Da due anni, Lina D’Aquino confeziona costumi per guggen ticinesi. (Foto: Hsaskia Cereghetti Landrini)

Lina DʼAquino «già da bimba
mi piaceva cucire»

Impara a confezionare abiti per le sue bambole con la nonna, in Colombia. Oggi confeziona capi per sportivi e costumi per guggen. — Raffaela Brignoni

Lina D’Aquino apre le porte del suo atelier. Una piccola sala sobriamente ammobiliata con alcuni abiti in esposizione. Dietro, la stanza di lavoro, con macchine da cucire, tessuti e fili di ogni colore. È questo il piccolo quartier generale in cui ha preso il via l’avventura della sua ditta, la DAK Ideas. Già, perché da quasi un anno, Lina ha creato un suo marchio di vestiti sportivi e funzionali, avvalendosi della collaborazione di corridori per capire e adeguare gli indumenti alle loro esigenze. È agli inizi, ma i suoi capi sono apprezzati dai clienti sportivi così come dalle mamme che vanno pazze per i grembiuli per i bambini delle scuole materne. «Mi chiedevo perché all’asilo tutti avessero il grembiulino a quadretti. Ho iniziato a crearne con motivi colorati e hanno riscosso un grande successo» sorride con modestia. Ma in mezzo a questi capi, saltano all’occhio costumi dai colori sgargianti. «Da due anni confeziono i costumi di Carnevale per le guggen di Novazzano e di Brissago» spiega Lina, che, da buona bellinzonese, nutre un affetto particolare per questa festa: «cucivo costumi già prima per me e per i miei amici. È bello perché puoi sbizzarrirti!».

«

Per cucire i costumi di Carnevale ci si può sbizzarrire »


Lina è attenta alla qualità dei materiali e le stoffe che utilizza provengono da Italia e Germania, e se ha bisogno di una mano, fa capo a ditte locali. «Anche se volessi, non avrei i numeri per far cucire i miei capi in Cina» sorride. Quando ancora non era indipendente, in veste di product manager per un’azienda tessile, in Cina già ci era stata più volte: «Passavo giornate in aerei per raggiungere le località di produzione. Ci sono città intere che si occupano per esempio solo della fabbricazione di guanti! Cose incredibili!». Cina, Turchia, Lituania, Portogallo. Lina gira per atelier e fabbriche, si perfeziona tecnicamente e creativamente. E qualche anno fa, la decisione di mettersi in proprio per conciliare meglio la vita privata e quella professionale.

Se per la realizzazione di un abito da sposa non basta seguire il cartamodello, figuriamoci per la vita. Si vede il risultato finale: armonico, ricco di dettagli, pregiato. Ma ci si dimentica che dietro ci sono ore di imbastiture, di modifiche, cuciture. La vita non è sempre così semplice da cucirsi addosso e prima che calzi a pennello, a volte tocca anche rammendare qualche strappo. Vedendo la serenità e l’energia di Lina, mai si indovinerebbe il suo difficile passato, degno di una sceneggiatura cinematografica.
Tutto inizia nel 1979, quando Lina vede la luce in Colombia. «Sono cresciuta con mia nonna materna. È lei che mi ha insegnato a cucire. Confezionavo i vestiti per le mie bambole e mi piaceva tantissimo» ricorda. Quando muore la nonna, Lina e sua sorella sono affidate alla madre, che però conduce una vita precaria e non è in grado di occuparsi di loro. Le bambine sono prese a carico dai servizi sociali e date in adozione a una famiglia ticinese. «Sono arrivata in Ticino a nove anni. E oggi mi sento ticinese al cento per cento. È alla Svizzera che devo tutto quello che sono e quello che ho» sorride Lina, mostrando la foto della figlia Ariel, avuta con Stefano. E anche questa sarebbe una storia a sé. «Ci siamo conosciuti quando avevo 12 anni, agli scout. Ma all’inizio non ci eravamo nemmeno notati. La fiamma è scoccata nel 1996 durante una festa e nel 2008 ci siamo sposati. Stefano è la mia anima gemella, la mia àncora. Mi è sempre stato vicino e mi ha sempre sostenuta».

Alla ricerca delle origini
Prima di intraprendere ognuno la propria carriera, i due vivono alcuni straordinari mesi a Londra: Stefano per i suoi studi e Lina perché, giovane diplomata in sartoria alla Scuola d’Arti e Mestieri di Biasca e all’Istituto superiore grafica moda design di Lecco, non trova sbocchi. Buona scelta: l’inglese le permetterà di trovare un’occupazione al suo rientro, e un’amica londinese la metterà sulle tracce della madre. Lina infatti stringe amicizia con una ragazza che le propone di seguirla in un viaggio in Colombia. «Dopo essere stata adottata, non ci ero più tornata. Ma il padre di questa ragazza è avvocato e grazie ai suoi contatti, nel giro di 24 ore, sono potuta risalire a mia madre di cui avevo perso le tracce. È stata una grande emozione rivederla dopo tutto questo tempo. Tanto che lo scorso anno in marzo, ci sono tornata per presentarle la mia famiglia. Abbiamo anche fatto un giro fuori da Bogotà: siamo andati nella regione da cui provengo, ad Armenia, nella provincia di Quindio. È la zona delle coltivazioni di caffè, è collinoso e c’è molto verde; la gente è aperta e calorosa. E così ho potuto infine fare pace con me stessa, ho visto che sono nata in un posto bellissimo. Qualche mese più tardi mia madre è morta. Ed è come se si fosse chiuso un cerchio» racconta serena Lina. È come un abito da sposa:  tanto raggiante da far dimenticare le ore di imbastiture e di cuciture. D’altronde come poteva una giovane donna così radiosa, non avere un destino tanto complesso?


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