Miriam Avelli nel suo appartamento-laboratorio crea gioielli da materiale povero.

La ragazza che trasforma in gioielli ogni cosa che tocca

Realizzare bijoux da materiale povero: lʼidea vincente di Miriam Avelli, giovane creatrice. — di GUDRUN DE CHIRICO

Dimenticate diamanti, ori o argenti, perché a volte i gioielli possono nascere dai posti più inaspettati. Come dalle manopole colorate con cui si regola il volume di una chitarra. Le prendi, le rielabori e zac, si trasformano in anelli, orecchini, spille, gemelli. Potresti definirli così: prima erano «strumenti musicali», adesso sono «strumenti preziosi», dopo il passaggio per le mani, certosine e fantasiose, di Miriam Avelli, locarnese di nascita, classe 1985, per tutti però nota come Miriam Vile, grazie a un cognome d’arte forgiato proprio nel momento in cui questo tipo di «gioie» artigianali, recuperate da altri materiali, sono diventate la sua passione e professione. 

«Mi è stata chiara fin da subito una cosa – spiega Miriam mentre mostra i suoi ultimi lavori – tutto quello che realizzo non ha a che fare con materiali nobili, perché i miei pezzi hanno origini vili come si dice in gergo. E così, ho pensato di trasformare anche il mio nome in quella stessa direzione». Una volontà di riuso di oggetti della vita quotidiana, ma che arrivano ad avere una seconda vita. La capriola di un riciclaggio ed eccoli trasformati in manufatti unici, lontani dalla serialità con cui sono stati fabbricati. «Suonando io stessa il basso e organizzando concerti, la musica è sempre stata molto presente. Ed è lì che mi sono fatta prendere dalla curiosità nei confronti delle componenti meccaniche degli strumenti musicali.



Anelli, manopole, potenziometri, chiavi: sono tutte cose che “rubo” a chitarre, bassi elettrici, benji, ukulele o quant’altro». Un furto fatto in nome della libertà, visto che lo scopo rimane quello di dare nuovo significato alle cose, invitando tutti a guardarle da un’altra prospettiva. A Miriam viene spontaneo farlo, così come le viene istintivo recuperare la memoria che sta alla base di ogni sua creazione. «Mi affascina partire da oggetti già esistenti, con una loro storia alle spalle e che magari, di lì a poco, rischiano di venire sepolti nella spazzatura o tra le polveri di un qualche solaio». È il destino balordo e sfuggente degli oggetti che, in fondo, è sfuggente almeno quanto quello dell’artista che li recupera e li ricrea.

Lʼinizio  di unʼavventura
Basta risalire nel passato di Miriam per capire che a volte sono le coincidenze e le svolte improvvise ad aprire nuovi percorsi. Dopo la scuola di sartoria a Lugano, lavora in una azienda tessile che fallisce, poi, non trovando un’occupazione nel suo ambito, viene assunta in una fabbrica di bulloni, ma anche questa ditta, costretta dalla crisi, fa tagli al personale e lei rimane senza impiego. «A quel punto l’ho preso come un segnale. Dovevo cambiare qualcosa nella mia vita e così è stato». Un viaggio che per prendere la giusta rincorsa, si è nutrito di tanti viaggi. «Sono stata in Francia, in Olanda, in Spagna e poi in Africa, tutto in un furgone, portandomi addosso solo un bagaglio essenziale che, strada facendo, ho inglobato in una lunga serie di tracce concrete». Adesso, per esempio, è sufficiente guardarsi in giro nel suo appartamento-laboratorio di Mondonico,  per trovarsi in un mondo pieno di vasi, fiori secchi, rami d’albero, vecchie valigie. Senza dimenticare gli attrezzi d’ogni tipo che spaziano dalle forbici alle pinze, passando per fili, catene, cacciaviti, martelli. «Sono vissuta osservando il comportamento di mia madre che affastellava tanta roba anche inutile come sassi, elastici, legni, che in genere la gente butta via. Anche se mi sembrava eccessivo, non posso negare che quell’universo così gonfio di cose mi ha sempre incuriosita e piano piano è entrato a far parte di me. Non in modo compulsivo da semplice accumulo, ma attraverso la sua variante più creativa». Anche perché per Miriam non si tratta solo di coabitare con tutti questi oggetti, ma di intrecciarci una relazione profonda attraverso la sua manualità. «Datemi in mano qualcosa e io lo trasformerò in qualcos’altro. Fin dal mio primo gioiello è stato così: mi trovavo ad Amsterdam e stavo bazzicando all’interno di un mercato delle pulci, quando l’occhio mi è caduto su un pezzo di mandolino buttato lì tra le cianfrusaglie. Quell’avanzo mi piaceva così tanto che l’ho preso, me lo sono studiato e da lì è nata la mia prima collana». Poi, va da sé, da cosa nasce cosa e dalle collane si passa anche a bracciali fatti perfino con un pezzo della maniglia di una porta. «Tutte robe che ho iniziato a indossare senza nemmeno potermi immaginare quello che di lì a poco sarebbe successo. E cioè, la gente che mi fermava e la domanda era sempre la stessa: ne fai uno anche a me?».
Un gradimento continuo che oltre a dare la conferma a Miriam di aver trovato il suo destino, gradatamente è passato dalle strade quotidiane alle boutique, visto che dal 2013 i gioielli che realizza hanno trovato spazio in alcuni negozi di design sia a Ginevra che a Lugano. Nessun lusso, ma sobrietà, lavoro di riutilizzo e quel trasporto per tutto quel materiale vile da cui ha voluto prendere anche il suo cognome.

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