Marco Blaser (a sin.) ed Eugenio Bigatto nella diretta tv del 20 luglio 1969 sul primo uomo sulla Luna; a destra, Enrico Morresi, decano del giornalismo ticinese; in alto nel montaggio, la copertina del libro «Giornalismo nella Svizzera italiana», edito da Dadò.

Mass media ticinesi
per l'informazione

L'INTERVISTA — La storia della stampa, della radio e della TV dal 1950 al 1980 raccontata con passione da Enrico Morresi nel primo volume di «Giornalismo nella Svizzera italiana». — ASCOLTA L'AUDIO! (mp3)

Per 30 anni, negli anni 50-70, lei è stato giornalista jolly, scrivendo di temi religiosi, concerti, sport, politica… Qual è stata però la sua passione?
Ne ho avute tante di passioni. Per esempio per la musica, anche se non ero musicista attivo. Ma è soprattutto dopo l’esperienza del Concilio Vaticano II (1962-1965) che ho maturato l’idea che il giornalismo poteva essere qualcosa di più, ovvero nell’andare alla radice dei problemi. All’epoca, al Corriere del Ticino mi occupavo di troppe cose, che non ero in grado di approfondire. La mia svolta professionale è stata nel 1969 quando il neodirettore del CdT Guido Locarnini mi chiese di concentrare le mie energie come responsabile dell’informazione politica cantonale. E così ho dovuto lasciar perdere i temi religiosi, i concerti, lo sport. Ho avuto fortuna, perché ho trovato collaboratori molto importanti.

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I tuoi ricordi di collaboratore di Cooperazione con la rubrica firmata «Leporello»?
Sì, era una chiacchierata sportiva settimanale e, confesso, ne ho una cattiva coscienza, perché a partire dalla finale di coppa svizzera di hockey del 1962, in cui l’Ambrì si impose sul Villars, non mi occupavo più di sport attivo. Ma ho continuato per ancora 10-15 anni a scriverne su Cooperazione, anche se lo prendevo alla larga. Stimolato dal direttore Frey a cui piacevano i miei commenti.

Negli anni Cinquanta, un decennio che segna «una difficile uscita dal sottosviluppo», il giornalismo ticinese è quello dei politici «che servivano il partito o la religione», che privilegiavano la polemica, se non l’invettiva, e la faziosità. Perché?
Questo però non valeva per il Corriere del Ticino. Bisogna rifarsi alla tradizione del giornalismo tra virgolette ticinese. Perché in realtà i giornali dipendevano dai partiti e dalla Chiesa, litigavano tra di loro e poi nella seconda, terza pagina c’era alcune notizie di cronaca. Furono il Corriere del Ticino, la radio e la TV a rompere questa relazione incestuosa tra politica e informazione e dare lo spazio a un giornalismo indipendente dai partiti e dalle chiese. Da qui nacque lentamente la professionalizzazione del nostro mestiere.

Degli anni Cinquanta, lei mette in risalto il ruolo positivo dei radiocronisti sportivi (Giuseppe Albertini per il calcio, Alberto Barberis per il ciclismo e Rico Rigassi per l’hockey) e «la grande stagione del documentario radiofonico», con i reportage di viaggio di Filipello e Rumpel…
Cominciava un divario, che è durato tanto e che c’è ancora, tra i mezzi finanziari e tecnologici a disposizione della radio di allora, poi anche della tv di servizio pubblico, e i giornali, che erano veramente poveri. I giornalisti e anche i direttori erano malpagati. La radio godeva di una grande novità tecnica: i radiocronisti potevano disporre di impianti di registrazione portatili. Prima si faceva tutto in studio o con la linea telefonica.

Tra i vari direttori dei quotidiani dell’epoca chi è quello che l’ha colpito di più?
Con tutte le riserve che si possono avere sul suo stile, Monsignor Leber al Giornale del Popolo è stato il primo direttore moderno nel giornalismo ticinese. Per la sua capacità di estendere l’informazione a tutto il Ticino, mentre tutti gli altri quotidiani erano locali, Il CdT a Lugano, il Dovere a Bellinzona… Inoltre comprò una rotativa che permise al GdP di andare in stampa alle ore 23. Noi al CdT chiudevamo alle 18. Io giovanotto stavo in redazione ad ascoltare il notiziario radiofonico delle 18 e una sera del 1964 mi capitò di sentire la notizia che il consigliere di stato Franco Zorzi era caduto e morto sul ghiacciaio del Basodino. Io da solo ho dovuto improvvisare un paio di colonne. Per andare poi in stampa alle ore 19-19.15! Successe di peggio due anni prima: Luigi Caglio del CdT sente alle ore 20 la notizia dell’attentato a John F. Kennedy, va in tipografia ma non osa fermare le macchine. Questo era il giornalismo povero di allora. Il GdP di Don Leber si era accorto che sulle piste di ghiaccio si giocava la sera, quindi chiudeva la stampa alle 23 e il mattino dopo in tutto il Ticino offriva i commenti delle gare. Fu direttore del GdP dal 1926 al 1984, anno della sua morte. La sua successione fu un problema angoscioso.

