Pio Pellizzari è direttore della Fonoteca nazionale dal 1998.

Mondo di suoni: l’importanza
delle immagini uditive

Intervista a Pio Pellizzari, direttore della Fonoteca nazionale di Lugano in occasione della Giornata mondiale del patrimonio audiovisivo. — ISABELLA VISETTI

Il 27 ottobre è la Giornata mondiale del patrimonio audiovisivo: perché è importante questa ricorrenza?
La giornata è stata istituita nel 2005 dall’Unesco per evidenziare il valore del patrimonio audiovisivo di cui all’epoca non si era  ancora abbastanza coscienti. Per molto tempo la trasmissione delle conoscenze era veicolata solo da elementi fisici, come ad esempio i documenti cartacei, e i ricercatori non erano abituati a considerare audio e video come fonti per il loro lavoro. Dal secolo scorso, esistono però molte testimonianze che sono solo su supporti audiovisivi, che raccontano la nostra creatività e il nostro sapere. Continuare a ignorarli avrebbe significato tralasciare un pezzo della nostra storia. La giornata vuole proprio aumentare  la consapevolezza sull’importanza di conservare, valorizzare e utilizzare i documenti audiovisivi.

Chi si è mosso per primo per fare questo?
A cavallo della Prima guerra mondiale, sono state le fondazioni e le istituzioni private in diversi paesi che hanno cominciato almeno a raccogliere il materiale per preservarlo dalla distruzione; in seguito sono arrivati gli archivi e le biblioteche nazionali. Ma raccogliere è una cosa, salvaguardare a lungo termine un’altra: significa intraprendere delle azioni di salvataggio, per esempio la digitalizzazione, che però sono molto care e dunque gli Stati hanno faticato a metterle in atto.

Com’è la situazione in Svizzera?
La Fonoteca nazionale svizzera è una fra le ultime nate in Europa, ma negli anni ha recuperato questo ritardo e nel frattempo la sensibilità nel nostro paese è molto cresciuta. La Fonoteca è nata come fondazione privata, ma dall’inizio di quest’anno è integrata nella Biblioteca nazionale e nell’Ufficio federale della cultura. Ora ci confrontiamo con il problema di disporre di moltissimo materiale già raccolto, ma con i mezzi finanziari e il personale a disposizione non riusciamo a elaborare tutto.

Elaborare il materiale cosa significa?
Vuol dire condizionare, trattare il materiale, in modo che diventi stabile e possa essere conservato a lungo termine; questo è un lavoro fatto dagli archivisti. Poi gli ingegneri del suono procedono alla digitalizzazione, processo che viene fatto subito per i documenti fissati su supporti che rischiano di deperire o che non potranno più essere letti; infine i documentalisti devono allegare una documentazione che contestualizzi il suono. Per svolgere questo lavoro, sotto il nostro tetto si intrecciano mansioni, competenze e profili professionali diversi.

Cosa raccoglie la Fonoteca?
Tutto quello che è inciso su un supporto sonoro e che riguarda la Svizzera: finora abbiamo più di cinque milioni di titoli. Raccogliamo tutti i generi musicali, ma anche il parlato, i documenti unici della ricerca linguistica, etnografica,  etno-musicologica, le collezioni dei ricercatori e dei collezionisti.
Ora la raccolta di queste collezioni storiche non presenta più un problema, perché ci arrivano quasi automaticamente. Aumenta anche il materiale che riceviamo in  forma digitale via mail. Abbiamo però difficoltà a risalire a tutto quello che è pubblicato nel presente, perché il mercato musicale è in difficoltà e si fatica a reperire le produzioni contemporanee fatte direttamente dagli artisti.

