La scienza? Oggi me la metto addosso

Nell’era dell’internet «da tasca», stilisti e ingegneri trasformano visioni fantascientifiche in realtà. La parola agli esperti.

Magliette con cui poter sentire l’abbraccio di una persona distante, abiti che sprigionano fumo e blazer interattivi che cambiano colore a comando. Sono solo alcuni dei prodotti presentati negli ultimi anni da pionieri della moda high tech come la stilista olandese Anouk Wipprecht, l’artista-designer anglo-cileno Sebastian Errazuriz o il brand inglese CuteCircuit.



Una moda sempre più connessa
E proprio la direttrice creativa di quest’ultimo marchio, Francesca Rosella, in un documentario uscito il mese scorso ha dichiarato: «Nei prossimi dieci anni, i nostri abiti saranno l’interfaccia che ci collegherà con le persone e lo spazio in modi mai visti prima». Che il rapporto moda-tecnologia sia sempre più forte lo dimostra anche la collaborazione, annunciata tre settimane fa, tra il Metropolitan Museum of Art di New York, Vogue e Apple, che sarà sponsor del prossimo Met Gala 2016. Tema dei prossimi «Oscar della moda», che si terranno il 2 maggio, è  infatti «Manus x machina: la moda nell’era della tecnologia». Lo scorso maggio si è inoltre svolta la prima settimana della moda della Silicon Valley, roccaforte dell’high tech (e sede anche di Apple). Una kermesse durata tre giorni in cui arte, moda e tecnologia si sono unite in un unico evento dall’effetto spettacolare.


Lo «Smoke Dress» di Annouck Wipprecht rileva la presenza di persone attorno a chi lo indossa, emanando fumo.



Secondo Irène Münger, style & fashion forecaster («indovina di trend futuri») interrogata da Cooperazione, l’unione tra abbigliamento e scienza è destinata a rafforzarsi. Essa, spiega l’esperta, «rispecchia lo spirito del nostro tempo: il desiderio di multitasking, la nostra costante connessione a internet e le facilitazioni che ci porta». Essere tecnologicamente ottimizzati è «in». E se cappotto o cappello ci possono dare una mano in tal senso, ecco che la moda prende nuove forme. Per il momento tutte novità che si riferiscono a un pubblico di nicchia. Gadget per «nerd» disposti anche a pagare parecchio per i propri sfizi. Oggetti come i Google Glass che, lanciati nel 2013, si sono però rivelati un flop commerciale. Tant’è che a gennaio il gigante statunitense ha annunciato di arrestarne la vendita. Un primo tentativo di «democratizzazione» dell’high tech indossabile che non è andato a buon fine.


L’«Aurora dress» di CuteCircuit è decorato con Swarovski e lampade LED.
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Tra ordito e trama, l’high tech
Ma è troppo presto per parlare di sconfitta. Di questo Irène Münger ne è convinta: «Con ogni probabilità, nei prossimi anni osserveremo un amalgamarsi di moda e tecnologia dove la seconda sarà integrata alla prima. Funzioni oggi relegate al mondo dell’elettronica verranno letteralmente inserite nel nostro abbigliamento quotidiano. Ma in modo meno spettacolare di quanto si possa immaginare: utilizzando materiali che indossiamo già ora. Così la tecnologia si inserirà nei nostri armadi». «Difficile però prevedere una data esatta, quando questo fenomeno si espanderà al vasto pubblico, ma credo che nei prossimi dieci anni vedremo parecchie di queste invenzioni», conclude Münger.  
Un tentativo, a ogni modo, lo ha appena fatto Ralph Lauren, lanciando ad agosto la «Polotech Shirt». Una maglietta sportiva con fibre d’argento che, collegate a un’applicazione per smartphone (al momento disponibile solo sull’App store statunitense), leggono dati biometrici, come il battito cardiaco e l’attività respiratoria. Costo per capo: 295 dollari. Benché sia la prima volta che questo tipo di prodotto venga lanciato da una famosa casa di moda, magliette simili erano già in sperimentazione, nel 2013, in un nosocomio di Torino per controllare a distanza bambini malati di cuore. Dalla medicina alla moda sportiva: ecco un’altra dimostrazione su come segnali di avvicinamento tra scienza e abbigliamento esistano da tempo.