Lei definisce gli anni Sessanta quelli della «svolta» sia nella società sia nei mass media. Si affermano la radio e la TV, vanno in crisi i giornali dei partiti, i giornalisti si professionalizzano e le vecchie tipografie si trasformano in laboratori grafici…
Quel periodo fu magico per il Canton Ticino. Non solo c’era un progresso di tipo economico, anche se con molte contraddizioni. Penso alla devastazione edilizia dei centri storici, senza che i giornali se ne accorgessero, a parte qualche voce isolata come Mario Agliati. Di più c’era la gioventù studiosa, molto numerosa, che tornava dalle università e voleva un Ticino nuovo. Ci fu l’enorme delusione nella primavera del 1969 per la bocciatura della legge urbanistica, sostenuta da tutta la gioventù del Ticino, contro i conservatori di tutti i partiti. È da lì che la cementificazione del territorio diventa irrefrenabile.

Lei sottolinea come sui grandi eventi del ’68 (la rivolta del maggio francese, la morte di Robert Kennedy e quella di M. L. King) e anche sulla guerra in Vietnam i giornali ticinesi non avessero corrispondenti locali. Una lacuna inevitabile?
Era per mancanza di mezzi. Ma c’era un interesse enorme da parte dell’opinione pubblica. La radio e la TV se ne occuparano abbastanza bene. Ma c’era un’attesa da parte della gioventù ticinese che chiedeva il cambiamento, nella politica e nella società, nel privato. Anche con tutti gli eccessi ideologici. I media ticinesi ne riferivano poco e male, perché non erano attrezzati. Per fortuna, da noi si leggeva anche la stampa italiana.

Degli anni Settanta, lei esalta la funzione «emancipatoria» dei documentari della TSI e delle trasmissioni come «Argomenti» e «Reporter». E il ruolo, per esempio, di Leandro Manfrini. Perché?
Grazie alla struttura federalistica della SSR, i mezzi finanziari a disposizione della TSI erano incomparabilmente più grandi di quelli della stampa scritta. E i giornalisti come Manfrini furono all’altezza di questa sfida. La qualità dei documentari era molto alta. Mi piace ricordare che quando arrivai in televisione nel 1982 proposi come primo servizio la politica del figlio unico in Cina. Oggi, alla tv e soprattutto ai giornali mi direbbero: «bravo, ne parliamo un’altra volta». Il mio progetto, invece, venne accettato e poi realizzato, senza pensare minimamente ai costi. Di più venne anche premiato dalla stampa specializzata al festival di Montecarlo. Era una stagione eccezionale. Negli anni Settanta si sviluppa finalmente la concezione dell’autonomia del giornalismo. Grazie a Guido Locarnini per la stampa, Pedrazzi per la radio e in parte grazie ai dirigenti della televisione come Antonio Riva, si lottò affinché la nostra professione avesse regole e principi etici propri. Non erano più il partito o la Chiesa a imporli.

Gli anni Settanta segnano il sorpasso del CdT sul GdP: 26mila contro 20mila. Come lo spiega?
Negli anni Settanta si ferma lo slancio del Concilio Vaticano II e i conservatori reagiscono chiudendosi, rifiutando lo spirito dei tempi. In Ticino il Sinodo fu un fallimento. Molti laici si impegnarono ma non ottennero nulla. Il GdP aveva quindi questo handicap verso l’opinione pubblica: era contro tutto, dalla libertà del cinema all’educazione sessuale nelle scuole. In più il direttore Leber era menomato a causa di un attacco cerebrale e la redazione rimase a lungo senza una guida.

Enrico Morresi

1936 Enrico Morresi nasce a Massagno, dove ancora risiede.
1950 A 14 anni al Corriere del Ticino come apprendista tuttofare.
1962-1965 Segue per il CdT il Concilio Vaticano II a Roma.
1982-1992 Produttore del magazine «Centro» della Tsi.
1999-2011 Presidente Fondaz. Consiglio svizzero della stampa.

Fonte: R. Burkhard, «Die Tessiner Presse», 1977

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Testo: Rocco Notarangelo
Foto: Sandro Mahler/mad/Fotolia
Pubblicazione:
martedì 28.10.2014, ore 00:00


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