Il motto di Fashion Revolution “Who made my clothes?” (“Chi ha prodotto i miei abiti?”) in una sfilata della stilista greca Athena Korda (aprile 2015).

«Fashion Revolution Day»:
la moda si rivolta

Intervista alle fondatrici della campagna mondiale, che ogni 24 aprile chiede più trasparenza all’industria dell’abbigliamento, indossando abiti al contrario. — GIORGIA VON NIEDERHÄUSERN

Il 24 aprile del 2013 il Rana Plaza, complesso industriale di Dacca, in Bangladesh, crollò causando la morte di oltre 1.100 persone. La struttura ospitava vari laboratori di produzione tessile per marchi internazionali di moda. Una tragedia che ha spinto Carry Somers, imprenditrice britannica e creatrice del primo marchio certificato dalla World fair trade organization, e Orsola de Castro, stilista veneta, realizzatrice di Estethica (fiera dedicata alla moda etica della settimana della moda inglese) e docente alla University of Arts di Londra, a fondare, il 24 aprile del 2014, il Fashion Revolution Day, lanciato con una semplice iniziativa: fotografarsi con i vestiti al contrario, l’etichetta in vista, e postare le immagini con l’hashtag #whomademyclothes (“chi ha prodotto i miei abiti?”).


Un messaggio per ricordare le vittime del Rana Plaza e richiedere più trasparenza all’industria della moda
Oggi le due creative si occupano principalmente dell’organizzazione non a scopo di lucro, con sede nel Regno Unito, da cui gestiscono la campagna. Le abbiamo raggiunte telefonicamente per parlare con loro di un settore che impiega – come indica una nota di marzo del Parlamento europeo – oltre 75 milioni di lavoratori. Molti dei quali in Asia, continente da cui proviene circa il 60% delle esportazioni tessili mondiali.

È cambiato qualcosa nell’industria della moda dall’incidente del Rana Plaza?
Orsola de Castro: È stato un campanello d’allarme sia per l’industria sia per i consumatori, sempre più attenti alla provenienza di ciò che acquistano.

Carry Somers: Nella decade che ha preceduto la sciagura, oltre 2.000 persone sono morte in circa 300 incidenti dovuti, come nel caso del Rana Plaza, alla mancanza di norme di sicurezza e per la salute nelle fabbriche. Purtroppo, solo con un disastro delle dimensioni del Rana Plaza ci si è resi davvero conto della mancanza di trasparenza nelle
filiere dell’industria della moda, fatte di subcontratti che sfuggono al controllo dei marchi. Dopo il disastro, il Governo del Bangladesh ha fatto degli sforzi per assicurare condizioni lavorative migliori agli operai del settore. Ma i sindacati che li rappresentano sono ancora messi sotto pressione. Per  loro le minacce sono all’ordine del giorno.

Avete contatto con loro e con i sopravvissuti del Rana Plaza?
C. S.: Sì, tramite i nostri collaboratori in Bangladesh, dove sosteniamo il Solidarity Center (un ente per la protezione dei diritti dei lavoratori, n.d.r.), che ha contatto diretto con sopravvissuti dell’incidente del Rana Plaza. Inoltre, cooperiamo con IndustriALL Global Union, il sindacato internazionale dell’industria.

Il vostro messaggio sembra trovare il sostegno di alcuni politici…
O.d.C.: Ogni anno, con la parlamentare Mary Creagh, organizziamo il “Fashion question time” (“l’ora delle interrogazioni”) alla Camera dei comuni di Londra. Inoltre, abbiamo collaborato con la Commissione parlamentare europea per lo sviluppo sostenibile, che ha lanciato la “Garment Initiative”, con la quale si vuole assicurare che i capi acquistati nei negozi non siano il risultato di violazioni dei diritti umani, della salute e della dignità dei lavoratori.

