Tutto sull'Amore

Vera Slepoj, autrice di “Psicologia dell’amore”, ci parla della storia dei legami sentimentali, del supermarket dei social e delle patologie affettive. — ROCCO NOTARANGELO

Vera Slepoj (1954) presiede la Federazione italiana psicologi e l’International Health Observatory. È autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, tra cui “Capire i sentimenti” (1996), “Legami di famiglia” (1998), “Le ferite delle donne” (2002), editi da Mondadori, “Le nuove ferite degli uomini” (Cairo, 2010) e “La psicologia dell’amore” (Mondadori, 2015).


San Valentino ai tempi di Internet: con i siti di dating, Facebook, chat, WhatsApp, la Rete è un supermarket dell’amore e i sentimenti delle merci?
Sì, è un grande supermercato. Se però osserviamo le dinamiche dell’amore del passato, come avvenivano i contatti tra le persone, quali strumenti utilizzavano, be’ sono simili a quelli di oggi. Un tempo c’erano le lettere, il telefono a gettoni, adesso i social, diversi solo per velocità e immediatezza. 

Un tempo, però, l’incontro amoroso passava attraverso il filtro del controllo familiare e sociale, oggi è l’individuo a scegliere…
Una volta i fidanzamenti avvenivano con gli sguardi durante la messa in chiesa, l’unico spazio sociale dove uomini e donne si potevano incontrare. Oggi non ci sono più questi luoghi; la vita quotidiana è diventata più complessa e l’individuo ha difficoltà a incontrare gli altri.  Internet supplice a questa mancanza, ma è uno strumento della non-verità, della proiezione, perché i profili che vengono messi sono delle suggestioni. Come nel film Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata, del 1971, dove l’emigrato Alberto Sordi fa una proposta di matrimonio per corrispondenza a Claudia Cardinale, che si trova in Italia, ma entrambi danno una versione fasulla della propria identità. Sordi le invia una foto dell’amico bello e lei dà di sé l’immagine di una donna casta, mentre poi si rivela una prostituta.

Nell’uso dei social la maggioranza dei maschi cerca avventure, mentre le donne sperano soprattutto in una relazione duratura, È vero?
In realtà, le relazioni che nascono e vanno a buon fine attraverso Internet sono poche, pochissime. I maggiori fruitori del supermercato dell’amore online sono i maschi perché hanno meno pregiudizi, hanno subito meno violenze, non sono a rischio. Le donne sono più prudenti, anche a causa dei femminicidi. A quelle in età avanzata che hanno vissuto un fallimento sentimentale, i social danno la possibilità di pensare illusoriamente di riempire il vuoto affettivo, molto spesso non per trovare un nuovo marito ma per avere una relazione. Invece, nelle giovani ragazze, nelle adolescenti prevale il bisogno di avere molti amici, l’accettazione del gruppo.

Aveva ragione Erich Fromm, in “L’arte di amare” (1956), che giudicò incompatibile la società occidentale moderna con il principio dell’amore, inteso come “arte”, cioè disciplina, pazienza, umiltà?
Erich Fromm è stato un grande visionario, uno psicosociologo di prima classe. Anch’io ritengo che l’amore sia oggi di difficile accesso, perché la nostra società dà meno possibilità al corteggiamento, al sogno d’amore, all’amore platonico, la dimensione che suscita più interesse tra i miei lettori. La tragedia d’amore, la grande complessità della sofferenza amorosa, è proprio quella del concepimento di un’irreversibilità, di un’eternità. Presupposti culturali dell’Ottocento, quando l’amore era totalizzante, drammatico, di cui si poteva morire, e che non necessariamente si consumava.


