Remigio Ratti ha studiato per anni la politica delle regioni di frontiera.

Come vivere le frontiere
in un mondo multipolare

Un libro a più voci analizza il tema attualissimo delle frontiere svizzere e del Ticino in particolare. A colloquio con Remigio Ratti.

Cooperazione: Nel libro «Vivere e capire le frontiere in Svizzera» è ricorrente la tesi che i confini sono fenomeni storici, che oggi lo Stato sta cedendo sovranità a organismi internazionali. Eppure molte persone sono affezionate alle frontiere, al patriottico «noi»…
Remigio Ratti: Ma le frontiere esistono già a livello individuale. Ognuno si costruisce la propria personalità confrontandosi con gli altri. E così è anche per lo Stato. Con la nascita dello Stato nazionale, due secoli fa, le frontiere sono state al centro di guerre feroci. Per la Svizzera, la prima manifestazione del nuovo stato federale fu l’unione doganale del 1848. E per un secolo e mezzo il confine politico è servito per definire lo spazio legale, fiscale e di controllo di merci e persone. Oggi è molto più complicato. Lo Stato nazione fa parte di un mondo multipolare fatto di sovranità relative o da condividere. Il confine c’è, ma ha un’altra funzione. Il controllo delle persone non avviene più solo alla dogana. Il settore bancario è globalizzato. Il Fox Town è un esempio perfetto dei nuovi confini della globalizzazione e delle nuove regole del gioco che si creano tra il locale e il globale.

Il sì massiccio del Ticino (68%) il 9 febbraio all’iniziativa Udc contro l’immigrazione di massa è stata la vittoria dei fautori dell’arroccamento o della «frontiera filtro», come da lei definita una trentina d’anni fa?
Sì, siamo al modello della «frontiera filtro», che ho teorizzato alcuni lustri fa, del «passa quello voglio io». Apertura ma con filtro. Un concetto che andava bene fino agli anni Ottanta del Novecento. Poi, con il trattato di Maastricht dell’Unione europea e le relative liberalizzazioni è cambiato il concetto di frontiera e la Svizzera in parte ha accolto con gli accordi bilaterali. Il voto del 9 febbraio manifesta la grande difficoltà di aprirsi all’odierno scenario multipolare e dell’integrazione europea. È un arroccamento, solo che nel gioco degli scacchi questa mossa si fa una volta sola.

Come giudica l’iniziativa approvata dal Gran consiglio che chiede alla Confederazione di riconoscere il Ticino quale «zona a statuto speciale»?
Ha solo una funzione declamatoria, quindi velleitaria: si tratta di una proposta vecchia, del 2010, che nessuno in questi anni, nemmeno i promotori, ha mai voluto approfondire, spiegare e darle un contenuto. Rivolta formalmente alla Confederazione, in realtà è utilizzata per fini locali. Siamo ancora una volta al Ticino «repubblica dell’iperbole» stigmatizzata da Francesco Chiesa. Se la politica è questa non siamo credibili.


«Siamo un distretto svizzero
dentro uno spazio metropolitano lombardo»


Lo storico Marcacci critica la narrazione sul Ticino della «doppia frontiera penalizzante» (al Nord geografica e linguistica e al Sud politica), che è servita per spiegare e giustificare il travaglio del Cantone. In realtà, già nel 1803, il Ticino aveva profonde fratture intestine, tra cui quella fra Sopra e Sottoceneri. È d’accordo?

Condivido questa tesi, che spiazza molti luoghi comuni dei politici e non. Ben vengano nuove e approfondite richerche storiche. Anche riguardo alle frontiere est-ovest del Ticino. L’immaginario è una parte di noi e della nostra capacità di agire. E se penso a quello di oggi, inesistente o regressivo, ho qualche brivido. E mi convinco di quanto sia necessaria e produttiva proprio la riflessione sul vivere e capire le frontiere odierne nel mondo della globalità.

Nei suoi due contributi al libro, lei sottolinea come tra il Ticino e l’Italia non abbia funzionato la cooperazione istituzionale, quella della Regio insubrica. Perché questo «fallimento»?
Si è chiesto troppo a questa Regio Insubrica, costituita nel 1995 per promuovere il dialogo e la cooperazione transfrontaliera. Perché non è un’istituzione ma una semplice associazione, senza personalità giuridica. La diversità di competenze tra un Cantone come il Ticino e le province italiane limitrofe è stato uno degli ostacoli. Buona parte dei temi si giocano a livello istituzionale superiore, dove Berna e Roma operano su logiche e interessi molteplici. Ricordiamoci che il confine è sempre di più solo un catalizzatore di effetti specifici, di fenomeni che hanno la loro origine altrove. Oggi si va oltre la cooperazione transfrontaliera. Si ragiona in termini di progetti comuni da realizzare, ovvero di «governanza delle fontiere».

