La Hammerhead, la gigantesca gru dei vecchi cantieri navali di Glasgow, la nuova sala per concerti Hydro e Il Clyde Auditorium, la cui forma richiama un armadillo.

Glasgow, in Scozia
non solo birra e pub

La città che secondo il motto «prospera» ha costruito la sua fortuna con i cantieri navali e l’industria pesante. Oggi punta sulla cultura e sul turismo. Con successo.

Il Glasgow Green, nell’East End cittadino, è il più antico parco del mondo. Esiste da più di 800 anni e un arzillo vecchietto ci spiega che  «è come se fossimo nel famoso Speaker’s Corner londinese;  qui sono venuti a scuola di educazione politica leader sindacali, politici e membri del parlamento. Tutta gente che si è laureata a quella che noi chiamiamo Glasgow Green University». Per conoscere altre storie veraci di glaswegians, basta visitare le stanze di un edificio in pietra rossa, attaccato a una serra in stile vittoriano. Sono il People’s Palace e i Winter Gardens, due perle del Glasgow Green. Il primo è un  museo che racconta la storia della città e dei suoi abitanti.

Vi si trovano vestigia della Glasgow medioevale e tutti gli elementi e i ricordi storici relativi alla vita sociale, le relazioni commerciali, i mestieri e le corporazioni attraverso i secoli. Ricordi e testimonianze sulle grandi famiglie del tabacco e su James Watt, il padre della rivoluzione industriale. In una sala c’è una ricostruzione dell’ufficio di Joan Mc Lean, il più grande leader socialista dell’inizio del secolo scorso, abbonato alle carceri e morto prematuramente a 44 anni in seguito alle terribili condizioni di detenzione. Visitando il People’s Palace ci si accorge che in pratica nelle sale di questo museo vengono messe a confronto due diverse visioni del mondo: quella capitalista e quella proletaria. Se il People’s Palace è la casa dei glaswegians, il tempio (per lo meno di quelli cattolici) è il Celtic Park. Tra i frequentatori più assidui c’è Rod Steward, proprietario di un sedile privato in tribuna d’onore. Nel 1988, l’anno del centenario dello stadio, è stato proprio un suo concerto ad inaugurarne la versione restaurata.
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Concerto di musica tradizionale in un pub.
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Ed è bizzarro che un anno fa sia stato lo stesso Rod Stewart, con un altro concerto, ad inaugurare la struttura che i glaswegians chiamano Shag. Termine poco elegante, traducibile con «avere un rapporto sessuale», è l’acronimo di Scottish Hydro Arena Glasgow. Struttura circolare in vetro e acciaio, simile ad una gigantesca astronave, è un’arena futuristica in grado di ospitare circa 12mila spettatori. Targata Norman Foster, sorge sulla riva del Clyde, accanto all’Armadillo, un nomignolo con cui si identifica il Clyde Auditorium, un imponente edificio inaugurato nel 1997. Progettato anche lui da Sir Norman Foster è composto da cinque gusci di alluminio luccicante incastrati uno dentro l’altro, un design che evoca le fusoliere delle navi che venivano costruite nei cantieri sul Clyde.

Anche sull’altro lato del fiume c’è una nuova Glasgow. Per arrivarci basta attraversare il Clyde Arc: inaugurato nel 2006, è il primo ponte costruito sul fiume dopo 37 anni. Poco più avanti ha la sua sede il Glasgow Science Centre, un’avveniristica costruzione in acciaio, vetro e titanio, attiva come centro espositivo e didattico dedicato al mondo della scienza. Il Riverside Museum, inaugurato nel 2011, invece è il museo del trasporto, progettato da Zaha Hadid. Queste strutture in pochi anni hanno stravolto il look di una città che aveva costruito le sue fortune economiche con i cantieri navali e l’industria pesante. Glasgow oggi punta tutto sulla cultura e il  turismo. Basti pensare che la sola Hydro ha budgettato di produrre, per l’economia locale, un fatturato annuo di 130 milioni di sterline con eventi sportivi e concerti di star internazionali.
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In alto da sinistra a destra: Kelvingrove Art Gallery and Museum, concerto al Barrowland, banchetto nuziale in una chiesa trasformata in locale per ricevimenti, un taxi con la bandiera scozzese.
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La musica più intrigante, però, Glasgow se la produce in casa. È la città dei Simple Minds e di Al Stewart, di Donovan e di David Byrne, dei Franz Ferdinand e di Paolo Nutini. E gli Oasis, pur non essendo nati qui, si son fatti conoscere grazie ai concerti al King Tut’s Wah Wah Hut. Su ogni gradino della scala che porta alla piccola sala concerti sono riportati, suddivisi per anno, i nomi degli artisti che ci hanno suonato: una sorta di Bignami del brit pop. Frequentato dagli studenti della vicina Glasgow School of Art, il King Tut’s è uno dei tanti club che hanno consentito alla città di essere nominata, nel 2008, Unesco City of Music.

