Renata Noseda: «Questa è
una storia dura, ma bella»

L'INCONTRO — 42 anni fa prende in affidamento Luca, un bimbo autistico di due anni, che da allora fa parte della famiglia Noseda a tutti gli effetti.

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Sull'autismo c'è ancora parecchio da fare»

Renata Noseda

«Basta scrivere storie strappalacrime. Questa storia è bella. Dura, ma bella». Renata Noseda se lo fa quasi mettere per iscritto. Accetta di incontrarci solo a patto che la sua vicenda privata non diventi il pretesto  per fare del pietismo. Accordo fatto. Ed è a quel punto che l’energica 67enne di Bodio , pioniera dell’aiuto all’autismo in Ticino, ci presenta Luca. Lui è un ragazzo di 44 anni, autistico. All’età di 2 anni è entrato in casa Noseda, con un affidamento. «E da allora – fa notare orgogliosa Renata – lui è nostro figlio a tutti gli effetti».

La donna, cofondatrice oltre 20 anni fa dell’Associazione autismo Svizzera italiana e attiva anche a livello delle associazioni nazionali, si racconta alla vigilia della giornata mondiale dell’autismo (sarà il 2 aprile, anche se in Ticino sarà festeggiata il 28 marzo). «Mio marito Roberto dice che io ho sempre avuto il pallino per l’handicap. Partecipavo alle colonie per disabili, a gite. Ricordo che da piccola aiutai un bimbo down che era caduto in una fontana. Forse è lì che è scoppiata la scintilla. Con Luca siamo stati davvero dei simpatici incoscienti. All’inizio dovevamo occuparcene solo per due settimane. Poi è rimasto con noi per tutta la vita». E c’è un dettaglio incredibile. «Luca è nato lo stesso giorno in cui io e Roberto ci siamo sposati. Pazzesco, se si pensa che l’abbiamo visto la prima volta due anni più tardi. Forse era davvero destino che ci incontrassimo».  

Una svolta radicale

Gli inizi con Luca furono difficili. «Il ragazzo non trovava pace, non stava mai seduto», si limita a dire Renata. Luca girerà per parecchi istituti, senza raggiungere la serenità. Nel 1999 Renata, che ha avuto altri due figli, decide di dare una svolta alla sua esistenza. In accordo con Roberto, lascia il lavoro di maestra di scuola dell’infanzia e sceglie di dedicarsi completamente a Luca. Proprio per Luca, Renata ha creato un singolare atelier sotto casa, nel frattempo diventato un luogo di ritrovo per persone con handicap e non solo. «Si chiama “Oui”, che in francese significa “sì”. E l’idea è proprio quella di lanciare un messaggio positivo. Perché nessuna situazione è insuperabile e con un po’ di buona volontà si può fare tanto. Qui i ragazzi vengono a pitturare, a lavorare la ceramica, a fare lavoretti. Ma anche a fare un pranzo in allegria. Questo è un posto in cui nessuno deve niente a nessuno. Si arriva, si sta, ci si sfoga, si fa integrazione. Purtroppo è un’isola felice. Nella Svizzera italiana servirebbero tanti altri luoghi del genere. Invece c’è troppa burocrazia, troppo campanilismo. Manca la concretezza». Resta sul vago, Renata. Dalle sue parole si percepisce un certo disagio quando si parla di istituzioni, ma non fa polemiche. «Oggi il termine autismo va di moda. In realtà capire l’autismo è difficile. Anche perché le diagnosi sono complicate e ogni caso è a sé. Luca è stato in varie strutture. A un certo punto qualcuno ipotizzava di piazzarlo all’ospedale psichiatrico. Io e Roberto ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che una cosa del genere non avremmo potuto accettarla. Per questo ora lo teniamo a casa per 365 giorni all’anno».     

Mentre Renata parla, Luca le è seduto accanto. Sfoglia l’album delle  fotografie, ci mostra i suoi viaggi in Polonia, in Spagna, in Namibia, in Russia. E quelli a Gardaland, all'Europa Park. «Mi piace tanto viaggiare. E mi piacciono le giostre», sussurra con un immenso sorriso. Poi rivela la sua attrazione per la sacralità. Nella sua camera sono appese le fotografie di tutti gli ultimi papi. «E in una ci sono pure io con Giovanni Paolo II», afferma felice. «L’unica cosa che mi pesa – riprende Renata – è avere una responsabilità continua. Non il fatto di dovere fare qualcosa con Luca, bensì l’idea che tutto quanto accadrà a Luca in futuro dipenda solo da me e da mio marito. Il mio sogno è che Luca, se noi un giorno non dovessimo esserci più, possa continuare la sua vita degnamente». E aggiunge: «A scanso di equivoci, trascorrere le giornate con Luca è emozionante, c’è sempre qualcosa che ti fa sorridere. E capisci davvero che per essere felici basta poco. Dall’altra parte, tuttavia, ti chiedi fino a quando potrà durare. Ora ho 67 anni e sono ancora in forma. Ma in futuro? In Ticino si fa tanto per le persone disabili. Ma sull’autismo c’è ancora parecchio da imparare».     

È una pioniera, Renata. Prima che lei iniziasse  a battersi per questa causa, in pochi conoscevano il termine autismo. «Un tempo si diceva addirittura che questi ragazzi nascessero così per colpa dei genitori». Renata racconta la sua vita con Luca. «Ti alzi al mattino e hai la giornata scandita da tanti appuntamenti». E conclude: «A volte piango e rido nel giro di pochi minuti. L’autismo è qualcosa di brutale, che ti mette alla prova. Però io e mio marito non abbiamo rimpianti, rifaremmo esattamente le stesse cose. Abbiamo mantenuto la nostra spensieratezza e siamo contenti così. E quando siamo un po’ giù di corda, la carica ce la dà Luca direttamente».

Gli oggetti di Renata Noseda:

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VIDEO: Patrick Mancini

FOTO: Annick Romanski

Pubblicazione:
lunedì 23.03.2015, ore 00:00


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