere i socialdemocratici svizzeri, ma non ci riuscì. Robert Grimm, esponente di spicco del PS di allora, non voleva la scissione del partito e la nascita di un gruppo radicale.

Una Svizzera troppo provinciale per Lenin?
La definizione è inappropriata. A Lenin interessava mobilitare la classe operaia, cambiare la società, rivoluzionarla. E non le grandi città o le loro offerte culturali.

Niente distrazioni. Il suo obiettivo era la rivoluzione.
Sì, un obiettivo perseguito in quasi tutta la sua esistenza. La Svizzera, dal canto suo, gli diede  la possibilità di ottenere asilo politico e di fuggire dal dispotismo zarista. Lenin si poté così concentrare sul suo lavoro di studio e ricerca nella Biblioteca di Stato di Zurigo, beneficiando di un sistema bibliotecario il cui funzionamento di prestito capillare e gratuito lo affascinò a tal punto da voler esportare in Unione Sovietica il modello elvetico.


Come fu accolto dai socialisti svizzeri?
Lenin rimase sconosciuto a lungo, anche tra i socialisti svizzeri. Si mise in evidenza quando, nelle conferenze socialiste internazionali di Zimmerwald nel 1915 e di Kiental nel 1916, si espresse con veemenza a favore della rivoluzione mondiale proletaria. In quelle occasioni ebbe modo di far conoscere il suo programma e di crearsi una cerchia di sostenitori, tra cui Fritz Platten, uno degli esponenti di spicco della sinistra elvetica dell’epoca che, nell’aprile del 1917, prese parte all’organizzazione del viaggio in treno dalla Svizzera in Russia. Le sue posizioni, invece, rispetto a quelle di Robert Grimm, rimasero distanti.

Con quali mezzi finanziari poté vivere in Svizzera?
Lenin visse con mezzi limitatissimi. Allora, generalmente, gli stranieri non avevano diritto all’aiuto sociale. Le comunità russe in Svizzera, presenti numerose a Ginevra e a Zurigo, avevano istituito delle fondazioni di sostegno economico. A quei tempi i russi vivevano in una sorta di società parallela. Avevano i loro ristoranti, i loro punti di ritrovo e, nel periodo della rivoluzione, si dividevano in bolscevichi e menscevichi.

E gli svizzeri in Russia, anch’essi numerosi, come si schierarono di fronte ai moti rivoluzionari di quegli anni?
Nel 1917 erano oltre 20.000 gli svizzeri in Russia. Tra di essi vi erano ticinesi, molti gli architetti, e grigionesi, specializzati nel settore della pasticceria. Con la rivoluzione non ebbero molte possibilità di scelta. Furono espropriati dei loro beni e furono moltissimi, oltre 8.000, coloro che fecero ritorno in Patria. Chi restò, si schierò contro la Rivoluzione. Ma ci furono anche svizzeri, una piccola minoranza, che si adattò ai tempi nuovi, come ad esempio alcuni grafici, che lavorarono per i bolscevichi.

I russi-svizzeri tornati in Svizzera cosa fecero?
Si organizzarono in una lobby, che contribuì a rafforzare di molto l’anticomunismo in tutto il Paese. Sostenevano che non sarebbe stato possibile, per la Confederazione, riconoscere la nuova Russia comunista, fino a quando non sarebbero stati risarciti dei beni e dei patrimoni che erano stati loro confiscati. È questo uno dei motivi per cui che l’Unione Sovietica fu riconosciuta dalla Confederazione elvetica soltanto nel 1946, dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

Un altro avvenimento che segnò quegli anni fu lo sciopero nazionale del novembre del 1918. Fu la fine della speranza per i socialisti di cambiare la Svizzera?
La maggioranza degli svizzeri non voleva cambiamenti radicali. Questo sciopero fu d’ispirazione socialdemocratica e portò a cambiamenti sociali come, per esempio, la riduzione dell’orario di lavoro. Se fosse stato “à la Lenin”, sarebbe risultato molto più violento ed estremo.

Quanto fu utile la Svizzera per Lenin?
Per Lenin rappresentò un luogo in cui poter lavorare indisturbato. Lenin riteneva che, se ci fosse stata una rivoluzione mondiale, la Svizzera non avrebbe giocato un ruolo importante. Per lui era inadatta alla rivoluzione.

In Svizzera, la profonda anima anticomunista ha dominato fino al 1991, anno in cui tramonta l’impero sovietico?
Dopo la rivoluzione d’Ottobre, la Svizzera sperò in una caduta rapida del potere comunista. Quando l’Unione sovietica vinse la Seconda Guerra Mondiale e diventò una Superpotenza, nel 1946 la Confederazione non ebbe altra scelta: riallacciare i rapporti diplomatici interrotti con la Rivoluzione d’Ottobre. Una ragione fu la presenza di oltre 8.000 soldati sovietici in Svizzera, internati durante il Secondo conflitto bellico mondiale. L’Urss accettò la ripresa dei rapporti soltanto dopo avere ricevuto le scuse ufficiali dalla Svizzera.

Come erano, invece, i rapporti Svizzera-Russia prima della rivoluzione russa?
Al Congresso di Vienna del 1815 si mise in dubbio la necessità, in Europa, dell’esistenza della Svizzera. Fu soprattutto la Russia dello Zar Alessandro I a ritenerla necessaria, uno Stato cuscinetto neutrale nel cuore dell’Europa, collocato tra i grandi stati europei. Con la Rivoluzione del 1848 e la nascita della Svizzera moderna, liberale e democratica, si assistette ad una rottura ideologica con le potenze conservatrici, dominanti in Europa. La Russia autocratica non vedeva di buon occhio la Svizzera liberale, considerata come un potenziale focolaio rivoluzionario. Una tensione ideologica che si prolungò fino al 1917, anno della rivoluzione di febbraio. Dopo la presa del potere bolscevico, fu la Svizzera a considerare pericolosa e destabilizzante la Russia rivoluzionaria. Nel 1991 si presentò, per la prima volta, la possibilità di porre fine a questa divisione ideologica. Negli anni Novanta Mosca si espresse a favore di una Russia all’interno di un’Europa democratica. Con Putin la strada intrapresa, è invece un’altra. I rapporti sono tornati ad essere ambigui e si assiste, di nuovo, a una visione ideologica differente.

L’Europa può fare a meno della  Russia?
Sono convinto che la Russia sia parte integrante dell’Europa. Senza di lei una pace stabile non è possibile.

Foto, documenti, oggetti d’arte e dipinti dell’epoca raccontano al Museo nazionale di Zurigo, fino al 25 giugno 2017, la Rivoluzione russa e i suoi effetti sulla Svizzera.

Museo nazionale svizzero
Museumstr. 2
8001 Zurigo
info@snm.admin.ch

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