La vostra campagna è iniziata a sostegno dei diritti umani. Presto però si è aggiunta anche la causa ecologista…
O.d.C.: Lottiamo per la trasparenza. Ciò include anche la politica ambientale. Il problema degli scarti della produzione e della velocità con cui buttiamo i nostri vestiti è enorme. Non per nulla si stima che la moda sia la seconda industria al mondo più inquinante dopo il petrolio.
C.S.: Pensi che statistiche del Defra (il Dipartimento per l’ambiente e l’agricoltura britannico, n.d.r.) dimostrano che in media indossiamo un abito solo quattro volte. Cifre scioccanti.

Quindi il consumatore è parte del problema…
O.d.C.: È anche parte della soluzione. Perché non esiste sostenibilità ecologica o sociale senza la collaborazione di tutti: il consumatore compra dai marchi, che lavorano con fabbriche, che sottostanno ai governi. I marchi hanno sovente presentato scuse come: «È il cliente che vuole moda a buon prezzo»; i clienti hanno risposto: «È il marchio che non offre prodotti alternativi»; la fabbrica si è lamentata: «Sono i marchi a spingerci a lavorare in queste condizioni». E il governo: «Sono le fabbriche a non voler pagare salari minimi». Siamo tutti anelli di una catena.
 
Quindi cosa può fare concretamente il consumatore per rendere il suo guardaroba più sostenibile?
O.d.C.: Moltissimo: esistono negozi di seconda mano, il prestito, l’upcycling (“riciclaggio creativo”, n.d.r.), ... Soprattutto, ci si può chiedere quanto si tenga a tutti i capi che si posseggono. E iniziare a comprare solo ciò che sarà di nostro gusto, si conserverà cura e si riparerà in caso di logoramento. Ciò a cui dobbiamo puntare è avere meno, ma scelto meglio.
C.S.: Io però non credo che comprare meno sia la soluzione giusta. Sono troppe le persone nel mondo a dipendere dall’industria della moda. Ma sono d’accordo che bisogna acquistare diversamente, anche se è impossibile comprare solo prodotti sostenibili al 100%. Un trucco che uso è scambiare gli abiti con mia figlia. Lei li tiene per qualche mese, il tempo di scordarmeli, e quando me li riporta è come averne di nuovi. E nei negozi chiedo: «Chi ha prodotto questo capo?». Magari lo compro anche se non mi sanno rispondere. Intanto ho dimostrato che io, cliente, sono interessata a saperlo.

Un’obiezione che si fa spesso è che la moda sostenibile, solitamente più cara, non se la possono permettere tutti.
O.d.C.: Non sono i marchi sostenibili ad essere troppo cari, ma i prezzi ai quali ci siamo abituati che sono troppo bassi.
Un’altra critica è che molte aziende facciano del mero greenwashing. Puntino cioè sulla sostenibilità per ragioni puramente di immagine.
O.d.C.: Certo che lo fanno. Ma anche questo porta a un cambiamento. Le azioni di greenwashing delle grandi aziende hanno un enorme pregio: parlano al grande pubblico. Anche questa è sensibilizzazione. Così, chi pubblicizza i propri sforzi a livello sociale e ambientale per motivi di marketing, contribuisce comunque alla soluzione del problema.

Nato il 24 aprile 2014 per ricordare le vittime del Rana Plaza e promuovere una moda sostenibile, il Fashion Revolution Day nel 2016 è cresciuto a Fashion Revolution Week, una settimana di campagna per unire consumatori, produttori e commercianti. Nel 2016, oltre 70.000 persone di 92 paesi si sono fotografati – l’etichetta dei propri indumenti in vista – e postato le immagini sui social con l’hashtag #whomademyclothes (“chi ha prodotto i miei vestiti?“). Oltre 1.000 marchi e rivenditori hanno risposto con #imadeyourclothes (“io ho prodotto i tuoi vestiti“). Un’iniziativa che si ripeterà dal 24 al 30 aprile 2017, accompagnata da eventi organizzati in tutto il mondo da coordinatori locali.

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