Lo scrigno della memoria

Come elabora un bambino il lutto? Le ragioni di Serenella Gabutti, autrice di un racconto per ragazzi sul tema, Giulia Fonti che lo ha illustrato, e Veronica Simona, psicologa. — PATRICK MANCINI

L a nonna che, da un giorno all’altro, se ne va in cielo. Lo zio che si addormenta per sempre. Il  cagnolino che non c’è più. Come si affronta la morte di una persona cara, o dell’animale domestico preferito, con un bambino? Domanda non da poco, soprattutto quando il lutto non può essere nascosto. «Il bambino ha bisogno di semplicità e di sincerità – sottolinea Serenella Gabutti, autrice di Marco e il Mare (ESG, 2005) –. Anche di fronte a una questione complessa come quella della morte».

La magia dei ricordi
Internet, il telegiornale durante i pasti, gli stessi compagni di classe, magari fuggiti da una guerra. Oggi il bambino si trova confrontato con i mille volti della morte quotidianamente. «Gli interrogativi – dice Gabutti, per anni docente di scuola elementare – possono nascere anche da un cartone animato. Più volte mio nipote mi ha chiesto come mai il famoso coyote della Warner Bros, pur precipitando di continuo da un dirupo, non muore». L’età rappresenta una variabile importante. È, infatti, attorno ai sette anni che il bambino riesce a vedere la morte come una condizione definitiva. Da quando abbandona, gradualmente, il pensiero magico-onnipotente, secondo cui per ottenere una cosa è sufficiente volerla. «In ogni caso – evidenzia Veronica Simona, psicologa – il bambino va considerato in grado di capire e di sentire quello che è successo. Dobbiamo evitare di illuderlo e di edulcorare la realtà». «Essere trasparenti – sostiene Gabutti – non significa per forza ricorrere a elementi tristi. Nel mio racconto c’è positività. Il ricordo delle cose belle legate al defunto è fondamentale. Immaginatevi il genitore che sussurra al bimbo di tenere un posto nel suo cuoricino per la persona che non c’è più. È un modo per vivere il dolore più serenamente».

L’educazione alla morte
Anche Giulia Fonti, illustratrice di Marco e il mare, punta sui consigli concreti. Formata in arteterapia, ha vissuto in prima persona, a soli 11 anni, la morte di un fratellino. Nel suo atelier di Arzo, da tempo segue bambini che hanno vissuto un lutto. «La sofferenza va espressa, perché poi uno cresce con l’incapacità di mostrare le proprie emozioni. Il bambino ha bisogno di buttare fuori le sue sensazioni. Il disegno rappresenta il mezzo più immediato e accessibile per la celebrazione del lutto. La matita, il pennarello, il foglio di carta diventano valvole di sfogo».

Illustrazione: Giulia Fonti


Secondo l’artista, tuttavia, il bambino andrebbe educato fin dai primi anni alla morte. «Facendo riferimento a quanto accade nella natura. Le piante nascono, vivono, muoiono. Così come gli animali. La morte va interpretata come qualcosa di naturale, non di sbagliato. Anche quella dell’animale preferito. Spesso, per l’intensità del dolore che provoca, può essere messa sullo stesso piano di quella di una persona».

La dimensione famigliare
Quando è confrontato con un lutto, il bambino cerca rassicurazioni nella dimensione famigliare. Non sempre ci riesce. «A volte – ammette Simona – tenta di trovare nella scuola l’isola felice che non trova a casa. L’apprendimento, in un certo senso, ridona vitalità alla sua esistenza. Tanto da mettere in secondo piano le paure della separazione e dell’abbandono. Il docente può contare sull’appoggio di una rete di professionisti». Ma è quando il bambino rientra tra le mura domestiche che il disagio può riaffiorare prepotentemente. «Col bimbo si può fare un patto – suggerisce Gabutti –. Che prevede, ad esempio, di andare a trovare insieme, ogni tanto, la persona cara al camposanto. E di rivolgersi a lei, come se ci fosse ancora. Non si deve avere paura di mostrare le lacrime, sono normali in un momento di lutto».

Intanto, i media che parlano delle stragi, ma anche la forte immigrazione, stanno offrendo al bambino nuovi stimoli sul concetto di morte. «Il bambino inizia a pensare che nel mondo c’è gente che muore mentre sta cercando aiuto – fa notare Simona –. Alcuni maturano un senso di ingiustizia verso la morte. In una scuola dell’infanzia è capitato di vedere bimbi che simulavano la morte dei migranti sui barconi. In casi del genere, il docente si trova confrontato con un dilemma: affrontare apertamente il tema, oppure lasciare che il gioco permetta ai bambini di proiettare nella finzione le loro paure? L’adulto resta il principale mediatore tra il bambino e la morte, in ogni sua sfumatura».

Per Saul Branca, psicologo, la morte è un evento naturale di cui parlare con i propri figli. Ritiene che, a causa dei media, oggi il bambino sia più confrontato col tema della morte rispetto al passato?
No. La morte è una tappa fissa dell’esistenza umana. E il bambino non ne è mai stato immune. I media, piuttosto, ci riportano l’aspetto violento della morte. E lì il genitore deve essere in grado di fare da filtro.
 
Oggi assistiamo a una sorta di espulsione della morte dallo spazio privato. Per il bambino cosa comporta?
Una volta si moriva in casa, i morti venivano vegliati. Oggi si muore in ospedale, in un luogo che non ha nulla a che fare con l’intimità della famiglia. La ritualità che accompagna la morte nelle fasi che la precedono, si configura sempre più come un susseguirsi di atti tecnici. Questi ultimi mettono in secondo piano la dimensione emotiva e relazionale del lutto.

Oggi, quali sono le paure più grandi del bambino confrontato con il lutto?
Dipendono dall’età e dalle contingenze familiari. Il bambino può avere il timore che altri familiari possano morire. Oppure può sentirsi colpevole. L’importante è che ne parli e che trovi qualcuno che lo ascolti. È la risposta muta, priva di pensieri e di dolore, che deve allarmare.

Alcune famiglie tendono a nascondere la morte al bambino. Cosa ne pensa?
In generale, salvo in casi traumatici eccezionali, l’esperienza della perdita deve essere affrontata. L’adulto deve mostrare al bambino, ponendosi come un modello, la sua stessa capacità di soffrire il dolore, in maniera equilibrata. È l’unica strategia possibile per insegnare al bimbo a digerire l’esperienza della perdita.

Torna al menu «Scuola e infanzia»
Vai alla sezione «Famiglia»
Torna all'Homepage

Commento (0)

Grazie per il vostro commento.

Questo commento ha un contenuto sgradevole?

Il testo sarà controllato ed eventualmente modificato o bloccato.

Il vostro commento

Non avete ancora scritto il commento.

Questo campo deve essere compilato. Grazie.

Campo obbligatorio
Questo campo deve essere compilato. Grazie.










Si prega di commentare nel rispetto della nostra netiquette e degli altri utenti.

LEGGI ANCHE…


L'appuntamento quindicinale

Le analisi di Ceroni su Cooperazione

Parliamo d'arte

La rubrica "Il quadro" di Cooperazione



Login con il profilo di Cooperazione

Chiudere
Fehlertext für Eingabe

Fehlertext für Eingabe

Dimenticato la password?