Angelo Renzetti vorrebbe disporre del nuovo stadio il più presto possibile. (Foto TiPress).

La "vita spericolata" di Angelo Renzetti

Il Presidente del FC Lugano ci parla della sua grande passione per il mondo del pallone. E ci mostra la differenza tra la sua attività professionale e il calcio. — ARMANDO CERONI

È una giornata a tinte chiaroscure, con il sole che faticosamente si intravvede tra neri nuvoloni e intermittenti gocce di pioggia. Un cielo indeciso, come la stagione del Lugano, quello che mi accompagna quando incontro Angelo Renzetti nel suo studio di architettura a Paradiso. Tra luci ed ombre. Gioie e dolori. Tra illusioni, prestazioni altalenanti, sofferenza infinita e una salvezza strappata all’ultimo, pochi giorni prima di perdere la finale di coppa. Un vortice di emozioni che ha trascinato anche il Presidente, con i suoi dubbi, le sue paure e una passione incontenibile.

Come e dove nasce il Renzetti imprenditore? 
Il mio percorso professionale parte da apprendista disegnatore frequentando la scuola di Trevano. Si sviluppa attraverso varie esperienze tra progetti e cantieri dove, nella direzioni lavori, ero particolarmente attivo. Un ruolo che mi coinvolgeva molto. Da lí all’assunzione di nuove responsabilità con la volontà di mettermi in proprio, il passo è stato naturale.

Fare l’imprenditore, gestire persone e capitali significa cosa?
Mi piacciono le sfide. Prendere delle iniziative. Assumere dei rischi. L’imprenditoria, come il calcio, è innanzitutto un atto di coraggio.

E la passione per il calcio da dove arriva?
Ho sempre giocato in porta. Sempre da capitano. Facendo tutta la trafila a Locarno fino alla prima squadra. In cinque tornei giovanili disputati, cinque volte mi hanno premiato come miglior portiere, suscitando gli interessi del Monza. Ho giocato un anno in Brianza con Giuliano Terraneo (già portiere del Milan, dirigente dell’Inter e che da anni vive a Lugano) con il quale sono ancora in stretto contatto. C’erano anche «Dustin» Antonelli e Patrizo Sala. Ma c’era anche il servizio militare di mezzo, da fare in Italia, che mi ha spinto a rientrare in Ticino dove ho vestito pure le maglie di Bellinzona, Rapid Lugano e Giubiasco. Ma non sono mai arrivato dove volevo, anche per un pizzico di sfortuna. 

Mentre parla, a Renzetti si illuminano gli occhi. Come se quella cosa rotonda che gira sull’erba verde rappresentasse l’ombelico del mondo. Il suo. Anche di più rispetto alle altre immagini che non frullano solo nella testa. Le vedi concretamente appese alle pareti del suo ufficio, zeppo di fotografie di edifici costrui­ti in Ticino. Anche di quelli che verranno, almeno quattro nuovi grandi cantieri in ballo, stadio compreso.

A che punto si è arrivati?
Il progetto, che comprende anche la costruzione di due torri abitative e di altre case in Via Trevano, è approvato da tempo, firmato dal noto architetto spagnolo Cruz Ortiz. Il Comune di Lugano ha già ricevuto una decina di proposte di altrettanti finanziatori privati. Significa che c’è mercato. A settembre verrà aperto un bando di concorso al quale parteciperà anche il mio gruppo. Ci vorranno poi cinque anni per l’inaugurazione, che mi sembrano tanti. Troppi. Si può e si deve fare prima.

Per il nuovo polo sportivo, per il quale ci vorranno più di duecento milioni, le persone interessate ad un investimento di tale portata non mancano, mentre per il Lugano calcio la situazione è capovolta. Come mai?
Perché il mattone rende. Il calcio no. Soprattutto in Svizzera, dove le entrate legate ai diritti televisivi, che in altri paesi sono manna dal cielo, qui sono una miseria: circa settecentomila franchi. Il resto, sponsor a parte, lo devi mettere di tasca tua. In quest’ultima stagione sono riuscito a racimolare tre milioni e seicentomila franchi. Quest’anno il miracolo non si ripeterà: al massimo, chi mi sostiene, potrà metter sul piatto a fondo perso un paio di milioni.

Chi glielo fa fare allora?
Perché nel calcio si vivono emozioni a cento allora .Quello che la vita ti offre, il calcio te lo regala in modo condensato a ritmi vertiginosi.

A tal punto che mi chiedo e chiedo a Renzetti se la sua bulimia pallonara, che spesso si traduce in atteggiamenti vulcanici e in dichiarazioni al vetriolo, non esca anche nel suo lavoro. Mi guarda e mi invita a chiedere tra i suoi quattordici collaboratori. Esco dal suo ufficio e indago, conoscendo già la risposta. I panni del Presidente sono variopinti. Stravaganti. Fuori dagli schemi. Quelli dell’imprenditore più razionali, strutturati, tagliati comunque su un uomo aperto e caloroso.

Come la mettiamo?
Nel calcio le emozioni sono tali per cui non è mai facile controllarsi. Ci metto anima e soldi. Mi prendo responsabilità e faccio sempre quadrare i conti. Mai fatto un buco in vita mia, e non capiterà nemmeno nel calcio.

E cosa chiede alla vita?
Di trovare equilibrio e di imparare a pensare prima di agire.

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