Gianna A. Mina in una sala del Museo Vincenzo Vela a Ligornetto, che dirige dal 1992. (Foto: Annick Romanski)

La carica dei 1111 musei

Giornata internazionale, il 21 maggio. Gianna A. Mina, presidente dell’Associazione svizzera dei musei, sul panorama museale ticinese e nazionale. I nuovi compiti e le nuove sfide. — ISABELLA VISETTI

Il mese scorso è stata pubblicata la prima statistica che fotografa il panorama museale elvetico: dati confortanti, preoccupanti o sorprendenti?
Sono dati confortanti, perché quasi i tre quarti della popolazione li frequenta; e in parte sorprendenti, perché oltre il 90 per cento dei musei organizza visite per il pubblico. Dati che attestano un notevole interesse per queste istituzioni culturali, oltre che per il lavoro – sovente poco conosciuto e riconosciuto – svolto al loro interno.

La Svizzera ha 1111 musei: sono troppi?
La densità dei musei in Svizzera è indubbiamente tra le più alte al mondo se rapportata alla popolazione. Oltre all’elevato numero colpisce la loro distribuzione capillare su tutto il territorio nazionale e la loro grande varietà, che va ben oltre la tipologia più nota e discussa nei media, quella del museo d’arte. Ma le cifre da sole significano poco.

Cosa serve allora per comprendere questo dato?
Nel nostro Paese i musei sono ben radicati nel tessuto culturale e sociale, in quanto espressione di un’identità che si è sviluppata nel tempo. La Svizzera è anche un paese di collezionisti d’arte e di manufatti di ogni genere. Grazie al suo assetto federalista, la gestione delle collezioni pubbliche è rivendicata a livello cantonale e locale, un fattore determinante per la capillarità e la diversità del paesaggio museale. Il maggior numero di musei svizzeri sono regionali o locali e dunque fortemente collegati al loro contesto geografico. Va inoltre considerato che in Svizzera, anche istituzioni prestigiose come lo sono numerosi musei d’arte, sono nate per così dire “dal basso”, per volontà di associazioni di privati (ad esempio i Kunstvereine), per volere di cittadini interessati, che ancora oggi vigilano su di essi e ne garantiscono, insieme ad altri sovvenzionatori, il finanziamento. 

E cosa dire delle cifre della Svizzera italiana che ha una concentrazione di musei quasi doppia rispetto a quella della Svizzera tedesca, ma ha meno visitatori?
La Svizzera italiana, e dunque soprattutto il Ticino, è ricca di musei etnografici nelle zone periferiche e di musei d’arte nelle città, che sovente ne annoverano più d’uno. A questa ricchezza non corrisponde tuttavia una “massa critica” altrettanto rilevante. Inoltre la Svizzera italiana non può “contare” sul pubblico italofono proveniente da cantoni limitrofi, fatto salvo quello proveniente dall’Italia, essa stessa ricchissima di musei. Infine, il lavoro di traduzione di cataloghi, didascalie, commenti di sala nelle altre lingue nazionali è oneroso e non praticabile facilmente da tutti i musei.

Come valuta la candidatura di diverse località ticinesi per offrire un nuovo tetto al Museo di storia naturale cantonale che deve lasciare la sede luganese?
L’interesse manifestato per il destino di questo museo, se basato su un’autentica presa di coscienza dell’importanza dei musei di storia naturale per la nostra società, è lodevole. Oltre a raccogliere collezioni di grande attrazione, in un museo di storia naturale trovano spazio temi di stretta attualità, legati all’ecologia, alla protezione della natura, al destino della terra e delle sue risorse energetiche… Temi complessi per i non addetti ai lavori, che proprio in questi musei trovano delle chiavi di lettura di fenomeni che riguardano tutti. I musei di storia naturale sono molto amati dalle famiglie e dai ragazzi e saranno necessari in una società sempre più urbanizzata e focalizzata su esperienze “virtuali”. Spero pertanto che il Museo cantonale di storia naturale possa trovare una sede corrispondente alla sua rilevanza.  