“Amore” è un termine vago, che va da innamoramento-infatuazione a “fare sesso”. Nel suo saggio “La psicologia dell’amore”, lei afferma che bisogna recuperare dalla filosofia greca i tre nomi che definivano l’amore: eros, philia e agape, per realizzare «un equilibrio fra “desiderio passionale” di ciò che non si ha (eros), la “gioia di amare e di essere amati” (philia) nello svolgersi della vita e l’impegno “ad amare il prossimo come se stessi” (agape)»…
Sì, anche se è utopico, perché la nevrosi contemporanea ci impedisce l’equilibrio di eros, philia e agape. Dagli anni Novanta, infatti, abbiamo transitato il pensiero collettivo in quello individuale, con la realizzazione del proprio egotismo, e su cui ancora siamo avvitati. Oggi non siamo in grado di avere forme corrette dell’amore. Non riusciamo a capire che l’amore non è un progetto individuale ma una grande area di altruismo; la possibilità attraverso l’altro di allargare l’esperienza e la conoscenza di sé stessi e del mondo. Non è l’assicurazione su quanto si è amati, ma la capacità emotiva di rinunciare al proprio egotismo in favore del “noi”. Ed è ciò che oggi non riusciamo a mettere in atto. Soprattutto tra gli adulti. Al contrario, molti adolescenti, nonostante la seduzione erotica che pervade i social, cercano sempre più l’amore tradizionale, detestano l’infedeltà; vogliono che le passioni, i sentimenti siano determinati dall’onestà e dalla verità.

Nel suo saggio, lei racconta la “storia dell’amore”, ovvero i diversi modi di costruire i legami tra uomo e donna nelle varie epoche e nei differenti contesti sociali e religiosi. Il significato dell’amore va contestualizzato storicamente.
Certo. Nell’antica Grecia, per esempio, c’era l’amore omosessuale, nella fase iniziale dell’adolescenza, che metteva insieme la visione dell’amicizia maschile con l’esperienza. Non c’erano però famiglie di omosessuali. Nel Medioevo, l’amore cortese dei poemi cavallereschi esaltava la dedizione assoluta verso la dama, come aspirazione al sublime; e passava attraverso la spiritualità e il divino. Oggi ci sono forme d’amore che non passano attraverso una relazione romantica verso l’altro; si manifestano con atti di solidarietà a fondo perso, senza interessi personali.

Qual è, se c’è, l’essenza dell’amore?
L’amore è un principio di libertà, di accettazione dell’altro per quello che è. L’amore non ha bisogno di essere restituito. La visione dell’amore che, per essere tale, deve essere passionale, totalizzante è sbagliata. È tipico degli amori patologici la pretesa che l’amore non finisca mai e debba essere assoluta, eccessiva. Le tragedie nascono proprio da questa incongruenza psicologica e da deficit affettivi. Le donne che non denunciano le violenze subite sono dentro un meccanismo per cui l’altro diventa necessario non per amore ma perché è il prolungamento di un legame materno che non è avvenuto, non si è evoluto correttamente. Anche la gelosia, quando è accettata e considerata una forma d’amore, è una difficoltà dell’altro.    

L’amore espresso dalle donne è più solido, affidabile di quello maschile?
L’ho scritto in Le ferite delle donne, il mondo femminile è all’interno di una confusione di identità psicologiche. Se guardiamo alla storia dell’umanità, nel passato i maschi potevano avere cento donne, procreare cento figli senza un legame affettivo indissolubile. La donna, invece, cercava, si innamorava del maschio, ne accettava la maternità, ma non necessariamente il mantenimento della solidità della relazione. Oggi la donna sta recuperando parti primitive della sua identità, con la consapevolezza che i figli se li deve gestire da sola come nel passato quando il maschio andava in guerra, moriva, emigrava. E pensa addirittura di procreare da sola, attraverso la clonazione. Il problema odierno è che le donne hanno meno senso della maternità. E così i bambini vengono lasciati negli asili nido o parcheggiati dai nonni.

Le scienze studiano da anni “la chimica dell’amore”, il ruolo di molecole e neurotrasmettitori come la dopamina e l’ossitocina nel nostro cervello. C’è chi preconizza la creazione di pillole dell’amore sentimentale. Fantascienza?
L’amore non è solo questione di eccitamento sessuale. Il viagra, per esempio, non ha risolto il problema della maschilità, che non è riconducibile a una mera questione di funzionalità. La nevrosi contemporanea è pensare di poter spiegare tutto. Soprattutto in certi ambiti scientifici americani, c’è il tentativo di togliere all’individuo la sua indeterminatezza e di poter controllare anche l’universo emotivo. Le neuroscienze sono importanti per capire i meccanismi del cervello, ma l’uomo continuerà ad innamorarsi, a fare disastri e a trovare soluzioni a seconda delle epoche culturali in cui vive.