Che cosa significa concretamente?
Cooperazione è un termine sempre valido, ma blando, rispetto alle sfide odierne. Negli ultimi anni il Ticino ha avuto reazioni di difesa e di ripiego unilaterali. La governanza delle frontiere significa concretizzare dei progetti attraverso un dialogo di attori pubblici e parti sociali, differenziandone i livelli: comunale, regionale, cantonale, nazionale. È una ginnastica mentale delle frontiere. Un esempio recente lo troviamo nel campo ospedaliero, facilitato dalla Regio Insubrica. Oppure il progetto della ferrovia Mendrisio-Varese-Malpensa, che in realtà è Como-Chiasso-Mendrisio-Varese, un vero metrò transfrontaliero.

Lo scenario che lei propone per il futuro è una Svizzera italiana coinvolta nella grande area metropolitana lombarda. Una velleità intellettuale?
No, è la verità. Di fatto già oggi il Ticino – e in particolare il Sottoceneri – vive una realtà d’agglomerazione urbana e metropolitana, così come i due terzi della Svizzera. Purtroppo, le nostre immagini mentali e identitarie rimangono ancorate alla montagna, a una Svizzera rurale, verde e ben ordinata. Abbiamo quindi difficoltà ad ammettere che come Ticino siamo un distretto, un triangolo svizzero dentro uno spazio metropolitano lombardo di 10 milioni di abitanti. Il voto del 9 febbraio lo dimostra. Abbiamo tutto l’interesse che questo spazio si sviluppi in modo più equilibrato, come sistema.

Nel volume sulle frontiere, il sociologo Lelio Demichelis definisce la Regio insubrica un «non luogo», senza una società civile. Lei, all’opposto, considera i territori sul confine luoghi di ibridazione di rapporti economici, sociali e culturali…
Sì, io non sono così radicale. È appunto perché l’area insubrica non diventi zona grigia, liquida, in balia degli eventi, che propongo la governanza della territorialità trans-frontaliera. Come dimostrano parecchie analisi, siamo complementari e abbiamo tutte le carte per essere più «sovrani» nella gestione delle nostre sfide. Eh sì, la sovranità è sempre il frutto di una conquista, tra dipendenze e intraprendenze!

Tra le esperienze riuscite di governanza transfrontaliera ci sono quella della Regio basiliensis (Svizzera nord occidentale, Alsazia e Baden-Württemberg) e dell’area bodanica (Svizzera orientale con il Vorarlberg austriaco, Baden-Württemberg e Baviera). Perché?
A Basilea perché c’è una maggiore coscienza storica e politica. Risalendo al suo vescovado, secoli fa si sperimentavano spazi di vita e una territorialità diversi da quelli degli Stati nazione. La stessa Regio basiliensis è nata nel 1963, ben prima della Carta di Madrid del 1980 del Consiglio d’Europa sulla cooperazione transfrontaliera. La governanza della Regio ha permesso la nascita dell’aeroporto trinazionale, la gestione comune dell’alto Reno, e sta promuovendo altri progetti. Quella della Svizzera orientale è un bell’esempio di cooperazione pragmatica, risalente al XIX secolo, attorno alla necessità di preservare il grande lago di Costanza e il suo bacino. Finora è bastato il cappello formale della Conferenza annuale del Bodensee; poi ogni tema è affrontato a geometria variabile, nello spazio e con gli attori specifici.

La Svizzera e le sue frontiere

http://www.cooperazione.ch/Le+frontiere+in+un+mondo+multipolare Le frontiere in un mondo multipolare

Promosso dall’associazione Coscienza svizzera, il volume Vivere e capire le frontiere in Svizzera (ed. Dadò), a cura di Oscar Mazzoleni e Remigio Ratti, mette a fuoco il tema delle frontiere nazionali, con particolare attenzione alla Svizzera italiana, attraverso contributi di autori provenienti da discipline diverse (geografia, storia, economia, sociologia, scienza politica, filosofia). L’opera vuole offrire l’occasione per riflettere sulle conseguenze della profonda trasformazione che viviamo, con un’economia sempre più sganciata dai confini nazionali e uno Stato nazionale sempre meno capace di modellare il presente e il futuro del proprio territorio. A maggior ragione dopo il voto popolare del 9 febbraio «contro l’immigrazione di massa».

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Testo: Rocco Notarangelo

Foto: Sandro Mahler

Pubblicazione:
martedì 11.03.2014, ore 02:00


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