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Punto a capo
ha scritto il 05.03.2018


Prima viene l'opera – di Daniele Maggetti

Un collega mi racconta che la settimana scorsa, in un corso universitario di storia del cinema, una studentessa si è detta scioccata dal fatto che l’insegnante facesse visionare lo spezzone di un film di Woody Allen.

Motivo? Questi, si sa, è stato accusato in passato di essersi reso colpevole di atti di pedofilia. Nel contesto attuale di denuncia degli abusi sessuali, e benchè Allen sia stato scagionato dalla giustizia negli anni ’90, i sospetti – fomentati da decenni dall’ex moglie, Mia Farrow – sono riemersi, provocando reazioni a catena. C’è chi ha proclamato che si pentiva di aver accettato di collaborare con l’autore di Manhattan; chi ha tenuto platealmente a versare ad associazioni il salario ricevuto per aver recitato sotto la direzione del regista; chi ha raccomandato di boicottare la sua produzione. Indipendentemente dal fatto che, per ora, sarebbe perlomeno doveroso non scordare la presunzione d’innocenza, la vicenda ci mette di fronte a un dilemma che il funzionamento mediatico contemporaneo amplifica ed aggrava. La separazione della vita di un artista dalle sue opere è stata per secoli favorita dall’impossibilità di scoprire e soprattutto di svelare elementi personali compromettenti (la lista dei condannati potenziali sarebbe lunghissima…). Oggigiorno avviene il contrario, non solo a causa delle ricadute della globalizzazione, ma anche perché in tutte le discipline creative la valorizzazione delle opere ha sempre più la tendenza ad appoggiarsi sulla persona dell’artista, per ovvi motivi di facilità promozionale. Se a ciò si aggiungono le esigenze – esplicite o meno – del politicamente corretto, i cui risvolti puritani sono innegabili, una condanna come quella calata su Allen (di cui si mormora che potrebbe essere costretto a mettere un termine alla propria carriera) appare quasi inevitabile. Per certi versi, la reazione scandalizzata della studentessa anti-Woody mi impressiona gradevolmente, nella misura in cui testimonia di un’aspirazione etica toccante: come non sognare di un mondo in cui regnerebbe la coerenza, dove ogni creatore degno di interesse non avrebbe nulla da rimproverarsi moralmente? Temo però che tanto idealismo si infranga contro la realtà, discontinua e complessa, delle manifestazioni della natura umana. Ribadirei perciò, ricordando Proust, l’assoluta necessità di poter accedere a – e l’altrettanto assoluto diritto di poter ammirare – delle opere d’arte per se stesse, ignorando i comportamenti sociali del loro autore, sia esso asceta o sporcaccione.


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