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Il frate cappuccino Beat Pfammatter nella pace del suo convento  a  Briga-Glis.

Il frate cappuccino Beat Pfammatter nelle cucine del convento.



La Pasqua in convento? La vivono così

Come vive il periodo pasquale la piccola comunità di cappuccini del convento di Briga-Glis (VS)? Il rito del digiuno quaresimale e il pranzo di Pasqua. Ce lo raccontano due frati. — Andreas Eugster

Per molti, tanti di noi la Pasqua evoca all’istante l’immagine di mamma e papà in giardino con in mano la macchina fotografica, pronti a immortalare i loro bambini mentre rivoltano spasmodicamente ogni sasso e intrufolano le manine in ogni cespuglio per scovare i famosi coniglietti. Poi finalmente un grido di gioia liberatorio: «Yuhuu! Trovato!», seguito da una corsa tra le braccia di mamma e papà per mostrare loro la piccola scoperta. 

La caccia al coniglietto di cioccolato è un’attività che non regala un sorriso di gioia solo ai piccoli. Durante il periodo pasquale anche gli adulti tendono a mettere da parte le diete e a cedere ai sublimi piaceri del cioccolato. «Dopotutto la Pasqua è anche questa!». Come la mettiamo però con tutti coloro che, più che associare la Pasqua alla caccia ai coniglietti o a luculliane abbuffate, la considerano principalmente una festa religiosa, ovvero quella della resurrezione di Gesù Cristo?

Dieci frati in un’oasi di pace
Lo abbiamo chiesto ad alcuni frati cappuccini. In Svizzera oggi esistono circa 150 frati che vivono seguendo gli insegnamenti di San Francesco d’Assisi (nacque nel 1181/1182 e morì nel 1226). Dieci di loro si trovano nel convento di Briga-Glis. Siamo andati a trovarli per sentire quello che hanno da raccontarci sulla cucina durante il periodo pasquale.



Secondo il mio navigatore il viaggio da Basilea, da dove parto, a Briga dovrebbe durare tre ore esatte. Fra 180 minuti – penso tra me e me – mi ritroverò immerso in un’oasi di pace e di raccoglimento. Per precauzione, ancor prima di partire, metto il telefonino in modalità muta. Non riesco a immaginare l’imbarazzo se, d’improvviso, il cellulare mi squillasse. Perché per suoneria ho la sirena di una nave! Dopo le tre canoniche ore di viaggio sono finalmente davanti alla residenza del convento, nel cuore del comune altovallesano di Briga, insignito nel 2008 del titolo di città alpina dell’anno. Che nemmeno queste mura siano riuscite ad arrestare il progresso tecnologico lo conferma la presenza di un campanello della porta con videocitofono a lato del massiccio portone in legno del convento.

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Per i giorni di festa non abbiamo nessun piatto speciale »

Beat Pfammatter (49), guardiano

Pietanze per la Quaresima
Un po’ deluso – nel mio immaginario mi sarei aspettato un pesante battiporta in ferro – suono il campanello. Qualche minuto più tardi sono seduto in uno stanzino piuttosto scarno con di fronte a me fratello Beat Pfammatter che indossa la tradizionale tonaca dei cappuccini color tané. Notando i mie sguardi di stupore precisa, accennando un sorriso di sufficienza: «Me la sono infilata solo per la foto. Nella vita da convento di tutti i giorni la tonaca non è il massimo della praticità».
Da fratello Beat desidero sapere soprattutto che importanza hanno nel suo convento il digiuno e il pranzo di Pasqua. «Bisogna fare le dovute differenziazioni», mette le mani avanti. Nella Chiesa romano-cattolica il periodo di digiuno inizia il Mercoledì delle Ceneri e si protrae fino al Sabato Santo, quindi per 40 giorni. «Le domeniche, in quanto cosiddetti giorni di festa della resurrezione, non sono calcolate», precisa fratello Beat che, con i suoi 49 anni, è il monaco più giovane dell’ordine in tutta la Svizzera. Molto lontano dalla media, che nel nostro paese non è solitamente inferiore ai 77 anni. Il monaco, che compirà presto 50 anni, è l’unico nel suo convento che osserva attivamente il digiuno. «Dopo il 60° anno di età», precisa fratello Beat, «i cappuccini non sono più tenuti a osservare tale pratica ».


Oasi di pace e di preghiera: il chiostro del covento vallesano di Briga-Glis.


Digiuno quaresimale
Resta comunque il fatto che il digiuno si basa ormai da tempo su una scelta volontaria. L’unica cosa alla quale rinunciamo consapevolmente durante il periodo di Quaresima è la carne.
Alcuni ingegnosi cuochi dei conventi hanno fatto di necessità virtù, creando speciali pietanze per la Quaresima che ancora oggi occupano un posto privilegiato nei ricettari delle cucine dell’ordine. «Si tratta perlopiù di pietanze a base di formaggio e di uova come per esempio il Fastenkutteln – un piatto a base di omelette con salsa di cipolle», spiga fratello Josef Dähler, intento a preparare il pranzo del giorno. «Oggi il menu prevede tortilla», annuncia con un sorriso compiaciuto. Preparate, – udite, udite – secondo la sua ricetta che si è precedentemente annotato sul tablet Apple. Ed è così che un altro tassello del romantico quadretto che mi ero fatto di un convento di cappuccini va miseramente in frantumi. «È molto più semplice memorizzarlo sul tablet che prendere nota di tutto a penna», si giustifica il fratello, abbandonandosi a una sonora risata.

