Alain Kaelin: “Non c’è ancora chiarezza sulle cause della malattia”.

«Tutte le incognite del Parkinson»

Dal 2014 Alain Kaelin è responsabile medico e direttore del Neurocentro della Svizzera italiana ed è un esperto del morbo. Il prossimo 22 aprile, una giornata sul tema. — ISABELLA VISETTI

In Svizzera, vivono oltre 15mila persone affette dal morbo di Parkinson. Per sensibilizzare al tema, Parkinson Svizzera il prossimo 22 aprile, organizza una giornata informativa alla clinica Hildebrand a Brissago.

La malattia di Parkinson “compie” duecento anni: ci racconta come è stata individuata?
Non è proprio corretto dire che il Parkinson ha duecento anni, perché questa malattia esiste probabilmente da sempre, ci sono infatti testi di medicina provenienti dall’India e altri risalenti all’epoca romana che raccontano di pazienti con questa patologia. Ma nel 1817, due secoli fa, il medico inglese James Parkinson fu il primo a descriverla con l’espressione di “paralisi agitante”, individuando che dietro a determinati sintomi c’era una malattia specifica. Più tardi, quasi cento anni fa, il neurologo francese Jean-Martin Charcot confermò questa intuizione di James Parkinson e la malattia prese il nome del suo “scopritore”.

Con quali i sintomi si manifesta il morbo di Parkinson?
È una malattia caratterizzata da un rallentamento motorio: i movimenti sono più lenti e più piccoli, per esempio i passi diventano più corti e la scrittura più minuta. È una malattia cronica, che inizia molto lentamente e di solito peggiora con gli anni. È importante dire che ci può essere il Parkinson anche senza tremore, che è invece spesso considerato come un sintomo specifico di questa malattia. Da una decina di anni abbiamo capito meglio i processi che avvengono nelle cellule dei pazienti colpiti dal Parkinson: si parla di sinucleina, di grumi di proteine che uccidono i neuroni motori. Abbiamo anche scoperto che, in realtà, quando si osservano i rallentamenti nei movimenti, la malattia è già in corso da almeno 10-15 anni.

Ci sono dei campanelli d’allarme che avvisano di questo inizio silenzioso della malattia?
Ora sappiamo che ci possono essere dei sintomi precedenti a quelli motori: alcuni disturbi del sonno, dei problemi vegetativi, come costipazione e stitichezza, e una riduzione dell’olfatto. Lo sviluppo della malattia è un processo che dura anni, che però si manifesta solo quando arrivano i problemi più evidenti legati al movimento, quando il nostro cervello non è più in grado di compensare la perdita delle cellule. A questo punto però il danno cerebrale è già grande, perché è andata persa un’importante quantità di cellule nervose.

È dunque difficile fare una diagnosi precoce?
Sì, molto. Sono in corso diverse ricerche scientifiche che vogliono isolare criteri specifici per arrivare prima a una diagnosi. Una delle possibilità è un’analisi del sonno per individuare quei disturbi che aumentano i rischi di sviluppare il Parkinson. Purtroppo questi sintomi precoci non sono abbastanza specifici, per esempio ci sono molte persone che soffrono di stitichezza o hanno problemi di olfatto a causa di un’allergia, ma questo non significa che stiano sviluppando la malattia. Per avere risultati attendibili si dovrà trovare il modo per incrociare questi criteri, fare una sorta di classifica in base a un punteggio per determinare le probabilità di Parkinson.

Una di queste ricerche è condotta anche dal Neurocentro che lei dirige...

Sì, nel nostro Laboratorio di Neuroscienze Biomediche a Torricella-Taverne è in corso un progetto di ricerca sulle biopsie di cute finanziato anche dall’associazione Parkinson Svizzera, dove cerchiamo di individuare questi grumi di proteine nei piccoli nervi della cute.  È un progetto che va proprio nella direzione di arrivare a una diagnosi precoce.

Com’è il decorso della malattia?

È molto lento, ma sfortunatamente progressivo. Possiamo trattare bene i sintomi con una terapia farmacologica, che garantisce ai pazienti una buona qualità di vita, ma non siamo ancora in grado di arrestare il progredire della malattia. Sappiamo che dopo avere toccato i centri motori, il processo patologico tocca dopo anni anche altri centri e dunque si possono presentare nuovi disturbi, come quelli della memoria e cognitivi. La grande sfida è di rallentare questo processo: per la prima volta in duecento anni capiamo meglio cosa succede e vi sono i primi studi che prevedono l’uso di infusioni di anticorpi che vanno ad attaccarsi ai grumi di proteine e li distruggono.

