Saverio Lurati — sindacalista— e Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio ticinese

I salari minimi legali
tra giustizia e statalismo

AL VOTO — Il 18 maggio c'è in ballo l’iniziativa popolare che chiede un salario minimo legale di 22 franchi all’ora e la promozione dei contratti collettivi di lavoro. Gli argomenti pro (Saverio Lurati) e contro (Luca Albertoni).

Le domande & le risposte

Perché uniformare i salari minimi a livello nazionale se esistono profonde differenze regionali riguardanti il costo della vita, la pressione fiscale, i tipi di impresa?

Saverio Lurati
PERCHÉ SÌ
Luca Albertoni
PERCHÉ NO

È indispensabile partire dal presupposto che in un Paese ricco come il nostro, che negli ultimi 15 anni ha conosciuto un aumento esponenziale dei salari elevati, in particolare quelli dei manager, e una regressione dei salari dei lavoratori, il minimo che si può pretendere è che una persona che lavora a tempo pieno possa vivere del proprio salario senza l’aiuto dello Stato e 4000 franchi al mese sono appena sufficienti. Detto ciò, non è vero che il costo della vita in Ticino è inferiore ad altri Cantoni: pensiamo solo ai premi di cassa malati e ai prezzi dei supermercati e vediamo che non c’è nessuna differenza con il resto del Paese.

Le differenze regionali e addirittura all’interno dei singoli cantoni e delle categorie professionali sono una realtà innegabile. Svitto non è Ginevra e Biasca non è Lugano. Un’azienda che esporta è forzatamente diversa da una rivolta al mercato interno perché segue logiche diverse. Negare questi fatti e imporre una soluzione unica per tutta la Svizzera minerebbe alla base tutto il nostro sistema e creerebbe ulteriori disparità, perché ad esempio, dedotti i vari costi, dei 4000 franchi ne rimarrebbero circa 1900 a un cittadino di Glarona e 1400 a uno di Basilea-città. Gli obiettivi dell’iniziativa sono pertanto illusori e sancirebbero disparità imposte dalla Costituzione.



È giusto e accettabile che in alcuni rami professionali (parrucchieri/e, servizi di pulizia, ristoranti, agricoltura) il salario orario sia inferiore a 22 franchi? Si parla di 330.000 dipendenti, soprattutto donne.

Saverio Lurati
PERCHÉ SÌ
Luca Albertoni
PERCHÉ NO

In primo luogo è necessario precisare che categorie come quella dei parrucchieri e della ristorazione sono già molto vicine ai 4000 franchi x 12 mesi e quindi il tempo di adattamento previsto dall’iniziativa permetterebbe di raggiungere il livello voluto senza molti problemi. Il settore delle pulizie a livello nazionale si sta anch’esso avvicinando a quanto previsto dall’iniziativa. È solo il Ticino che continua ad essere il fanalino di coda. Per quanto riguarda l’agricoltura, considerati i miliardi di sovvenzione che riceve dalla Confederazione, ritengo che qualche sforzo in più potrebbe tranquillamente sostenerlo.

Il giusto e accettabile finora lo hanno determinato le parti sociali, cioè sindacati e imprenditori. Ora, per puro calcolo politico, si vuole smantellare questo sistema vincente. Ovviamente certi salari sono inaccettabili anche per chi difende il libero mercato. Ma ricordo che proprio molti accordi con i sindacati prevedono livelli salariali inferiori ai 4000 franchi, per tenere conto di varie specificità, come la possibilità per i giovani di entrare nel mercato del lavoro, l’opportunità che persone senza alcuna qualifica possano «portare a casa» un secondo stipendio, ecc. Una soluzione non differenziata danneggerebbe proprio queste categorie più deboli.



L’aumento del prezzo del carburante – temuto dagli avversari del FAIF (parlano di 20-40 cts al litro) – e l’aumento dell’IVA previsto dal decreto può avere effetti negativi sulle imprese e sui consumatori?

Saverio Lurati
PERCHÉ SÌ
Luca Albertoni
PERCHÉ NO

Evidentemente se tutti i settori e quindi tutti gli occupati potessero beneficiare di un contratto collettivo di lavoro (CCL), molto probabilmente l’iniziativa sarebbe di fatto superata. Sappiamo però che meno del 50% dei lavoratori e delle lavoratrici (quest’ultime in particolare) non sono tutelati da una CCL e anche in alcuni ambiti, dove questo esiste, non sono contemplati i salari minimi. Tutto ciò a causa di una reticenza delle associazioni padronali che non vogliono regolamentare le condizioni salariali e di lavoro dei propri dipendenti.

Abbiamo sempre sostenuto la conclusione di contratti collettivi di lavoro (CCL). Vi sono però settori che funzionano bene e non pongono problemi anche senza CCL, per cui sarebbe controproducente andare ad irrigidirli con accordi vincolanti. Anche perché non sempre un ccl può contenere tutte le sfaccettature per regolare la situazione di imprese che fanno parte dello stesso settore, ma con strutture e attività molto differenti. La promozione dei contratti collettivi deve quindi essere mirata alle situazioni in cui le parti manifestano una volontà di collaborazione e/o per prevenire e arginare abusi dannosi, sia per i lavoratori che per i datori di lavoro.




Il decreto fissa fino a 3000 franchi annui la detrazione sull’imposta federale diretta per i pendolari. Una misura che tocca la Svizzera italiana, regione ad alto tasso di mobilità?

Saverio Lurati
PERCHÉ SÌ
Luca Albertoni
PERCHÉ NO

Certamente, anche il Consiglio federale si è finalmente reso conto che la possibilità di estendere l’obbligatorietà dei contratti collettivi di lavoro è uno strumento importante per arginare le situazioni di dumping salariale e la decisione presa va nella giusta direzione. Evidentemente la pressione attuata dall’iniziativa che il popolo, in particolare quello ticinese, potrebbe sostenere con convinzione, ha indotto il Governo a promulgare quei provvedimenti che il PS e i sindacati rivendicavano da anni. Ciò nonostante l’adozione di un salario minimo facilmente verificabile rimane la sola vera soluzione al problema del dumping.

Questo andrebbe chiesto al Consiglio federale. L’estensione facilitata dei contratti collettivi di lavoro può starci in caso di situazioni di violazioni chiaramente accertate. Non può invece diventare uno strumento per bloccare il mercato e finalizzato a mettere sotto pressione determinati settori per interessi, anche pecuniari, di parte. Come in altri contesti, è necessario mantenere un equilibrio e apportare correttivi laddove necessario. Le iniziative estreme e non giustificate dai fatti sono controproducenti per tutti, sindacati e sinistra compresi.

Un salario minimo di 4000 franchi?

Lanciata dall’Unione sindacale svizzera, l’iniziativa popolare ha raccolto 112.301 firme valide e chiede alla Confederazione e ai Cantoni di introdurre un salario minimo nazionale legale di 22 franchi all’ora, pari a 4000 franchi al mese, nonché di promuovere l’applicazione dei contratti collettivi di lavoro (CCL). Oggi, il 49% dei dipendenti è sottoposto a un CCL e, secondo l’USS, 230.000 donne e 100.000 uomini guadagnano meno di 22 franchi all’ora. Il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento (partiti di centrodestra) raccomandano di votare no all’iniziativa, giudicandola un’ingerenza dello Stato nel libero mercato.

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Foto: MAD

Pubblicazione:
martedì 22.04.2014, ore 00:00


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