Una donna cresciuta a pane e arte. (Foto: Annick Romanski)

La donna che incanta col sale

Le singolari opere dell’artista luganese Aymone Poletti saranno esposte a Venezia fino al 5 agosto. — PATRICK MANCINI

Un uomo sulla spiaggia. Uno scatto in bianco e nero, degli anni ’50. Il sale inumidito che scivola sull’immagine. E che, amalgamandosi, l’abbraccia. Così una vecchia fotografia diventa un’opera d’arte. Grazie al sale. E alle idee, anche un po’ eccentriche, di Aymone Poletti, classe 1978, luganese. Dall’8 luglio al 5 agosto le sue creazioni saranno esposte a Venezia, in uno spazio d’arte nella zona dell’Arsenale. «Il titolo della mostra è Precious – sussurra – perché da materiali semplici si può sempre ottenere qualcosa di prezioso».



Guardando la luna

Il suo laboratorio è in uno scantinato di Canobbio. Un piccolo regno caotico, che emana calore. In un angolo, decine di gusci di uova rotte, cristallizzate attraverso una speciale lavorazione col sale e con l’inchiostro giapponese. «Devo sempre tenere d’occhio la luna – dice Aymone –. Sì, dipende dalla luna il modo in cui il sale si attacca alle opere. Qui si crea in continuazione. Giorno e notte. Col sale rivesto anche vecchie fotografie. In un certo senso dò continuità alla memoria. La storia è importante. A me dà fastidio quando viene presa con leggerezza». Figlia unica, cresciuta a Lugano, Aymone ha studiato architettura a Mendrisio, per poi conseguire un master in comunicazione interculturale a Lugano e un diploma in Arts Management a Winterthur. «A me l’architettura piaceva. Mi affascinava l’idea di costruire. Ben presto, però, mi sono resa conto che non avrei mai potuto lavorare in un normale ufficio, seduta a una scrivania. Oggi mi ritengo una donna felicemente fuori dal mondo. D’altra parte io sono cresciuta a pane e arte. Mentre le mie compagne di scuola giocavano o erano davanti alla tv, io accompagnavo mamma e papà ai vernissage».


 

Una donna con la spada
È una donna dall’aura particolare, Aymone. Riservata, ma dal timbro di voce marcato. Con quella sua “erre” tanto caratteristica, parla del suo gatto, un trovatello tigrato di nome Dante. «Un dolce combina guai. Vive tra le mie opere, tenta di farmi danni in continuazione». E scherza sul suo nome. «Si pronuncia “Emòn”. Deriva dal sassone e significa “chi difende la casa con la spada”. Penso che siano in pochi in Svizzera a chiamarsi come me. Talvolta, quando spedisco un’email o una lettera di presentazione, mi scambiano per un maschio. Io ci rido sopra. Anche perché l’arte non ha sesso». In quasi 20 anni di carriera artistica Aymone si è messa in gioco in oltre una quarantina di mostre, tra collettive e personali. «Nel mio mestiere ci sono i successi, ma bisogna anche essere bravi a incassare dei no. Ne ricordo uno, in particolare, a Parigi. Rifiutarono una mia mostra, non perché le mie opere non piacessero, bensì perché non condividevano alcuni miei pensieri. Ecco perché un’artista non dovrebbe mai svelare completamente ciò che vuole comunicare con le sue creazioni. Altrimenti c’è il rischio di essere fraintesi. Le opere realizzate col sale, d’altra parte, non fanno sempre l’unanimità. Io sono conosciuta, ad esempio, per le incisioni. Progetti diversi possono disorientare. Ad alcuni disturbano perché vanno a toccare l’intimità. Le mie foto al sale in un certo senso modificano i ricordi. C’è chi ci vede la poesia. E chi collega questi meccanismi alla salute, alle malattie senili. Le interpretazioni sono spesso complesse». 

L’ispirazione da Bach
Un paravento colorato sullo sfondo. Pennini, colori, carte di tutti i tipi, un barattolo con inchiostro scuro, e con l’etichetta “succo di chiodi”. Una tastiera, con gli spartiti di Bach. «Quando non trovo l’ispirazione, suono». Aymone, circondata da una miriade di curiosità, racconta delle sue attività collaterali. Della sua esperienza come “artista in residenza”, nel primo semestre del 2015, presso la Cité des Arts di Parigi, dove ha seguito i corsi all’Académie de la Grande Chaumière. Della sua passione nell’insegnare pittura e tecniche miste. E dei dieci anni come curatrice della galleria Spazio78, a Cassarate. «Da ottobre, invece, mi occuperò di una Fondazione d’arte, a Lugano. È una nuova sfida. Ogni tanto penso ai miei esordi. A quando nel 2000 esposi per la prima volta, a Mendrisio. Ho sempre seguito l’istinto, evitando le omologazioni». Il presente di Aymone si chiama Venezia. All’artista ticinese brillano gli occhi, quando fa riferimento all’imminente trasferta nella laguna. «Per questa mostra sono sostenuta da una galleria d’arte di Melano. Vista la concomitanza con la Biennale, le opere saranno sotto la lente di grandi esperti». Emerge ancora il lato più introverso di Aymone. Quella timidezza di fondo. «La cosa più difficile è esporsi. Presentarsi al pubblico. Perché parlare delle mie opere significa parlare di me, aprirmi. Ma non ho paura. Il mio è anche un percorso interiore».

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