Paul Biegger ha sempre con sé dei taccuini per disegnare.

«Ho messo molta
passione nel lavoro»

Paul Biegger è stato primario all’Ospedale di Locarno per quasi trent’anni. Da quest’estate è in pensione ma non lascia completamente la nave.

«

Anche io ho qualcosa del dottor House»

Sulla sua scrivania, c’è una piccola scultura. Un sauro attorcigliato su se stesso, che sta per mordersi la coda. Una figura quasi alla Escher. L’ha realizzata lui, assieme alla moglie, esperta nella cottura della ceramica. «Ho sempre cercato di non finire così», spiega il dottor Paul Biegger, per quasi trent’anni primario di chirugia all’Ospedale La Carità di Locarno, da poco in pensione. «Anche se il rischio c’è stato. Per fortuna, ho sempre avuto il sostegno della famiglia: tutte le donne che sposano un chirurgo fanno sacrifici, questo bisogna dirlo. Anche mia moglie, a volte, ha confessato di sentirsi come un cestino nel quale sfogavo tutto lo stress del lavoro». Come nelle grandi svolte della vita, il suo arrivo a Locarno è avvenuto per caso. Non c’era nessun legame con il Ticino («c’ero venuto soltanto in vacanza», ricorda). E neppure un interesse particolare: «non parlavo nemmeno l’italiano, purtroppo non l’avevo imparato al liceo», racconta dispiaciuto. «A metà degli anni ‘80, sul mercato c’erano relativamente tanti chirurghi, così un collega che lavorava a Lugano mi ha detto del concorso di primario all’Ospedale di Locarno. Ci ho provato, ma senza sperare: sapevo che molti miei colleghi vi partecipavano e che forse avrebbero preso un ticinese. Invece, dopo alcuni mesi mi hanno telefonato per dirmi che avevano scelto proprio me». A rivederla ora, come in un film lungo quasi 30 anni che si riavvolge veloce, la carriera del dottor Biegger è stata costellata di sfide. «Sapevo che avrei lavorato con un viceprimario, Diego Donati, che si era candidato allo stesso concorso (e con cui, per decenni, ho avuto un’ottima collaborazione). C’era il trasferimento al nuovo ospedale, che si stava ancora costruendo. E c’era da riformare il servizio infermieristico passando dalle suore al sistema laico attuale. Ero sotto pressione, anche perché certa stampa era contro il nuovo primario venuto da oltre Gottardo».

Biegger, allora 38enne, affronta le sfide come ha sempre fatto: con il sorriso, un carattere aperto, il dialogo. Impara velocemente l’italiano, senza lezioni o metodi particolari, ma semplicemente in corsia, al lavoro, con colleghi e pazienti. In ospedale, conosce ogni collaboratore per nome, ha sempre una parola e un sorriso per tutti. «Anche se ho avuto poco tempo per dedicarmi alla famiglia – ammette – non mi è mai pesato lavorare. Pure nell’ultimo anno come primario, senza vice, con una valanga di articoli contro, abbiamo resistito per il bene dei pazienti, grazie a una collegialità cresciuta via via nel tempo. Non sono stanco, avrei potuto continuare ancora, forse con meno incarichi di gestione. Per questo, d’accordo con l’Ente Ospedaliero Cantonale e la nuova équipe, mi occuperò della formazione dei chirurghi con training mentale, un metodo che viene usato dagli sportivi. Ad esempio, nello sci si visualizza mentalmente la discesa prima di effettuarla… Poi accompagnerò il lavoro al laboratorio per ferite croniche, operando in tandem con il capoclinica. Anche nell’industria ci si sta accorgendo che i giovani possono imparare accanto a chi ha esperienza». Lui ne ha accumulata tanta, con una formazione in diversi settori della chirurgia, con innumerevoli interventi. «Non li ho mai contati. In particolare, ricordo un intervento al polmone con un paziente anziano in cui è accaduto un imprevisto. Il tessuto, non più sano, aveva ceduto. L’anestesista mi aveva detto che non c’era più nulla da fare, tanto che avevo già sfilato i guanti. Poi, mosso da chissà quale impulso, me li sono rimessi e ho continuato a suturare, anche se il cuore non pompava più, mentre i colleghi in sala mi guardavano. Ed è capitato qualcosa di eccezionale, al di fuori del mio controllo: il paziente si è ripreso! Sono cose accadute due o tre volte. Provo ancora i brividi a pensarci…». Scene da film, come quelle a cui ci hanno abituato serie come E.R. e Grey’s Anatomy. «Non le guardo – sorride Biegger – ma devo ammettere che alcune hanno aspetti interessanti per medici e pubblico, c’è un fondo di verità. Alcuni medici, e un po’ anch’io, hanno qualcosa del dottor House, per la passione che mettono nel lavoro!».

Comunicare con il disegno
Biegger ha aperto le porte dell’Ospedale di Locarno alla cultura, con le mostre d’arte e i quadri dei pazienti in corsia, le pareti del reparto dipinte dagli stessi collaboratori. «L’idea nasce dal desiderio di comunicare con la gente in diversi modi. Trovo che il disegno abbia a che fare con la chirurgia. Per avere il consenso del paziente, faccio piccoli schemi per spiegare l’intervento. Perché le parole si capiscono fino a un certo punto, ma la comunicazione visiva ci riesce meglio. Quando sono in vacanza, porto sempre con me un taccuino per disegnare veloci schizzi di paesaggi da cui nascono piccoli quadri, che poi regalo agli amici». Chissà se ora avrà più tempo anche per questa passione.

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Testo: Giovanni Valerio
Foto: Massimo Pedrazzini
Pubblicazione:
lunedì 19.10.2015, ore 00:00


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