Piazza di Poschiavo, Grigioni, Switzerland, ripresa da terra. 2017©FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA

Poschiavo, nel cuore di un borgo in evoluzione

Plazza da Cumün" Il centro, recentemente rinato, è un concentrato di storia. Quella delle importanti famiglie che l’hanno forgiata, di ristrutturazioni lodate e criticate e dei suoi abitanti, autoctoni di un lembo italofono discosto dal resto della Svizzera latina. — Testo: Giorgia von Niederhäusern; Foto: Massimo Pedrazzini

Piazza di Poschiavo, Grigioni, Switzerland, ripresa da drone. 2017©FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA

Plazza, Gran Piazza, Plazza da la Vila: sono solo alcuni dei nomi dati nel corso degli anni dai poschiavini alla loro piazza principale, denominata ufficialmente Plazza da Cumün. Questo «per la sua importanza storica, politica e sociale», indica Fernando Iseppi, studioso di odonomastica e coautore di Per le vie del Borgo di Poschiavo (ed. Società storica Val Poschiavo, in attesa di pubblicazione). La declamava con enfasi anche il poeta dialettale Achille Bassi (1887-1962): «La plazza principala da la Vila / l’è cumé ‘l cor e cumé la pupila / da tüta la valada da Pusc’ciav / fin dai “tempi storici” dagli av».
Non c’è quindi da stupirsi se la scelta del suo nome ufficiale scaldò gli animi in paese: «Negli anni Ottanta si formarono due opposte fazioni: chi lo voleva in dialetto, chi in italiano», ricorda Guido Lardi, già podestà di Poschiavo e granconsigliere a Coira, oggi direttore del Museo d’arte Casa Console, a pochi metri dal cuore del borgo. La versione dialettale vinse, ma non convinse: «Ancora oggi tutti la chiamano semplicemente “plazza”, senza la specificazione “da Cumün”», conclude l’ex podestà.

«Bundì»

Nella cornice dei suoi palazzi signorili, con la Collegiata di S. Vittore Mauro (restaurata in chiave neogotica a inizio secolo scorso) e Casa Torre, arricchito dall’elaborata pavimentazione a cubetti, la fontana ottagonale, e, più in là, il vecchio monastero, il centro ha un’allure urbana. Più di quanto ci si potrebbe aspettare da un villaggio immerso fra le montagne. Ai tavolini dei suoi tre punti di ristoro, avventori sorseggiano birra locale e caffè. A ogni passante rivolgono un cordiale «Bundì».
«Che qui non si sia persa l’abitudine di salutarsi è una delle cose di cui vado fiero», dice Mario Crameri (31 anni), cuoco allo storico Hotel Albrici à la Poste, uno dei sontuosi edifici in piazza e il primo albergo della valle (aperto nel 1848). Per i clienti della struttura il giovane prepara piatti tipici, come i capunet, gnocchetti di spinaci e ottimi “ricostituenti” per escursionisti affamati, magari appena tornati da una camminata sul vicino Sassalbo. «Ma i più buoni – confessa – rimangono quelli di mia madre». Il 31enne divide il suo tempo fra i fornelli dell’albergo e la sua passione:  la fotografia. «Mi sto specializzando in immagini gastronomiche, ma anche la piazza è un soggetto interessante. Soprattutto di sera».
L’Hotel in cui lavora è ricco di storia. Prima di appartenere, a inizio Ottocento, agli Albrici e, dal 2004, alla famiglia Zanolari, fu dimora del Barone de Bassus, poschiavino erede del titolo nobiliare da parenti in Baviera.

Un concentrato di storia
Tommaso Francesco Maria de Bassus fu politico, intellettuale, filantropo ed editore. Nell’edificio, della tipografia che istallò non è rimasto nulla, ma furono i suoi torchi a dare alle stampe la prima traduzione italiana del Werther di Goethe. Grazie al barone, il paese divenne un ponte culturale fra Nord e Sud.  
D’altronde, la fastosità della piazza è dovuta in buona parte al contatto che alcuni abitanti ebbero con altre culture e altri contesti. Gli eleganti palazzi furono opera di famiglie protestanti (a lungo una vera e propria entità politica nel borgo), arricchitesi all’estero e poi rimpatriate. Furono loro a dare, a metà del XIX secolo, carattere cittadino al centro. Si pensi solo che Poschiavo fu una delle prime località elvetiche dotata di luce elettrica. Casa Torre, che ospita le sedute del Legislativo e l’archivio comunale, racconta di epoche più buie. Costruzione di stampo medievale, già sede della famiglia Olgiati, rappresentanti dei Visconti milanesi, fu teatro dei processi alle streghe nel Sei e Settecento: qui venivano incarcerate, interrogate e torturate. Dei circa 300 processi tenutisi in valle, 130 sono stati catalogati e messi a disposizione in versione digitale sul sito del Comune.

