Michela Maoicchi, docente di italiano. (Foto: Annick Romanski)

Le parole perdute: così si lotta
contro il tumore al seno

La testimonianza di Michela Maiocchi, ex paziente che è stata confrontata con la malattia, per lanciare la prima edizione di un concorso di scrittura sul tema. — CARMELA MACCIA

Le parole perdute nascoste in fondo al cuore/aspettano in silenzio un giorno migliore/un lampo di coraggio per tornare in superficie/un tempo felice, un tempo felice…»: è la prima strofa del brano Le parole perdute di Fiorella Mannoia. Ma è anche il titolo di una prova molto speciale che si rivolge alle donne, ai famigliari e ai parenti che direttamente o indirettamente si sono confrontati con una malattia come il tumore al seno. Il concorso: Il tempo felice delle parole perdute è indetto dal forum svizzero Europa Donna della Svizzera italiana, il cui impegno è rivolto a tutte le donne, affinché possano accedere ai metodi migliori di riconoscimento precoce, trattamento e convalescenza, dopo un cancro del seno. La prima edizione dell’evento offre una felice opportunità: quella  della riconquista della propria voce interiore. Il cancro al seno è il tumore più diffuso tra le donne, ma la diagnosi precoce, i trattamenti sempre più avanzati ne favoriscono la guarigione. In questo ambito, però, vogliamo soffermarci su quanto la scrittura può essere d’aiuto.

Ospite indesiderato
A spiegarcelo è Michela Maiocchi*, docente di italiano, che ha vissuto direttamente il percorso della malattia. «La patologia è un ospite indesiderato che bussa alla porta in modo inaspettato. È una valanga che travolge il proprio mondo e mette in discussione tutto quello che prima appassionava. La scrittura può essere una passione che riemerge, o che si presenta come nuova. Essa permette di tenere occupata la mente, in modo intelligente e proficuo». L’idea del concorso nasce dal beneficio che le donne, che si sono ammalate, hanno trovato nella scrittura e nella lettura. Ma è anche l’esigenza di offrire uno spazio di condivisione della propria esperienza personale. Dopo un lutto, un abbandono, o una sofferenza, l’atto di scrivere permette di dare voce a emozioni e stati d’animo; ma esso permette anche di fare ordine nel groviglio di emozioni positive e negative che ci travolgono. Nessuno di noi, quando si rivolge al medico pensa di essersi ammalato in modo serio. Ma quando arriva la consapevolezza si è deboli, pervasi da un senso di solitudine, di abbandono. Proprio in questi momenti, bisogna concentrare le forze mentali e fisiche sul percorso terapeutico, con la speranza di guarire e ridare spazio alle proprie emozioni, per non rompersi dentro, per continuare ad essere presenti per se stessi e per coloro che ci circondano. «In queste circostanze la scrittura, la pittura, la scultura, la composizione creativa obbediscono a un bisogno arcaico: dare forma concreta al dolore, trasferendolo in un altrove fisico (su carta, marmo, stoffa o altro materiale). Così facendo, il dolore non appare più come qualcosa di impalpabile e indefinito, ma acquista concretezza e questo è il prerequisito necessario per il suo superamento. Si supera solo ciò che ci appare con contorni ben delineati. Così è, ad esempio, per la malattia», conclude Michela Maiocchi.

Liberare le emozioni
La scrittura, dunque, libera da una sofferenza interiore, è portatrice di speranza. Essa non è una terapia alternativa – per questo ci sono i professionisti –, ma è un supporto alle terapie pesanti, ma necessarie, senza le quali non si sopravviverebbe. Il concorso vuole dare spazio a tutte quelle voci, perché l’esperienza condivisa è capace di accendere la speranza.

* "Dopo di questo mi manca solo il bungee jumping", per le edizioni Fontana, è il libro al quale la docente di italiano ed ex paziente ha affidato il suo mondo durante il percorso terapeutico.



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Testo:  Elisabeth Alli

Pubblicazione:
lunedì 02.01.2017, ore 00:00