Anche per il morbo di Parkinson si spera nelle cellule staminali: a che punto siamo su questo fronte?
Nel Parkinson si parla da una decina di anni di cellule staminali, ma siamo ancora lontani da una terapia. L’idea è buona: siamo di fronte a cellule che muoiono e le sostituiamo con cellule giovani, ma si deve verificare che queste nuove cellule non siano attaccate dai grumi di proteine, dunque siano resistenti al processo degenerativo. Questo non è scontato. Poi occorre capire come le cellule staminali possano imparare a fare le connessioni giuste in un cervello adulto, un punto questo ancora da studiare. Inoltre bisogna anche essere sicuri che queste cellule staminali non sviluppino dei tumori cerebrali. Considerati questi tre aspetti, una terapia con le cellule staminali non è dietro l’angolo, a breve termine ritengo che quella con gli anticorpi sia quella più promettente.

E le cause di questa malattia?
Sulle cause non c’è ancora chiarezza. Ci sono cause genetiche: vent’anni fa, nel 1997, c’è stata la prima descrizione di una mutazione genetica riscontrata tra i membri di una stessa famiglia colpiti dal Parkinson. Anche qui c’è stata una grande speranza, un po’ come con le cellule staminali: si pensava che il Parkinson fosse una malattia genetica e che individuato il gene sarebbe stato facile trovare una cura. In realtà, solo un paziente su venti ha una causa genetica, dunque ha ripreso vigore l’idea che ci sia qualcosa nell’ambiente che va nel nostro corpo e scatena una reazione a catena, formando questi grumi di proteine.

Ma se esiste da migliaia di anni, allora deve essere qualcosa che c’è nell’ambiente da altrettanto tempo...
In effetti, il morbo di Parkinson non è una conseguenza della nostra civilizzazione, per esempio dell’inquinamento, ci deve essere qualcosa nella natura da sempre... Sono state fatte diverse ipotesi per determinare come questa sostanza entra nel nostro corpo: siccome ultimamente si sono trovati grumi di proteine nell’intestino, si ipotizza che sia qualcosa che mangiamo; altre ipotesi invece dicono che sia qualcosa che è nell’aria e che respiriamo, visto che danneggia l’olfatto. Qui brancoliamo ancora nel buio, ma sicuramente il fattore genetico gioca un ruolo nello sviluppo della malattia.

C’è una prevenzione contro il Parkinson?
Gli studi sugli animali e sull’uomo dimostrano che l’attività fisica ha un effetto preventivo. Le persone che si muovono molto hanno un rischio più basso di contrarre la malattia. Non capiamo ancora il perché, ma è così e questo vale per molte malattie neurodegenerative, come per esempio l’Alzheimer. Poi si devono evitare le sostanze tossiche e curare l’alimentazione.

Più di un anno fa è nato il Centro Parkinson della Svizzera italiana, promosso dal Neurocentro dell’Ospedale civico di Lugano e della Clinica Hildebrand di Brissago: come sta andando questa collaborazione?
Il progetto è nato per offrire ai pazienti sia le cure d’emergenza che offre un ospedale acuto come il nostro, sia la riabilitazione attraverso fisioterapia, logopedia ed ergoterapia. Siamo insomma due strutture sanitarie complementari e la collaborazione funziona molto bene e già dopo poco più di un anno, non abbiamo più posti-letto a disposizione. Nel campo del Parkinson, c’è una grande domanda di cure, in parte non soddisfatta per mancanze di centri specializzati. In futuro, soprattutto a causa dell’invecchiamento della popolazione, questa domanda di cure aumenterà.

Fondata nel 1985 Parkinson Svizzera conta circa 6mila membri e oltre settanta gruppi di auto-aiuto che operano sul territorio per sostenere i 15mila malati di Parkinson presenti in Svizzera e garantire loro una buona qualità di vita.

Il 22 aprile, dalle 9.30, alla clinica Hildebrand a Brissago, organizza la giornata informativa “Eppur mi muovo” per sensibilizzare sull’importanza dell’attività fisica sia come prevenzione della malattia sia come rimedio. Per partecipare bisogna annunciarsi entro il 19 aprile a info.ticino@parkinson.ch o allo 091 755 12 00


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