L’ex Consigliere di Stato ticinese: «Possiamo dirci fieri in Svizzera di essere stati in grado di risolvere la questione».

Questione giurassiana: verso la meta

Dick Marty ricopre dal 2011 la carica di presidente dell’Assemblea intergiurassiana. Un compito delicato, per risolvere un conflitto antico. — PAOLO D'ANGELO

La tensione è sempre più palpabile a Moutier. Il prossimo 18 giugno si saprà, finalmente, se la cittadina del Giura bernese passerà al Canton Giura o resterà sotto Berna. Il risultato è più incerto che mai e la comunità è spaccata in due. Durante la campagna elettorale si è dibattuto sulla sorte dell’ospedale del Giura bernese in caso di passaggio al Giura, ma in palio c’è ben di più: per Moutier si tratta di una scelta d’identità.  Il cammino che ha portato al voto inizia nel 1994, anno in cui la Confederazione e i governi di Berna e Delémont decisero di istituire l’Assemblea Intergiurassiana, incaricata di promuovere il dialogo sull’avvenire della comunità giurassiana. Dal 1° gennaio del 2011 Dick Marty, già procuratore pubblico e Consigliere agli Stati, dal 2011 ricopre la carica di presidente dell’Assemblea intergiurassiana.

Marty, come si sente giunto all’ultima tappa di questo lungo percorso?
Bene. Credo che possiamo dirci fieri in Svizzera di essere stati in grado di risolvere questa questione, che ai suoi albori era carica di tutti quegli errori storici e di quelle umiliazioni che in altre realtà e in altri Paesi sarebbero sfociati in scontri estremamente sanguinari.

Siamo in grado di risolvere questo genere di conflitti forse perché a Berna e nel Canton Giura, ci si riconosce nella casa comune rappresentata dalla Confederazione Elvetica?
Diciamo che, nel corso del tempo e con fatica, abbiamo saputo costruirci una cultura democratica che non si acquisisce semplicemente con l’adozione di una Costituzione. Ci siamo conquistati un valore, quello del compromesso, che ritengo positivo: ognuno di noi deve cercare di fare un passo verso l’altro.

La cultura del dialogo. Se volgiamo lo sguardo a questi ultimi due decenni in Ticino...
In Ticino la situazione non è per nulla migliorata, al contrario. Purtroppo, si assiste a un inesorabile processo di degrado nella capacità di dialogo. Manca il rispetto dell’avversario politico e ci si permette di mentire spudoratamente, pur sapendo di farlo. Con i social media, poi, la situazione non è migliorata, anzi.

In tutti i casi è un ticinese come lei ad avere avuto l’onere e l’onore di fungere
da mediatore in una questione delicata come quella giurassiana.
Più che mediatore sono stato un arbitro su una questione antica, che affonda le sue origini nel 1815, quando al Congresso di Vienna si decise che i territori del Vescovado di Basilea passassero al Canton Berna per compensare la perdita del canton Vaud. Dopo l’istituzione del Canton Giura nel 1979, ci fu un ritorno di fiamma nel marzo del 1993, quando morì un giovane indipendentista. Il caso suscitò clamore e spinse il Consiglio federale e i governi bernesi e giurassiani a istituire una commissione indipendente, l’Assemblea intergiurassiana appunto, che prese forma nel 1994.

Nella votazione del settembre del 1978 fu il Ticino a rivelarsi il più entusiasta nei confronti del Giura, con ben il 95,1% di “Sì”. Lei di quella votazione che ricordi ha?
Allora mi tornarono in mente i tempi dei miei studi in Svizzera francese, nella seconda metà degli anni ’60 e le discussioni accesissime tra studenti giurassiani e bernesi sulla questione. Per me questa vivacità rappresentava qualcosa di nuovo, di inedito.

