Ruun Cali ha trovato la sua vocazione tra i fornelli.

Ruun Cali: «Ora ho capito che cosa è la vita»

INCONTRO — La giovane somala è fuggita dal suo Paese alla ricerca di un futuro migliore. E ha trovato la sua strada nella cucina di un ristorante.

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Voglio imparare il mestiere »

Ruun Cali

Abbassa lo sguardo e sorride. Ha una figura esile, ma in verità cela un cuore di tigre. Altrimenti non sarebbe qui a raccontarci la sua storia, seduta al tavolo preferito nel ristorante in cui lavora. Perché arrivare fino a qui le è costato anni di fatica e di sudore; la strada che porta da Mogadiscio a Bellinzona è costellata di pericoli e di incognite. Ruun Cali è arrivata in Ticino nel 2008, da sola, all’età di 20 anni. «È da quando avevo 12 anni che ho iniziato a lavorare lontana da casa. Ho viaggiato, – prevalentemente a piedi – per i paesi dell’Africa per cercare lavoro e guadagnare soldi per la mia famiglia. Sono stata in Sudan, in Kenya, in Etiopia. Mi assentavo per mesi, poi tornavo a casa e ripartivo. Il mio Paese non ha un governo, io non ho un passaporto. Come clandestina ho passato mesi in diverse prigioni» ricorda la giovane in un buon italiano, un po’ titubante al ricordo di tutte queste vicissitudini. Si interrompe e scaccia le lacrime prima di proseguire. Nel 2007 decide di partire più lontano, di venire in Europa via Yemen ed Emirati Arabi. «Ho viaggiato con corriere e battelli. Sono arrivata in Yemen in battello. In viaggio sono morte 15 persone. Le hanno buttate in mare. Davano troppo peso. Io per fortuna sono arrivata sana e salva. Viaggia­vo con un passaporto falso. All’aeroporto di Dubai, chiamavano i passeggeri per nome. Io aspettavo dicessero il mio, ma nessuno l’ha detto. Mi sono addormentata e poi la polizia mi ha interrogata. Si sono accorti che viaggiavo sotto falso nome e mi hanno rispedita a casa». Intanto, in Somalia, le esazioni degli Shabab non risparmiano nessuno e non ci sono prospettive per Ruun, che ritenta la fortuna.

L’arrivo riuscito in Svizzera

Questa volta arriva a Ginevra. Ancora in aereo, straccia il passaporto e si sottrae ai controlli. Ma è sola, non conosce la lingua, non conosce nessuno. Dopo alcuni giorni, disperata, si mette in mezzo alla strada per farsi arrestare o farsi investire. «Non volevo continuare a scappare. Mi dicevo che era meglio morire e smettere di soffrire» si ricorda con gli occhi lucidi di emozione. La polizia le procura un biglietto per raggiungere il centro per richiedenti l’asilo a Vallorbe. «Non avevo mai visto un treno. Non sapevo come si prendeva. Chiedevo aiuto in inglese ma la gente si allontanava. Poi ho incontrato un ragazzo africano, anche lui doveva andarci e mi ha aiutata. Da Vallorbe mi hanno spedita a Chiasso». Ma avere un tetto non è ancora tutto. «Non riuscivo a dormire, non riuscivo a mangiare. Pesavo 30 chili. Per fortuna ci sono state persone buone che mi hanno aiutata. A volte una parola gentile o un consiglio fanno molto più bene che soldi e cibo». E così Ruun racconta delle persone che l’hanno incoraggiata a non perdersi d’animo: dalla famiglia yemenita che l’aveva accolta come una di casa, al poliziotto ginevrino che le aveva offerto un caffè, a chi l’ha aiutata a superare i rigori dei freddi inverni svizzeri...

Ci avviamo verso la bella stagione e tra poco Ruun potrà di nuovo venire al lavoro in bici. «Il padrone di casa l’estate scorsa mi ha promesso: “Se impari ad andare in bicicletta, te la regalo”». E Ruun, non se l’è di certo fatto ripetere. «La prima volta in bici è stata bellissima! – esclama – Quando ho chiamato mia mamma per dirglielo ci siamo messe a ridere, lei non ci credeva (in Somalia, tra i numerosi divieti alle donne, figura anche quello di andare in biciletta, ndr)». E così, la bici diventa una forma di riscatto e la promessa di un futuro migliore. «Mi ero detta che se ero riuscita a imparare a pedalare, potevo anche trovare un lavoro». E infatti, in luglio, ancora grazie al suo padrone di casa, Ruun afferra al volo l’opportunità di seguire uno stage al ristorante Mistral di Bellinzona, dove è stata assunta il 1° di ottobre. Lavora sodo, anche per spedire soldi a casa. «Pago gli studi a mio fratello che ha 18 anni. Così poi anche lui potrà trovare un lavoro e aiutare la mamma e la nostra sorellina». Già, gli studi. Ruun non è andata a scuola. Bambina, ha solo frequentato una scuola coranica, conosce il Corano a memoria. «Ma non sta scritto da nessuna parte che io non posso mettere i pantaloni, che non posso andare in bici, che non posso lavorare. La religione per me è un sostegno e la libertà di credere e di agire. Non c’è obbligo nella religione» spiega Ruun, parafrasando il versetto 256 della 2a sura del Corano che sostiene la libertà in materia religiosa. «Ora ho capito cos’è la vita. Il mio cammino è illuminato. Mi mancano la famiglia e gli amici, ma finalmente sono serena e felice. Voglio imparare il mestiere, migliorare il mio italiano, i lunedì vado a scuola. Ma non dimentico ciò che ho passato e so che mentre io mangio, là fuori ci sono persone che stanno come stavo io prima, che non hanno niente. Per questo prima di mangiare ringrazio Dio. Sono grata a Dio, e alla Svizzera che mi ha accolta. Ora è questa casa mia». 



 

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Testo: Raffaela Brignoni
Foto: Nicola Demaldi
Pubblicazione:
lunedì 02.03.2015, ore 00:00


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