Può tentare di definire cos’è un museo nel 2017? 
Esiste una definizione “canonica” di museo, alla quale ci rapportiamo da decenni, formulata da ICOM (International Council of Museums) e incentrata sugli aspetti legati alla conservazione, allo studio e alla divulgazione di un determinato patrimonio. Negli ultimi anni tuttavia il museo si è aperto a nuovi compiti, non solo perché interessato a diversificare e ampliare i pubblici e a consolidare il pubblico esistente, ma perché riflessioni museologiche in perpetuo rinnovamento – mi riferisco in particolare alla “nuova museologica” germinata nel mondo anglosassone negli anni ’70 – hanno motivato i suoi responsabili a mettere in atto strategie e metodi di dialogo con le società di riferimento più coinvolgenti. 

È la cosiddetta “mediazione culturale di museo”...
Sì, dalla didattica frontale, passiva, cattedratica, si è passati alla messa in pratica del principio della partecipazione attiva dei pubblici e della condivisione di sapere e di autorialità. Oggi il museo può essere identificato con un laboratorio di sperimentazione di nuove modalità di dialogo interdisciplinare o di nuove tipologie di costruzione di progetti espositivi, ai quali partecipano anche non addetti ai lavori. Il museo può essere inteso anche come una piazza dove incontrarsi e interloquire, stimolati da una mostra o dalla collezione permanente. E, perché no, può essere ancora identificato con una sorta di oasi dove trascorrere un raro momento dedicato alla contemplazione e all’introspezione.

Dunque, oggi i musei sono ancora necessari?
Certo, se aperti, accessibili e non ripiegati su se stessi, sono più necessari che mai. Mi piace pensare al museo come a uno strumento musicale, che tutti noi abbiamo la possibilità di far risuonare, o come a una mappa d’orientamento per interpretare la complessità del mondo che ci circonda. I musei sono garanti della diversità culturale del nostro Paese, sono luoghi dove dar prova di responsabilità collettiva e affrontare tematiche di urgenza sociale, come l’integrazione, l’attenzione per realtà minoritarie o per tematiche scottanti alle quali, tra l’altro, è dedicata la Giornata internazionale dei musei 2017. 

In che direzione sta andando il sempre innovativo e creativo Museo Vincenzo Vela che lei dirige? 
Dal 2001 il museo, che è un istituto federale gestito dall’Ufficio federale della cultura, ha intrapreso tre percorsi principali: ha dedicato le proprie energie all’approfondimento storico-artistico delle proprie collezioni, ha organizzato mostre dedicate alla scultura dell’800 e moderne e, infine, ha investito molte energie nell’innovazione delle modalità di dialogo con il pubblico e nella diversificazione delle proposte culturali interdisciplinari, parallele alle mostre. Con questo, il nostro programma interpreta i punti cardine dell’attuale Messaggio federale sulla cultura, incentrato sul ruolo attivo delle istituzioni culturali nella coesione nazionale, nell’accesso per tutti e nel rinnovamento dei linguaggi. 

Una grande e bella sfida...
È un impegno complesso, in bilico tra tradizione e innovazione, tra aspettative del pubblico e responsabilità nei confronti delle collezioni, ma anche tra sollecitazioni provenienti dai mutamenti sociali e bisogno di tempi lunghi per approfondire: le ambivalenze di un impegno affascinante e coinvolgente.

Nata a Lugano, Gianna A. Mina è dal 1992 direttrice del Museo Vincenzo Vela a Ligornetto, di proprietà della Confederazione, e dal 2010 presidente dell’Associazione dei musei svizzeri. Domenica 21 maggio è la Giornata internazionale dei musei. Un’occasione per scoprire collezioni e mostre, con programmi speciali e un’apertura prolungata. Tema di quest’anno: “Coraggio e responsabilità”, per riflettere sulla provenienza delle opere in collezione, l’inclusione di minoranze emarginate, ecc.

 

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