Analogamente al Giura, sotto al Canton Berna, anche in Ticino si temeva allora la germanizzazione. Questo potrebbe spiegare il plebiscito ticinese?
Può darsi che il timore da lei citato abbia giocato un certo ruolo, ma non bisogna dimenticare che tutti i cantoni votarono a larghissima maggioranza a favore del Giura. Fu la fine di una tensione scatenatasi nel settembre del 1947, quando il Gran consiglio bernese rifiutò di attribuire a un Consigliere di stato giurassiano, Georges Moeckli, di lingua francese, il dipartimento delle costruzioni e dei trasporti con la motivazione che era troppo importante per assegnarlo a un giurassiano. Questa fu una umiliazione tremenda, che provocò una frattura profonda. Non c’è cosa peggiore di umiliare  un popolo. La storia si vendica sempre. E un’altra frattura da non sottovalutare è quella religiosa. Il confine creato nel 1979 separa il Giura bernese protestante dal Giura cattolico. Oggi il fattore religioso non è determinante, ma ha lasciato una forte impronta culturale. Il PPD nel Canton Giura è partito maggioritario, nel Giura bernese, invece, non esiste.

Parlando di fratture, oggi abbiamo il Röstigraben, il confronto città-campagna, eccetera. Oggi qual è il conflitto da affrontare?
Il conflitto resta quello tra progressisti e conservatori, ma in una dimensione diversa rispetto al passato. Da una parte abbiamo coloro che si rendono conto che il mondo è cambiato e che cercano soluzioni utili a trarre beneficio da questo cambiamento, dall’altra vi sono coloro che si chiudono su se stessi e vogliono ristabilire i confini.

Quando si parla di questione giurassiana si torna a parlare del progetto dei macrocantoni. C’è chi afferma che il modello dei 26 cantoni è superato...
Anche secondo me. Una volta si nasceva e si viveva nello stesso luogo, oggigiorno rientra nella  normalità farsi due ore di treno per andare a lavorare e spostarsi da un Cantone all’altro. Questo per dire che è necessario procedere all’accorpamento di cantoni con lo scopo di rafforzarli, in modo tale da marginare l’erosione delle loro competenze e la centralizzazione del potere, sempre più spinta. Inoltre, si è creato un paradosso: ci sono accordi e consorzi intercantonali che sfuggono al controllo democratico.

A quanti cantoni si ridurrebbe la Confederazione?
L’ex direttore del’Ufficio federale della pianificazione aveva proposto un modello con 9 cantoni. Ma il cammino è lungo. Non si riesce ancora a fare una fusione tra le due Basilea e i due Appenzello…

Questo processo di accorpamento non rischia di indebolire le minoranze a Berna, come quella latina?
No, il sistema di “controlli e contrappesi” è nel nostro Dna. Non intravedo questo pericolo.

Le grandi città svizzere, tuttavia, rivendicano più peso politico…
La nuova perequazione finanziaria è stata adottata dopo anni di discussioni e verosimilmente dovrà essere rivista. Oggi le città sostengono di dovere assumersi oneri e di offrire servizi ben maggiori rispetto ai cantoni di campagna. E allora succede che  in cantoni come Zugo e Svitto, che hanno attuato una politica fiscale estremamente attiva, si ritrovano a godere di servizi di cui non dispongono, ma che offre la vicina Zurigo: aeroporto, cultura, politiche sociali, infrastrutture.

Calato il sipario sulla questione intergiurassiana, la sua prossima missione quale sarà?
Domani (sabato 3 giugno, ndr)parto per le Filippine per  sostenere l’Organizzazione mondiale contro la tortura. Vorrei visitare alcune prigioni in un contesto non facile come è quello filippino attualmente.

La votazione di domenica 18 giugno 2017 vive un ultimo copo di scena. Martedì 30 maggio il Dipartimento bernese delle finanze ha ammesso di avere sbagliato i calcoli riguardanti le entrate fiscali di Moutier. Secondo le cifre corrette, Moutier porta soldi al Canton Berna e non viceversa. E ora c’è chi si chiede se il voto sia da considerare regolare o meno.

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