La raccolta delle uve presso la Tenuta la Gatta, nel cuore della Valtellina.

Qui il viticoltore diventa un eroe

Valtellina: in questa zona il Nebbiolo si chiama Chiavennasca ed è vinificato anche in stile «Amarone». Lo scopriamo attraverso i vigneti terrazzati del Monastero alla Gatta.

La viticoltura valtellinese è una viticoltura eroica. Oltre due terzi della superficie sono su clivi con pendenze superiori al trenta e, in alcuni casi, al cinquanta per cento. Tra i filari di vigna, per combattere l’erosione, si snodano 2.500 chilometri di muretti a secco che, solo con terrazzamenti particolari, permettono una minima lavorazione meccanica. Queste caratteristiche pedoclimatiche non hanno scoraggiato i poschiavini che, abituati a un territorio e un clima più estremo, vedevano nella Valtellina i giardini per la coltivazione di meli e vigneti. La presenza degli svizzeri in Valtellina risale all’occupazione tra il 1512 e il 1797 da parte delle Tre Leghe (oggi Cantone Grigioni) che diede grande impulso alla viticoltura e all’esportazione dei vini prodotti verso il Centro e il Nord Europa.

L’Amarone lobardo
Terra di grandi bellezze naturalistiche, la Valtellina non nasconde la sua vocazione enologica. Ogni piccolo fazzoletto di terra, persino quelli situati nelle zone più impervie è vitata; una vera viticoltura di montagna costituita da una tradizione millenaria e tanta passione. L’uva predominante nella valle è il Nebbiolo, qui chiamata Chiavennasca, con la quale si producono, insieme ad altri vitigni locali nettamente minoritari, le varie denominazioni valligiane: la DOC Valtellina e la DOCG Valtellina superiore divisa nelle quattro sottozone Sassella, Grumello, Inferno e Valgella. Ma è lo Sforzato il vero principe della regione. Un autentico «Amarone lombardo». Le uve raccolte nella loro perfetta maturazione vengono adagiate in cassette e accatastante in appositi locali temperati e climatizzati, dove giaceranno per diverse settimane per ottenere un appassimento regolare. Durante questo periodo l’evaporazione dell’acqua contenuta negli acini non solo arricchisce di zucchero l’acino, ne concentra l’acidità e i suoi numerosi elementi presenti nell’uva, ma ne riduce il peso dal trenta al quaranta per cento. 

Il successo dei Triacca
Grazie a questa tecnica di lavorazione, le uve di Chiavennasca – le più adatte sono quelle coltivate sui suoli di Tirano – producono un vino alcolico di almeno 14 gradi, pieno, con una complessità d’aromi e tannini presenti e vellutati. Un affinamento di almeno 24 mesi, in parte nel legno, segue la fermentazione alcolica e precede la messa in commercio. Tra i protagonisti poschiavini attivi in Valtellina c’è la quarta generazione dei Triacca. Fu il bisnonno di Luca e Giovanni, alla fine dell’Ottocento, ad acquistare un piccolo vigneto nella zona del Valgella e che, per poter smerciare i propri vini, aprì una mescita a Campascio. Oggi oltre ai quaranta ettari coltivati in Valtellina, di cui fanno parte i bellissimi terrazzamenti del Monastero alla Gatta, i Triacca hanno aziende nel Chianti Classico, a Montepulciano e in Maremma. Mirko Rainer

Le terre di Pavese


La luna e i falò è un’etichetta che rivela il suo profondo legame con il Piemonte narrato nell’omonimo romanzo di Cesare Pavese. La Barbera d’Asti DOCG Superiore, prodotta dalla Cantina Terre da Vino, è uno dei vini di punta di questa realtà vitivinicola situata a Barolo. Ricavata da uve provenienti da oltre 60 ettari di vigneti caratterizzati da terreni e microclimi lievemente differenti tra loro, questa Barbera rientra nel Progetto «Superbarbera» ottenendo un perfetto equilibrio tra struttura e profumi. Un vino complesso ed elegante dal color rosso rubino intenso con aromi di viola,
vaniglia e liquirizia. Morbido, rotondo e persistente nelle sue note vanigliate di legno e frutti di bosco maturi, valorizza paste condite e arrosti di carne.








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