Paul Burggraf fa le scarpe... all’ingiustizia sociale

Tra Taverne e Città del Capo: la start-up del 28enne vuole valorizzare l’artigianato africano e il commercio solidale.


Paul Burggraf e le sue espadrillas 100% «made in Africa».

La prima volta che Paul Burggraf mise piede a Città del Capo, nel 2006, non aveva idea di quanto quel viaggio gli avrebbe cambiato la vita. Da quel primo assaggio d’Africa, il 28enne luganese è diventato proprietario della start-up African Handmade Shoes, azienda che ha creato una trentina di posti di lavoro pagati equamente e che vende migliaia di scarpe di produzione artigianale in tutto il mondo. Una filiera che collega il Sudafrica a Taverne, da dove Paul Burggraf gestisce il negozio online e la parte logistica. Ora, con un nuovo progetto, vuole aiutare altre aziende nascenti africane tramite il concorso #STARTaBOOM.
Ma andiamo per tappe: colpito dalla bellezza del Sudafrica, nel 2007 Paul torna a Città del Capo. Questa volta incontra Arnold, giovane proveniente dallo Zimbabwe e abile calzolaio («La sua terra è nota per la tradizione calzaturiera», spiega il giovane ticinese) che è giunto nella «nazione arcobaleno» per sfuggire alla politica di Mugabe e ricominciare da capo. Un viaggio per cui ha rischiato la vita: «È partito con altri tre ragazzi, ma non sono giunti tutti a destinazione. Uno è stato sbranato da un leone» racconta Paul. «Per molti il Sudafrica è terra di speranza, anche se l’economia del paese è in realtà in grave crisi». Una volta entrato nella minuscola bottega di Arnold, il luganese ne resta incantato. Anno dopo anno, Paul torna dal calzolaio; col tempo, da un semplice rapporto cliente-artigiano nasce l’idea «di portare le belle scarpe di Arnold in Svizzera». I due diventano un team e viene fondata African Handmade Shoes, start-up per la quale nel 2012 Paul lascia il suo lavoro come carpentiere («Mi è sempre piaciuto il lavoro manuale e l’artigianato»).

Piccole aziende crescono
Partita con un centinaio di comande, l’azienda arriva a vendere migliaia di scarpe a stagione. Presto decidono di puntare alla produzione di scarpe in stoffa, meno costose, più facili da produrre in grandi quantità e quindi meglio adatte a soddisfare la domanda in aumento. Un grande lavoro manuale, ma anche un forte impegno a livello di marketing («I social  media sono stati fondamentali per farci conoscere alla clientela»), e di impegnativa ricerca di materiali, tutti 100% africani, come vuole il concetto del marchio. Il lancio ha successo, e il lavoro di Arnold non basta più per coprire la richiesta non solo svizzera, ma mondiale. Anche i due fratelli del giovane scarpaio vengono arruolati, e con loro apprendisti che nel laboratorio di Città del Capo hanno la possibilità di imparare un mestiere con cui potersi pagare da vivere. L’azienda, che ingaggia anche un piccolo team ticinese, remunera i suoi artigiani più del doppio del salario medio sudafricano. Essa, ai suoi collaboratori ha anche regalato un negozio per vendere altre scarpe in quei mesi in cui, per African Handmade Shoes (che vende soprattutto espadrillas estive), c’è meno lavoro. Una manovra imprenditoriale per riuscire a impiegare tutto l’anno i propri artigiani senza rischiare di perderli e guadagnandone maggiore fiducia e lealtà.
L’aiuto reciproco è  un pilastro della cultura aziendale di African Handmade Shoes. Da poche settimane, infatti, la start-up ha lanciato un nuovo progetto per aiutare altre ditte nascenti. Il 10% del profitto ricavato nel 2015 verrà devoluto alla più votata delle tre ditte in concorso sul sito di African Handmade Shoes. Tre candidati che sono stati scelti «per il modo in cui rappresentano il Sudafrica e per l’arricchimento che portano alla regione», come spiega Paul.

«

Lʼapartheid esiste ancora. Noi l'affrontiamo con humour»

Tra il bianco e il nero sta l’amicizia
L’imprenditore sociale ticinese, che oggi vive metà dell’anno in Svizzera e l’altra metà nel continente nero, ha dovuto imparare a capire la mentalità del suo team africano trovando, al contempo, il modo di introdurre lo standard europeo di attitudine lavorativa. Sulle differenze culturali  afferma: «È un fatto di opportunità: a noi viene insegnato già a scuola che ci vuole impegno, e che al lavoro viene richiesto sforzo. In Sudafrica la gente povera non va nemmeno a scuola. Molti non vengono sensibilizzati alla disciplina. Abbiamo avuto dei casi in cui degli operai non si sono più presentati al lavoro dopo aver ricevuto la paga. Non è stato possibile mantenere questi elementi nel team. Siamo una ditta di imprenditoria sociale, creiamo posti di lavoro e paghiamo salari equi, ma non siamo un’associazione caritativa. Sarebbe sbagliato però generalizzare: sono tanti ad avere etica lavorativa». Ma la comunicazione interculturale tange anche aspetti politici: «Il razzismo nel nostro team non esiste. Ma l’apartheid è ancora presente nella vita socioeconomica sudafricana, e Arnold ed io la affrontiamo con humour e un pizzico di cinismo. Quando abbiamo una riunione lavorativa, a dipendenza dell’atteggiamento dell’interlocutore, decidiamo chi di noi va. Ci prendiamo gioco della mentalità razzista usandola a nostro vantaggio».

Gli oggetti di Paul:



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TESTO: Giorgia von Niederhäusern

FOTO: Alain Intraina

Si ringrazia Colori d’Africa a Lugano

Pubblicazione:
lunedì 15.06.2015, ore 16:00


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