La consulente del riordino Karin Schrag al lavoro, e Alan Frei con il suo «ufficio» portatile.

Piazza pulita del superfluo:
quando meno è meglio

Staccarsi dalla zavorra, eliminare ciò che non serve per liberare spazio e mente. Una filosofia di vita che affascina e Alan Frei ne è un adepto. Il giovane oggi vive con duecento oggetti.

Quando Alan Frei invita a casa  persone per la prima volta, si sente porre quasi sempre la stessa domanda: «Wow, hai appena traslocato?». In effetti, il suo appartamento ha un aspetto piuttosto spartano. Il letto fa anche da divano, mentre gli armadietti della cucina sono praticamente vuoti:  al loro interno vi sono una padella, un mestolo, un frullatore, un piatto, una tazza, una scodella, un coltello e una forchetta. In totale, il 33enne possiede circa 200 oggetti (senza contare prodotti di consumo come quelli per l’igiene o di genere alimentare). Ben il 98% in meno di quelli di un’abitazione media europea, che secondo le stime includerebbero 10mila oggetti.

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Diventare consapevoli di ciò che è davvero importante»

Alan Frei (33) sullo scopo del riordino

Eppure il fascino del saper vivere con poco sembra attrarre molti. Nelle librerie è andato a ruba Il magico potere del riordino (traduzione italiana ed. Vallardi): un bestseller internazionale con oltre due milioni di copie vendute. Il metodo giapponese proposto nel manuale insegna come organizzare gli spazi vitali migliorando la propria esistenza. Nel libro, l’autrice giapponese Marie Kondo, inserita dal Time tra le 100 persone più influenti al mondo, spiega come separarsi dalle cose che non ci rendono felici e fare ordine con le uniche che dovrebbero rimanere nei nostri cassetti: quelle davvero necessarie. Perchè nella filosofia zen il riordino è un rito che porta vantaggi spirituali quali liberare la mente, staccarsi dal passato e dare il giusto valore alle cose che ci circondano.



Prima e dopo: il superfluo è sparito dalla libreria

Ciò che non possiamo portarci via
La svolta nella vita di Alan è stata la morte del padre, avvenuta due anni fa. «Quando abbiamo sgomberato casa sua abbiamo trovato cose che non erano state né usate né considerate per decenni – racconta –. Quadri appesi da oltre 30 anni alle pareti e che nessuno più guardava, servizi di piatti mai usati per timore che potessero rompersi… Per la generazione dei miei genitori, liberarsi dalle proprie cose solo perchè non erano usate era inconcepibile. Prevaleva sempre il dubbio che forse un giorno sarebbero potute servire». Un detto tedesco ben sintetizza ciò che Alan ha potuto osservare facendo questa esperienza: «L’ultima camicia non ha tasche». Quando muoriamo i nostri beni non possiamo portarli via con noi. 

E così Alan Frei, imprenditore, si è lasciato ispirare dall’esempio da altri business men di successo come Nicolas Berggruen e Andrew Hyde, entrambi famosi per non avere residenza fissa e possedere solo un numero limitato di oggetti. Anche il movimento nato nel decennio scorso in America 100-things-Challenge («la sfida delle 100 cose»), che invita a ridurre a un massimo di 100 gli oggetti che si possiedono, ha influenzato il giovane zurighese. «Ma non sono tanto diverso da tutti gli altri: passando davanti alle vetrine vedo spesso cose che mi piacerebbe comprare», ammette. In questi casi, se possibile, adotta il trucco di farsele prestare per un po’ dai colleghi. «In genere, nel giro di una o due settimane l’entusiasmo della novità svanisce e si rinuncia alla nuova spesa», afferma.

Massimizzare la felicità
Benchè non sia stata la Kondo la musa principale di Alan Frei, le parole del 33enne riprendono il concetto dell’autrice giapponese: lo scopo del suo processo di decluttering – termine inglese coniato per indicare l’eliminazione del superfluo – è «ottimizzare l’esistenza e massimizzare la felicità diventando consapevoli di ciò che è davvero importante». Il giovane non si considera in nessun modo un missionario: «Non voglio dire a nessuno come vivere. Semplicemente mi sono reso conto che meno possiedo, più ho la mente libera e più mi sento felice». Le sue nuove parole d’ordine sono leggerezza, libertà e indipendenza. Quando viaggia, porta sempre solo il bagaglio a mano. E dato che non ha praticamente nulla che gli ricordi il passato o sia legato a progetti futuri, vive di più nel «qui e ora». «Ho più tempo di prima, soprattutto per i miei cari», racconta. Il suo ora è un raccogliere esperienze piuttosto che oggetti.

Vivere meno nel passato
Karin Schrag, 43enne di Berna, può sottoscrivere molte delle affermazioni di Alan Frei. Anche se nemmeno lei, per la quale il riordino è il pane quotidiano, sarebbe capace di limitarsi a 200 oggetti. «Con due bambini piccoli sarebbe abbastanza irrealistico», afferma ridendo. Anche per lei però è importante circondarsi solo delle cose che utilizza regolarmente e che la rendono felice. Da un anno e mezzo Karin Schrag, esperta di comunicazione, ha scelto di fare di questa filosofia un mestiere, diventando consulente del riordino.

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Meno possiedo, più mi sento felice »

Alan Frei, 33enne, possiede soli 200 oggetti, per scelta. 


Oltre alle motivazioni esterne, come ad esempio il trasloco da una casa grande in un appartamento più piccolo, secondo Schrag la maggior parte delle persone sono spinte a eliminare il superfluo da motivazioni psicologiche. «Tra chi cerca il mio sostegno c’è ad esempio chi racconta di voler essere più libero, più efficiente, e di voler progredire», racconta. «Molti sentono di doversi sbarazzare delle cose vecchie per aprirsi al nuovo». Con ogni oggetto al quale si rinuncia, spiega l’esperta di ordine, si lascia andare anche una parte del passato. «In questo modo si può essere di più la persona che si è oggi, e meno la persona che si era una volta», aggiunge.