Le lumache con burro alle erbe
Un’altra specialità quaresimale sono le lumache , «o perlomeno lo erano», precisa Pfammatter, che aggiunge: «È un’usanza che risale al VI secolo, quando San Benedetto da Norcia, fondatore dell’ordine dei Benedettini, istituì il divieto durante il periodo quaresimale di consumare carne di quadrupedi». Oggi, questa specialità gustata con abbondante burro alle erbe aromatiche è, purtroppo, completamente scomparsa dalle tavole dei conventi.
Ma che si mangia allora durante la Pasqua? Fratello Beat sembra intuire la mia domanda e spiega con sincerità: «in realtà, non abbiamo nessun piatto speciale per i giorni di festa. Né l’agnello di Pasqua né altre preparazioni particolari».
Perché i cappuccini sono un ordine semplice che cerca di vivere questa semplicità anche sotto il profilo gastronomico. «Ovviamente, però, anche noi dipingiamo le uova e facciamo un paio di coniglietti di cioccolato», sottolinea fratello Josef, in piedi dietro la sua padella.

Alla Pesach, la festa ebraica di primavera, il cibo è regolato in modo chiaro.

Insieme al marito, l’apicoltrice Anna Hochreutener gestisce circa 100 arnie nel cuore di Zurigo.

Ciò che è la Pasqua per i cristiani  Pesach è per gli ebrei. Quest’anno si celebra dal 23 al 30 aprile. Nelle prime due sere il piatto del seder non manca mai in tavola. La parola ebraica seder significa ordine e denota proprio il puntiglioso svolgimento della festa: «Si tratta di rivivere la nascita del popolo ebraico dopo la fuga dall’Egitto. È la festa della famiglia per eccellenza: mette al centro i bambini ed esprime un messaggio di umanità», spiegano il rabbino di Losanna Lionel Elkaïm e sua moglie Myriam.

Gli alimenti che compongono il piatto del seder vengono consumati con ordine nel corso delle serate. C’è sempre una verdura che va intinta in acqua e sale. «È il simbolo delle lacrime. Così riviviamo la sofferenza dei nostri avi nella schiavitù d’Egitto. La scelta della verdura serve a incuriosire i bambini», spiega Lionel Elkaïm. Si mangiano anche erbe amare o rafano con una crema dolce a base di frutta (harosseth). Rappresentano l’amarezza della sottomissione degli ebrei al faraone, addolcita dal momento della festa. Nella spalla dell’agnello, che si consuma insieme, occorre trovare un osso che ricorda il braccio teso di cui parla la Bibbia. Alla fine arriva un uovo sodo, simbolo della vita e del lutto.
Sul tavolo vi sono tre fette di pane senza lievito (mazà). Durante la Pesach si mangia solo pane azzimo, per ricordare che, durante la fuga dall’Egitto, gli israeliti non ebbero il tempo di far lievitare il pane. Ogni commensale beve quattro calici di vino o di succo d’uva appoggiandosi sul gomito sinistro, in segno di completa comodità e libertà.

Oltre alla narrazione della liberazione dall’Egitto, vi sono canti e domande dei bambini ai loro genitori. La cena prevede dei piatti tradizionali che variano a seconda della provenienza delle famiglie.


Il rabbino di Losanna Lionel Elkaïm e sua moglie Myriam.

«A Pasqua, protagonista è la carne»

Ernst Axel Knauf è professore associato di Antico Testamento e ambiente biblico all’Institut für Bibelwissenschaft  dell’Università di Berna.

L’idea, nata solo un anno fa, è sul punto di concretizzarsi: due vasche da 900 litri accoglieranno i pesci, mentre sul tetto verrà installata una serra con piante. Il principio: gli escrementi dei pesci nutrono le piante, che a loro volta depurano l’acqua. Contano su una produzione di 60 chili di pesce e 120 chili di ortaggi per stagione. «Siamo vere cittadine, ma oggi l’ecologia non è più soltanto una moda. Bisogna essere coerenti», spiega Julie Conti, che lavora nella comunicazione. «Desideriamo mostrare nuove soluzioni per consumare a chilometro zero e brulichiamo di progetti», aggiunge Fanny Bernard, attiva nel mondo delle start-up. Tutti hanno dato il loro contributo: amici, famiglia, ma anche makers (comunità Internet di aiuto su tutti gli argomenti ecologici). Il sostegno si materializza sotto forma di crowdfunding, di materiale e di tempo. «Fanny è una professionista della chiacchiera», dice sorridendo Julie Conti –, è andata a bussare a tutte le porte».
Il container è in fase di montaggio e prossimamente sarà installato nel quartiere delle Grottes. Gli interessati all’iniziativa, confluiti nell’associazione «Exodes Urbains», hanno vinto il concorso «Impact Hub Geneva Pulse», che premia i progetti a impatto positivo sull’ambiente. Questo riconoscimento le offre visibilità, oltre a uno spazio di lavoro e di scambio. «Ci piacerebbe moltiplicare le iniziative cittadine, presentare l’acquaponica e altri progetti nelle scuole e nei festival di ecologia», sognano le due amiche.

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