Pietro Veragouth ha realizzato un suo sogno dʼinfanzia, diventando inventore.

Pietro Veragouth, professione inventore

Storia di un uomo fuori dagli schemi. Dalla «fuga» in Kazakistan al successo con la creazione di oggetti strampalati e originali. — PATRICK MANCINI

Per fare capire ad amici e conoscenti cosa fa nella vita ha dovuto creare un blog su internet. D’altra parte le attività di Pietro Veragouth sono tutte un po’ stravaganti. Ed è l’originalità il suo marchio di fabbrica. A cominciare dalla parola con cui definisce il suo lavoro. Inventore. «Ci sono attività ben codificate – spiega –, altre sono più indeterminate, come l’artista, o incomprensibili, come appunto l’inventore.

Di fronte a questi termini scatta la diffidenza, come di fronte allo straniero, a quello che non si comprende fino in fondo». Un sistema tecnologico di assistenza a distanza, un proiettore olografico, un drone salvavita, un body scanner che permette di definire la taglia esatta per un abito acquistato online. E pure una piccola agenzia di viaggi di studio. «Progetti realizzati o in divenire, sono un uomo in perenne fermento. Che ha la fortuna di avere clienti importanti, come ad esempio Missoni» racconta seduto sul divano a dondolo in terrazzo, un’altra delle sue creazioni. Pietro alterna fasi di grande euforia creativa e periodi di inquietudine, meno produttivi e quasi sofferti. «Il mio è l’identikit tipico dell’artista mai in pace con se stesso». Una formazione nel ramo economico, dieci anni da imprenditore nel settore del marketing online. Nel 2004, la svolta: «A un certo punto ho deciso che era tempo di dare retta al mio “io” più autentico e di fare quello che avrei voluto fare fin da bambino, l’inventore».


L’arte di sapersi arrangiare
Un sorso d’acqua, un respiro profondo, e Pietro riprende a parlare di una vita caratterizzata dal desiderio di non volersi mai appiattire. «A 23 anni, complice una trasmissione in radio, mi sono aggregato a una delegazione diplomatica svizzera e sono partito alla volta del Kazakistan». Lì Pietro si occupa di import ed export per quattro anni. «Supportavo le aziende nell’accesso al mercato kazako. Abitavo ad Almaty, l’ex capitale. La gente mi piaceva, ho imparato l’arte dell’arrangiarsi. L’auto la si riparava con i pezzi della lavatrice. Il problema, in ogni caso, lo si risolveva sempre, con un’originalità sorprendente: noi questa capacità l’abbiamo persa». Poi, un evento che cambia il percorso di Pietro: la nascita di internet. È il 1993 quando ne sente parlare per la prima volta. «Me ne sono innamorato subito e ne ho percepito le enormi potenzialità anche in relazione alla mia attività di allora. Così ho messo in piedi una mia società di marketing online strutturata come una rete di agenti operanti a distanza». Inseguendo il nuovo business Pietro si ritrova a Brescia, sede di uno dei suoi principali clienti. «Ci sono rimasto dieci anni, facendo marketing. A Brescia, tra l’altro, ho conosciuto Eleonora, la donna che sarebbe diventata mia moglie». E, mentre lo dice, indica una casetta di legno in giardino. «Quella l’ho costruita per nostra figlia Viola. Per lei ho scritto e composto anche una ninna nanna. Le piace tantissimo». Dal blog dell’inventore si intuisce anche il suo amore per la musica e la scrittura. «Ho composto e cantato alcune canzoni, ma non le ho mai rese pubbliche. Per la scrittura è un po’ diverso, ho pubblicato due manuali sul marketing e uno sulle tecnologie».



I trucchi del mestiere
Un uomo eclettico immerso in una quotidianità non sempre facile. «La parte legata all’intuizione è la fase più entusiasmante. Poi c’è anche il lato meno interessante, quando si passa alla pratica. Capita spesso che gli inventori si innamorino della loro idea, ne siano assolutamente convinti e finiscano per perdere di vista la realtà. Questo comporta un doloroso risveglio. Prima di cominciare a investire su un progetto, è necessario capire se esiste un potenziale mercato. Questa verifica va condotta con molta onestà». Una volta saggiato il mercato, stando all’esperienza diretta di Pietro, si può partire con la ricerca di risorse per sviluppare il progetto. «Bisogna costruire un team di persone affiatate e motivate, che ci credano veramente. Infatti, dopo l’entusiasmo iniziale, subentra la fase del dubbio e dello scoraggiamento di fronte agli inconvenienti, che ci sono sempre».



Quella di Pietro è una professione al di fuori degli schemi: «Sono stato a lungo convinto che volere essere diverso fosse una debolezza. Poi però ho capito che invece poteva essere un punto di forza. Perché nei progetti creativi è l’idea innovativa e originale a fare la differenza». Il futuro di Pietro è pieno di sogni da realizzare. «C’è un ambito che mi appassiona più di altri ed è quello della realtà virtuale, settore in cui ho sviluppato molte competenze negli ultimi anni e che credo, malgrado molte false partenze, sia pronto a decollare. Sul fronte personale, forse più per autoterapia, sto scrivendo un romanzo su un tema che mi ossessiona da quando avevo 15 anni: e se la realtà fosse solo un sogno? Per ora ho scritto una trentina di pagine ma il titolo l’ho già deciso: Vita sintetica. Non male, vero?».



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