La ticinese che vive con i tuareg

Marta Cometti, antropologa di formazione, viaggiatrice per indole e designer di gioielli per scelta. - di SARA BUEHRING

A dispetto di tutte le incognite, l’irrefrenabile sete di libertà e il desiderio innato di avventura, hanno portato Marta Cometti, originaria della Valle di Muggio, ad avvicinarsi al continente nero. Durante i suoi studi in antropologia all’università di Friborgo, Marta intraprende i primi viaggi in Africa, per vivere una realtà diversa da quella conosciuta. Dopo le prime esperienze lavorative al Museo delle Culture di Lugano, Marta sente la necessità d’intraprendere un lungo viaggio, che per oltre dieci mesi la porta in sette paesi africani, tra le diverse comunità indigene. «Sono partita per vedere la popolazione dogon del Mali, che per noi antropologi è un mito. E volevo andare in Congo, nella foresta equatoriale, con i pigmei». Queste esplorazioni la portano attraverso le terre dei tuareg, i nomadi del Sahara, e segnano una svolta nella sua vita. «È stato incredibile, avevo sempre i piedi liberi, non avevo l’orologio, non sapevo che giorno era. È difficile da descrivere…. Una volta che l’hai provato, non puoi più tornare indietro».
Tra i tuareg, abili artigiani, Marta ha la possibilità di conoscere diversi creatori di gioielli. «Desideravo già cambiare professione per poter essere libera, per sfuggire allo stress e alla routine. Al contempo, sognavo di poter svolgere un’attività che generasse un profitto diretto per persone che vivono in situazioni difficili». 

«

Con i tuareg ho instaurato un rapporto di amicizia»

Un artigianato ricco di tradizione

Il passo è stato immediato: dando sfogo alla propria creatività, Marta si riconverte in designer di gioielli. Ora passa diversi mesi all’anno ad Agadez, al limitare del deserto del Ténéré: «Ho una piccola casa in argilla, dormo su una stuoia stesa sulla sabbia, mangio riso sei giorni su sette. Possiedo tutto il tempo che desidero, vivo al ritmo del sole, faccio qualcosa che mi dà soddisfazione e che genera soddisfazione: con la realizzazione dei gioielli riesco ad aiutare economicamente una decina di famiglie». Esprimendosi con una miscela di francese, tamasheq (la lingua dei tuareg), hausa (un’altra lingua parlata in Niger), e con l’aiuto di gesti e scarabocchi sulla sabbia, comunica con gli indigeni. «Non conosco sufficientemente le lingue locali, ma posso affermare senz’ombra di dubbio che ci comprendiamo a meraviglia!». 
Accanto alla sua dimora, sotto la tettoia di un garage, Marta ha creato un laboratorio per la lavorazione dell’argento e la realizzazione dei gioielli. Lei disegna i modelli e acquista argento e pietre, e un gruppo di giovani artigiani tuareg realizza i gioielli, utilizzando antiche tecniche tradizionali. In onore alla cultura tuareg, Marta ha chiamato il suo marchio Ahlouk, che nella lingua locale significa creare, nascere. Nell’atelier musica, chiacchere e tè accompagnano le ore lavorative e a pranzo si riuniscono tutti attorno a un unico grande piatto, com’è usanza. «In questo modo si è sviluppato un legame che va oltre il semplice rapporto di lavoro, è un legame di amicizia».
Per i tuareg, i gioielli non rappresentano solo la ricchezza di una persona ma anche la sua storia e sono dei potenti talismani protettivi. Il lavoro artigianale dell’argento impiega la famiglia intera: gli uomini creano i monili utilizzando semplici utensili e tecniche ormai quasi scomparse. La fusione del metallo avviene in recipienti che fabbricano loro stessi con l’argilla, le braci sono mantenute ardenti con un mantice in pelle di capra, e ogni pezzo, dopo essere stato forgiato battendo il metallo, viene inciso con cura; uno ad uno, tutto rigorosamente a mano. Le donne si occupano principalmente delle confezioni per i gioielli, realizzando involucri in stoffa, cuoio o pelle essiccata.

Far conoscere i tuareg in Ticino

Il suo calendario di viaggiatrice riporta regolarmente Marta in Ticino. «Quando torno dal periodo di produzione nigerino, una delle prime cose che faccio è gustare un quadretto di cioccolata fondente, dopo mesi di sofferta astinenza! E naturalmente organizzo sempre un’esposizione di due giorni per presentare le novità. Le mostre sono anche una maniera per diffondere maggiore conoscenza e consapevolezza sulle usanze e sui costumi di altri popoli, sulle loro storie e visioni del mondo». Una maniera per promuovere non solo il lavoro artigianale di qualità nel rispetto della dignità umana, ma anche una fonte di conoscenza sui popoli nomadi del Sahara. «È questa che definisco una vita libera, semplice e ricca. Certo, non è sempre facile, ma per ora – grazie anche al supporto della mia famiglia, senza cui non avrei potuto fare ciò che faccio – sono pronta a sacrificare diverse cose pur di riuscire a creare un business che possa dare una certa stabilità economica al mio staff e, ovviamente, anche a me stessa. Basta avere fiducia in se stessi e buttarsi! E se va male? Ci si rialza per cercare un’altra soluzione e raggiungere i propri obiettivi».

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