L’amore per tutta la vita, incarnato nel matrimonio, è oggi un’illusione, una scommessa a perdere, come risulta dal numero esponenziale dei divorzi?
In Legami di famiglia ho spiegato che ogni epoca ha costruito una differente organizzazione sociale e famigliare. Siamo stati poligami, c’è stata la poliandria. Nell’antichità i maschi credevano che le donne facessero i bambini da sole, tanto è vero che la donna era venerata e dominava in certi periodi il matriarcato. Il principio della fedeltà è stato reso vincolante solo per la donna e non per l’uomo, perché la nevrosi maschile era la veridicità della paternità: “mater semper certa est, pater numquam”. L’umanità ha sempre costruito la sua organizzazione, anche nella gestione del matrimonio, legata alla riproduzione, alla figliolanza. Nel passato i matrimoni avvenivano per interessi economici, per il controllo delle relazioni sociali. Gli stati attraverso i matrimoni costruivano le loro alleanze. Non c’entrava niente l’innamoramento degli sposi. Fino al Settecento il maschio-padre decideva la vita e la morte dei figli. Le donne avevano due possibilità: o accettavano il matrimonio imposto dal padre o andavano nei conventi.

Come spiega la contraddizione tra “l’amore liquido” dei nostri tempi e “l’amore malato” dei delitti passionali, dallo stalking al femminicidio?
È il ritorno del tribale, di meccanismi antichi. L’amore liquido è stato un bel concetto di dieci anni fa per spiegare che poteva avere diverse forme. Oggi siamo in una fase intermedia, oltre l’amore liquido, siamo nell’amore desertico, nell’assenza totale del principio che rende l’amore una necessità. Lo stalking fa parte della patologia affettiva. Oggi la vediamo di più perché venendo meno il principio della solidarietà relazionale e il controllo sociale, le patologie diventano più evidenti. L’amore diventa ossessione, possesso dell’altro. Il grande problema sociale contemporaneo è l’incapacità di gestire l’imprevisto, ciò che non controlli. Ecco perché panico, fobie, manie sono le tematiche centrali, o se vogliamo tossicodipendenze, alcolismo, disturbi alimentari. Oggi ci mancano gli strumenti per affrontare i passaggi dal narcisismo alla relazione equilibrata con l’altro. Non c’è un’educazione sentimentale, affettiva.

Dovremmo introdurre a scuola corsi di alfabetizzazione affettiva?
Certo, ma la politica non lo farà mai. Dovrebbe avere una visione culturale lunga, che non ha. Il tema dell’educazione sentimentale riguarda tutto l’Occidente. L’opera di prevenzione dovrebbe iniziare dalle madri nel dare ai figli, maschi e femmine, le giuste condizioni su quello che si deve e non si deve fare nelle relazioni affettive. In particolare, insegnare che l’amore è basato sul rispetto e sul bene dell’altro e che nella relazione non sei al centro del mondo ma che c’è anche l’altro.

Perché certe persone divorziano più volte o hanno legami affettivi precari? Dipende “dall’attaccamento insicuro” ricevuto da bambini da parte della madre, come teorizzato dallo pscicanalista John Bowlby?
Perché non sono in grado di rinunciare all’utopia emotiva. Il matrimonio è un progetto che riguarda la riproduzione, la costruzione di un nucleo famigliare. Non si basa necessariamente sul principio dell’amore. Può essere anche un progetto per non rimanere soli, per vincere la solitudine. Ma l’amore è un’altra cosa. La precarietà delle relazioni affettive, teorizzata dallo psicanalista John Bowlby, può essere l’esito dell’attaccamento insicuro ricevuto dalla madre nei primi tre anni di vita. Abbiamo accettato l’idea di mandare i bambini di 3-4 mesi all’asilo nido, dimenticando che il neonato ha bisogno del legame affettivo ed emotivo, di tutte quelle rassicurazioni che passano solo attraverso la relazione simbiotica madre-figlio. In caso contrario avremo solo dei figli infelici, che da adulti faranno solo danni affettivi.


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