Location storiche, come la Glasgow Royal Concert Hall e la Glasgow City Hall, non hanno nessun imbarazzo ad ospitare artisti folk e jazz. Spazi nati per altri usi si prestano senza difficoltà alla musica, come nel Botanic Gardens & Kibble Palace, dove si può assistere a un concerto circondati da palme e rare piante carnivore. O dell’adiacente Òran Mór: una chiesa sconsacrata che ospita tre sale concerti e un ristorante. Tutti i giorni alla stessa ora al Kelvingrove Art Gallery and Museum, un museo così folle da esporre quadri di Van Gogh e Botticelli accanto alle opere di anziani pensionati scozzesi che omaggiano la loro passione per il tè, c’è un concerto per organo. Trattasi di un raro tesoro vittoriano, dotato di 2.889 canne, risalente al 1901. Il concerto si tiene nella Central Hall del museo, un’immensa stanza impreziosita dal nome di 36 compositori incisi sulle sue pareti. Ad assistere i concerti c’è una statua di Sean Read titolata «Return to sender», una sorta di sant’Elvis Presley. Conoscete un’altra città che potrebbe domiciliare con maggior eleganza una simile icona pop?

Il mito del Barrowland

Sgargianti luci al neon che si riflettono sull’asfalto bagnato di Gallowgate Road. Sono le insegne del Barrowland. L’arzillo ed elegante Tom Joyes ne è il direttore. «Dal 1934 sul parquet in legno di questo locale hanno imparato a ballare generazioni di glaswegians. Ha aperto i battenti nel Natale del ’34, e non li ha chiusi nemmeno nei giorni peggiori della seconda guerra mondiale. Per me il concerto più bello di sempre è stato quello di David Bowie, ma la storia di questo locale è legata a Bill Mc Gregor». Conosciuto da tutti come King Showman, era il leader di The Gaybird, la più longeva resident band del Barrowland. «La sua carriera – prosegue Tom – iniziò con l’apertura del locale, e a quei tempi faceva il batterista. Con la band alternava musica e sketch umoristici e il motto delle sue  serate era: “Every night is a riot”. I Gaybird suonavano 6 o 7 volte alla settimana per un cachet di  circa 15 £». Tom ci spiega che Billy era anche furbo. «Fu lui ad introdurre il Register Dancing: a ogni donna veniva dato un carnet di biglietti e a ogni ballerino con cui danzava ne regalava uno.

Più biglietti un uomo riusciva a collezionare e più pagava un prezzo scontato all’ingresso. La line up della band rimase immutata sino all’incendio del 1959. Il fuoco distrusse tutti gli strumenti, ma il direttore del locale gliene fornì altri. Non si limitò a questo. Procurò loro anche degli ingaggi in modo che potessero farsi trovare ben caldi quando il Barrowland avrebbe riaperto». Andateci in una serata di roller disco e sarete catapultati indietro nel tempo. Un buco spazio-temporale che ingoia anche il mercato che la domenica si dipana nei piani sottostanti al locale. È solo un segmento del Barras Market, un universo commerciale che tracima nelle stanze di vecchi edifici vittoriani, su centinaia di bancarelle e in decine di negozi. È uno dei più stravaganti mercati delle pulci al mondo. Kilt scozzesi venduti a 35 £ e pietre tombali a prezzi di saldo. Vecchi dischi di Johnny Cash regalati per 2 £ da un venditore che ne imita le smorfie. Ma anche collezioni di Dinky Toys e reperti di chincaglieria di improbabili lord inglesi.

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Foto: Bruno Zanzottera
Testo: Claudio Agostoni
Pubblicazione:
lunedì 17.03.2014, ore 11:40


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