Guido Lardi, direttore del Museo d’arte Casa Console, sul balcone dell’hotel Albrici.


Importanti modifiche che hanno portato la piazza all’attuale aspetto risalgono agli anni Ottanta. Tra queste: la fontana (sopravvissuta all’innondazione del 1987), l’attuale pavimentazione, l’eliminazione dei due pilastri del portale della Collegiata, la gradinata verso il sagrato della stessa e l’abbattimento delle mura che lo delimitavano. I cambiamenti relativi alla chiesa furono criticati da Gian Casper Bott, storico dell’arte nato a Poschiavo e curatore dell’attuale mostra dedicata alla scultura di Not Bott (suo padre) a Casa Console, che giudicò i lavori eseguiti una «distruzione di patrimonio culturale». Anche la decorazione fatta con i tombini («una pubblicità per la fonderia di Coira», scrisse nel 1989 in un articolo de Il Grigione italiano) e gli scalini posti ai lati ovest e nord della chiesa («Se di fattura più massiccia (…) avrebbe il giusto posto davanti ad una cattedrale a tre portali») furono presi di mira da Bott, che oggi conferma: «La mia opinione non è cambiata».
Eppure, per lo storico Fernando Iseppi, che incontriamo a un tavolino dell’Albrici, «i poschiavini sono fieri della loro piazza». Lui stesso la considera un’opera fortunata. Parallelamente al rinnovo della piazza, fu introdotta anche la sua pedonalizzazione. «Una decisione che ci ha portato fortuna», afferma Lara Boninchi Lopes. L’energica 45enne, che è pure firma de Il Grigione italiano, disegna gioielli nell’atelier di famiglia, a pochi metri dal cuore del villaggio.

La recente rinascita
«Da qualche anno – racconta – il borgo vive una rinascita, fra traslochi, risanamenti e nuove gestioni». Ne è testimone la riapertura, a maggio, del Caffè Semadeni, rimasto ritrovo per gli amanti del gelato (se ne trovano anche varietà a base di erbe selvatiche), ma che ha cambiato aspetto diventando hotel biobistro. «Penso – continua – che la spinta a reinventarsi sia una risposta alla crisi subita negli anni scorsi da Repower (azienda attiva nel settore elettrico con sede principale a Poschiavo ndr.), a lungo pilastro principale dell’economia locale. Ci si è accorti che bisognava trovare altro di cui vivere. Chi non si rinnova muore». La 45enne è da poco presidentessa del Marcù (“mercato”) in piazza, che dal 5 luglio al 6 settembre, ogni mercoledì, offre prodotti regionali. Anche qui si progetta un restyling (previsto per il 2019): «Si vuole dare alle bancarelle un look che rispecchi l’identità del posto, in legno locale, con elementi in “rosso Bernina” e teloni con foto della vecchia piazza». Dal pop alle melodie gitane: anche i ristoratori della piazza intendono ravvivare l’ambiente proponendo concerti fino al 31 agosto (per il calendario completo: http://ilgrigione.ch/webcalendar/month.php). Il 5 agosto, a termine di una tavola rotonda sul dialetto organizzata a Casa Torre dalla Pro Grigioni italiano (Pgi), si esibirà Marco Zappa. E il 25 luglio anche l’engadinese Festival da Jazz farà tappa speciale in piazza con gli Earth, Wind and Fire Experience feat. the Al McKay All-Stars.

Mario Crameri in azione.

«Altro che paesello. Su questa piazza ho conosciuto più artisti internazionali di quando vivevo a New York», afferma Paola Gianoli. La traduttrice e presidentessa della Pgi, è tornata a vivere nel comune natio dopo soggiorni a Ginevra, USA e Tel Aviv. Appassionata di danza contemporanea, è co-organizzatrice della Festa danzante in piazza, la prima del suo cantone (l’evento coinvolge ogni anno circa trenta località elvetiche). «In città c’è distanza tra la gente. Qui sei costretto a confrontarti con l’altro», aggiunge Gianoli, che ai vertici della Pgi lotta per la diversità linguistica e la buona convivenza fra le varie culture grigionesi (è ancora aperta la ferita della sconfitta subita a maggio con la sentenza con cui il Tribunale federale ha rigettato il ricorso contro l’iniziativa “Per una sola lingua straniera nella scuola elementare”). Fortunati quelli – recitava Achille Bassi –, che siedono «al taulin di risturant a cuntemplà / tüt al muiment e ‘l trafich da sta plazza», cuore di un borgo in evoluzione.

Lara Boninchi Lopes nel cuore della piazza.

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