Fare spazio, fare scelte
Ai suoi clienti Karin Schrag consiglia di sgomberare completamente un settore definito, come un armadio o uno scaffale. Esso deve però essere abbastanza grande. «Se si sistema solo un cassetto, nel giro di poco lo si ritrova pieno di altre cose». Più radicale è lo sgombero, più a lungo resta l’ordine. Per scegliere di cosa disfarsi, dice, bisogna prendere in mano ogni singolo oggetto e porsi due domande: «Lo utilizzo regolarmente?» e «Mi rende felice?». Se si risponde almeno a una delle due domande con un «sì» sincero, si può tenere l’oggetto in questione. Altrimenti no. In quel caso l’oggetto è già servito al suo scopo e lo si può dare via. «Riordinare e selezionare gli oggetti è pure un ottimo modo di allenare le proprie capacità decisionali»: Karin Schrag ne è convinta. Quando va da un cliente, porta con sé tre coperte diverse. Su una si mettono tutti gli oggetti che restano, una è per ciò che va eliminato e sulla terza finisce tutto quello su cui non ci si riesce a decidere. Una volta determinati gli oggetti da eliminare, occorre disfarsene al più presto, afferma Schrag. E aggiunge: «Non mostrate mai gli oggetti alla vostra famiglia, soprattutto non a vostra madre. Serve solo a tirarsi addosso rimproveri del tipo “non penserai di buttarlo!” e quindi dubbi inutili».

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Riordinare allena le proprie capacità decisionali»

Karin Schrag, consulente del riordino


Una seconda vita
Il nuovo mantra da seguire è «non si fa un favore agli oggetti quando li si conserva anche se non servono più». Un regalo vi ha dato gioia una volta e poi mai più? Allora è già servito al suo scopo. Se oggi quello stesso oggetto serve solo a prendere polvere, gli si può tranquillamente regalare una seconda vita. «Magari qualcuno lo acquista fra gli oggetti di antiquariato, o qualcuno meno fortunato lo riceve in dono e poi lo adopera davvero» aggiunge Schrag.
Il rischio di separarsi da troppi oggetti per poi pentirsene, secondo la consulente, è minimo. Alan Frei lo può confermare. Infatti, racconta, gli chiedono di continuo di che cosa senta la mancanza. La sua risposta: «È difficile a credersi, eppure davvero non mi manca niente delle mie vecchie cose. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore».

Secondo Karin Schrag

1. Più radicale è il riordino, più duraturo è l’ordine.
        
2. Tenere solo ciò che viene usato regolarmente o che dà veramente gioia.  
        
3. Mai mostrare ad altri quello che si vorrebbe dar via.
        
4. Fare una foto dei ricordi (per es. i disegni dei bambini), per liberarsene più facilmente.
        
5. Eliminare sempre per prime le cose da cui ci si separa senza difficoltà.
        
6. Ogni cosa ha un suo posto.
        
7. Simili vanno riposti con simili.


La consulente del riordino Karin Schrag al lavoro.

Intervista alla presidente dell’Associazione ticinese psicologi (ATP)

Perché affascinano movimenti e filosofie di vita anti-accumulo? È il risultato del peso del benessere economico sulla nostra società?
Stare bene vuol dire vivere in uno stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale tale da consentire alle persone di avere una buona qualità di vita. Ciò non equivale all’avere molte cose. L’eccessivo possesso di beni  può portare a un bisogno di compensazione tramite una ricerca pseudospirituale. Le mode che promettono «la leggerezza dell’anima», a mio parere, sono solo un’altra offerta commerciale. Ma potrebbero anche avviare una riflessione più seria sul come si vorrebbe vivere.

Dunque separarsi da oggetti può aiutare a «star bene»…
L’idea di «fare spazio» può coincidere con una voglia di rinnovamento, con la disponibilità a cambiare qualcosa nella propria vita e quindi a fare delle scelte.

A volte però si fatica a staccarsi dalle cose. Anche se inutili.
Alcuni oggetti hanno un valore affettivo. In questo senso sono ancora «utili». C’è poi chi ha problemi col criterio di scelta: quando prevale sempre il dubbio sulla potenziale utilità dell’oggetto.

E quindi come decidere se «tenere o buttare»?
Ci si potrebbe dare un criterio temporale: da quanto tempo non uso questi oggetti? Magari dopo tre anni possiamo considerarli «scaduti».

L’attaccamento agli oggetti può essere anche sano?
Non vedo nulla di male nel tenere un oggetto al quale si è affezionati.

Quando invece l’accumulo sfocia nella patologia (disposofobia)?
Quando la tendenza all’accumulo di oggetti inutili provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire, allora siamo di fronte a una patologia che ha un forte impatto anche nella sfera sociale.

Ci sono poi disturbi ossessivo-compulsivi che vanno all’opposto. C’è un nesso tra accumulazione seriale e mania per l’ordine?
Sono disturbi della stessa famiglia, ma rispondono a meccanismi diversi. Semplificando: nell’accumulazione prevale l’incapacità di categorizzare e scegliere, nel disturbo ossessivo il bisogno di controllo. L’ordine può rispondere a un bisogno estetico. Ma se è vissuto con ossessività, l’eventuale disordine genera ansia.

Giorgia von Niederhäusern

Testo: Nicole Hättenschwiler

Illustrazioni: Keystone

Pubblicazione:
lunedì 28.12.2015, ore 00:00