Fabio Marzoli con il suo cane Sheba alla ricerca dei tartufi sopra Meride.

Le vie dei tartufi
tesori sotto terra

LA TRADIZIONE — A caccia dei sapori d’autunno, costosi e irresistibili come un gioiello. Non per niente questo prezioso tubero si chiama anche «diamante nero».

È giovedì mattina, il cielo miscela il grigio all’azzurro, il terreno si sta asciugando dopo una settimana piovosa e l’aria è temperata: il tempo ideale per andare alla ricerca di tartufi.
Forse non tutti sanno che la Svizzera è un territorio propizio per la crescita di questo particolare fungo, chiamato anche diamante nero: raffinato, ricercato e costoso. Nel terriccio dei nostri boschi ticinesi, dal Monte San Giorgio al San Salvatore, si trovano tartufi che non hanno nulla da invidiare a quelli più blasonati, come il tartufo d’Alba o il Périgord.

Fabio Marzoli e il suo cane Sheba, un labrador dorato tanto bello quanto amabile, sono pronti per guidarmi nelle zone boschive sopra Meride, perfette grazie al suolo calcareo e alla vegetazione di latifoglie mesofile. «Il tartufo per me è una passione da sempre –, racconta con fare rilassato e gentile –; fin da piccolo, nelle Marche, amavo accompagnare mio nonno nei boschi e oggi è diventata la mia professione».



Dal 1986, Marzoli ha deciso di dedicare tutte le sue energie a far conoscere questo prodotto particolare che vende in Svizzera e nel mondo. Da allora, con l’azienda famigliare Tartufi Marzoli basata a Vacallo, offre tartufi freschi, che in parte ricerca personalmente sul territorio ticinese e in parte riceve dai diversi tartufari. «Per me si tratta di un rituale, ogni mattina mi alzo e parto per un momento solitario nei boschi: è un modo privilegiato di iniziare la giornata, a stretto contatto con la natura. Ed è uno dei motivi che mi fa amare tanto la mia attività».

Il profumo è una delle caratteristiche più speciali del tartufo: penetrante e persistente, si sviluppa a maturazione avvenuta con lo scopo di attirare gli animali selvatici. Maiali, cinghiali, tassi, ghiri e volpi spargeranno poi le spore del frutto, perpetuando la specie. Mentre ci avviciniamo alla zona preziosa che Marzoli conosce bene, Sheba, si fa guidare dall’odorato.  «Il cane da tartufo non deve essere di una razza specifica ma, tra lui e il padrone deve esistere un rapporto particolare. Il cane, oltre a essere sensibile e collaborativo, deve essere felice, altrimenti perde la motivazione. Viceversa, il padrone senza il cane è perso». Oltre a un paio di buone scarpe e al vanghino, piccolo attrezzo per scavare, l’unico elemento davvero essenziale per la ricerca è infatti il cane. Nel loro caso si nota un’armonia, un affetto reciproco totale. Nel giro di un’oretta Sheba, sotto a una spolverata di terra, trova sette otto tartufi neri, i più comuni sul territorio. «In Ticino crescono le quattro migliori specie europee dei neri» conferma il tartufaro.

Dalle nostre parti, la ricerca del tartufo resta un’attività amatoriale. Assieme ai classici fungiat c’erano però sempre anche i trifulat. Dal 2012 il Ticino ha la sua Associazione Svizzera italiana del tartufo il cui presidente è proprio Fabio Marzoli. «Conta una trentina di persone, ci incontriamo due volte all’anno per condividere aneddoti e segreti». A casa, seguendo i consigli di Fabio Marzoli, preparo un piatto di tagliatelle al burro e al tartufo ticinese: una delizia per i sensi…

www.tartufimarzoli.ch

Come nasce una coltivazione di tartufi?
Innanzitutto, si ricercano assieme al cane i luoghi dove crescono naturalmente. Si iscrivono poi le colture nei settori forestali e agricoli. Noi, a Genolier (VD) abbiamo ricevuto un sostegno di 15mila franchi per far partire il progetto come coltura innovativa. Dopodiché, si elabora il substrato, uno degli aspetti più complessi, in quanto deve permettere alle radici di svilupparsi in modo ottimale. Ci si occupa di altri aspetti tecnici e si passa poi alla raccolta delle sementi dalle piante madri produttrici e alla raccolta dei tartufi ai piedi delle stesse, in modo da produrre delle piante perfettamente adattate al clima svizzero. Seguono 1-2 anni di coltura sotto serra per allevare le piante, che verranno etichettate singolarmente tramite un laboratorio indipendente.

Come si è sviluppata la vostra attività?
La nostra produzione è indirizzata a terzi, come agricoltori o viticoltori che desiderano diversificare la loro attività. In questo decennio abbiamo piantato oltre 30 ettari di coltivazioni di tartufo in Svizzera francese e tedesca… ci manca soltanto il Ticino.

Quali sono le caratteristiche del territorio svizzero rispetto alla crescita del tartufo?
Se risaliamo all’era glaciale, la Svizzera era molto simile ai paesi che ci circondano. Di conseguenza, tutt’oggi, in natura si trovano quasi tutti i tartufi che crescono nei paesi limitrofi. Il più abbondante è il tartufo di Borgogna (Tuber uncinatum), seguito dal tartufo di Périgord (T. melanosporum) e, molto più raro, il tartufo bianco (T. magnatum) che è stato trovato nell’area di Ginevra. I tartufi che crescono in natura e quelli coltivati non hanno alcuna differenza, nella forma, nel profumo e quanto meno nel sapore.

www.plants-truffiers.ch

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Testo: Keri Gonzato
Foto: Annick Romanski, mad
Pubblicazione:
lunedì 27.10.2014, ore 12:57


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