Ma come si decide cosa vale la pena conservare? Come si capisce che un suono sarà prezioso o in via d’estinzione?
Questa è la grande domanda. Il tema della selezione è una questione “calda” per il nostro settore e su questo argomento tengo da alcuni anni dei seminari. La selezione andrebbe fatta al momento dell’acquisizione, ma ci sono anche altri momenti in cui si può eliminare il materiale. Per fare una selezione si deve decidere cosa è importante trasmettere della nostra società, della nostra cultura. Cosa trasmettiamo della Svizzera per le prossime generazioni? Cosa deve far parte del nostro patrimonio audiovisivo? Cosa sarà importante fra cinquanta o cento anni? E chi decide cosa trasmettere e cosa scartare? Ci sono alcune regole, diversi paesi per esempio hanno il deposito legale, che in Svizzera non esiste, ma il deposito legale riguarda solo ciò che è messo sul mercato, mentre per ciò che non è pubblicato il problema della selezione rimane. La politica dice che si raccoglie troppo e che non ci sono abbastanza soldi per conservare tutto, ma cosa si elimina? E chi si prende la responsabilità di questa scelta? Qualcuno dice che sono i politici che devono stabilire dei criteri, ma non hanno le competenze per farlo. Altri hanno allora avanzato l’idea di una commissione scientifica composta da esperti che fissi delle regole... Per ora siamo in alto mare, nessuno ha ancora trovato una strategia per rispondere a queste domande.

L’archivio della Fonoteca può essere consultato dagli utenti?
Sì, è disponibile al pubblico, questo è uno dei nostri compiti istituzionali. Abbiamo una rete di 56 postazioni su tutto il territorio nazionale dalle quali si può accedere online ai documenti conservati dalla Fonoteca in modo protetto, nel caso i documenti siano ancora sottoposti ai diritti d’autore. In pratica si tratta di «sale d’ascolto» create all’interno di biblioteche, archivi, conservatori o università, dove si può ascoltare tutto il materiale che abbiamo digitalizzato. Con questa iniziativa abbiamo avuto un grandissimo successo, perché abbiamo reso la consultazione molto più facile e veloce, anche ovviando alla distanza della nostra sede a Sud delle Alpi. Inoltre, possiamo in pochissimo tempo digitalizzare e caricare online quello che ci viene richiesto.

Lei è musicologo di professione, ha studiato canto, lavora con i suoni e ha sempre allenato l’udito: cosa ricorda dei rumori della sua infanzia?
Sono nato a Rheinfelden (AG), cittadina sul Reno, e il rumore dell’acqua del fiume è stato molto presente, soprattutto la notte quando dormivo con la finestra aperta, tanto che quando ero via da casa faticavo ad addormentarmi. Poi il confronto tra le due lingue con cui sono cresciuto: lo svizzero-tedesco a scuola e il dialetto veneto delle vacanze in Italia da bambino, nel paese da cui proviene mio padre. Ho ancora nell’orecchio l’opposizione di queste due parlate, una più secca e aspra, l’altra più rotonda e dolce.

E se dovesse descrivere la Svizzera attraverso i suoni, quali sceglierebbe?
A questo tema la Fonoteca nazionale svizzera ha dedicato la mostra «Tü-ta-too. L’orecchio in viaggio» ora esposta al Musée gruérien di  a Bulle (FR) fino al 29 gennaio 2017. Possiamo dire che in Svizzera esiste un multiculturalismo anche a livello di suoni, a partire dalle quattro lingue nazionali, dai diversi dialetti  fino alla musica e ai canti popolari molto diversi da regione a regione. Di sicuro il suono dell’acqua è permanente in Svizzera e la caratterizza molto, anche se non ce ne rendiamo conto. Poi il suono dei campanacci e delle campane: a un amico che si era trasferito negli Stati Uniti quando gli ho chiesto di cosa sentiva la mancanza mi ha risposto senza esitare «delle campane». Dovremmo riflettere di più sul panorama sonoro che ci circonda, rivalutando la cultura uditiva rispetto a quella visiva: con gli occhi si vede un’immagine già composta, con le orecchie ognuno può crearne una diversa.

Direttore della Fonoteca nazionale svizzera di Lugano dal 1998, Pio Pellizzari (1954) ha studiato musicologia all’Uni di Friburgo e di Lione e ha anche una formazione in canto. È stato assistente all’Istituto di musicologia dell’Uni di Friburgo e ha insegnato musica al liceo di Friburgo. È vicepresidente della IASA (International Association of Sound and Audiovisual Archives) e presidente del suo Teaching&Education Committee, che si occupa della formazione nell’ambito dell’archiviazione audiovisiva.

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