Non solo prodotti di nicchia
Già ad inizio Novecento, grazie alla scienza, si verificò una delle rivoluzioni tecnologiche che cambiò per sempre il nostro modo di vestire: la transizione dalle fibre naturali a quelle artificiali, seguite, poco più tardi, da quelle sintetiche, sottoprodotti della lavorazione del petrolio. Un’innovazione che avvenne con lo scopo di «offrire fibre di qualità a buon prezzo per rispondere alle richieste del sempre maggior consumo», ci spiega Enrico Lironi, esperto d’ingegneria tessile e docente al Politecnico di Milano e alla Scuola specializzata di tecnica dell’abbigliamento e della moda (STA) di Lugano. La ricerca negli anni ha cercato di rispondere a requisiti di traspirabilità, funzionalità, sensazione al tatto e vestibilità dei materiali con cui sono fabbricati i capi odierni e futuri. Ma soprattutto, aggiunge l’esperto, «le innovazioni mirano a ridurre i tempi e i costi di produzione. Risposte parziali a questi parametri rendono talvolta inutilizzate interessanti tecnologie» ( tematica affrontata nell’intervista a Stefano Sorci a pag. 17).
Tra le innovazioni che sono riuscite a soddisfare il mercato troviamo il nylon (o poliammide, nato negli anni ’30 come sostituto della seta), il poliestere (nato negli anni ’40 e oggi la più diffusa fibra chimica), la lycra (brevettata negli anni ’50 come fibra dalle grandi proprietà elastiche) o le microfibre (leggerissimi e finissimi fili ottenuti da poliammidi o poliesteri che non trattengono l’umidità e permettono la traspirazione). Tutte innovazioni un tempo riservate a un pubblico elitario e di cui oggi dispongono tutti.

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I nostri abiti saranno l’interfaccia che ci collegherà alle persone e allo spazio in modi mai visti prima»

Francesca Rosella, direttrice creativa di CuteCircuit

Cosa bolle in provetta?
E se la ricerca non si ferma mai, è legittimo pensare che molto stia «bollendo in provetta» nei laboratori che si occupano d’innovazione tessile. Possibili futuri trend di cui i non addetti ai lavori poco sentono o vedono. Per citare alcune delle ultime tecniche in elaborazione: il riciclaggio di scarti vegetali per il ricavo di tessuti (come le bucce d’arancia della start up siciliana Orange Fiber, recentemente presentata all’EXPO di Milano) oppure la produzione di tessili di grande resistenza e elasticità partendo dalla tela di ragno (una ricerca in corso in Germania). È stato inoltre brevettato a settembre «Thindown», il primo tessuto non tessuto di piume che punta a sostituire la vecchia struttura del piumino imbottito. «A mio avviso – afferma Lironi – un’altra innovazione con enorme potenziale, che  per motivi di costi e di carenza di tecnici stenta a decollare, è l’impiego del plasma sui tessili». Una tecnica che permette di modificare le caratteristiche dei materiali donando loro proprietà idro e oleorepellenti, antibatteriche, antifeltranti, anti-macchia e altro ancora. Una novità il cui utilizzo su produzioni di massa è auspicabile, in quanto diminuirebbe anche il consumo di risorse. Nel futuro prossimo, sottolinea Lironi, la ricerca infatti non ci stupirà solo con meraviglie dai tratti fantascientifici, «ma tradurrà concretamente due obiettivi sempre più sentiti dai consumatori: il rispetto delle tematiche eco-tossicologiche (quindi dei tessili che non nuocciono alla salute) e di quelle ecocompatibili». Temi che saranno sviluppati anche nel quadro di ITMA 2015, esposizione mondiale di macchine tessili che si tiene ogni quattro anni, e che dal 12 al 19 novembre attirerà esperti e curiosi a «Fiera Milano» a Rho.

Signor Sorci, dove nascono le invenzioni tecnologiche che contagiano la moda?
Mai in un contesto commerciale. Spesso nascono in ambiti come quello militare, astronautico o altro, dove ci sono i mezzi per trovare soluzioni tecnologiche avanzate. È qui che prendono vita novità di nanotecnologia come fibre capaci di rilasciare calore o molecole che si «autopuliscono».

Materiali come la microfibra e il Gore-Tex si sono però stabiliti nel guardaroba di tutti. Vuol dire che il loro prezzo si è abbassato…
Sì. Questi due sono materiali di alta performance (impermeabili, antivento, ecc… n.d.r.) che oggi sono tra i meno cari. Possono però anche essere inquinanti.

La nanotecnologia porta anche soluzioni ecologiche?
Sì. Ad esempio con la creazione di tessili biodegradabili. Oggi si lavora molto sulla sostenibilità dei materiali. Però i tessuti che derivano da questa ricerca costano. E la gente non è sempre disposta a spendere.

Quando e perchè una novità tecnologica si sposta dal mercato di nicchia alla grande massa?
È essenziale il lavoro di marketing. Certo, se la Apple fa qualcosa, lo vogliono tutti. Non a caso ora Hermès vi collabora. Così era successo anche con il Gore-Tex negli anni Ottanta.

La qualità di un prodotto tecnologico cambia una volta che diventa di massa?
La richiesta di prezzi sempre più bassi ha portato a un appiattimento di prodotti che sono diventati sempre più usa e getta. La grande qualità costa ancora oggi. Al contempo, con le produzioni di massa il prezzo crolla. L’importante è la qualità della manifattura. È a questo che i consumatori devono fare attenzione. Non bisogna farsi abbindolare dal cartellino che indica un dato tessuto. Perché anche la struttura del capo, come le cuciture, l’applicazione della zip, ecc… è essenziale per il buon funzionamento del materiale. Cioè: il tessuto ha delle caratteristiche intrinseche, ma se il capo è fatto in maniera «sbagliata», alcune qualità vanno perse. E l’accuratezza nella fabbricazione ha anch’essa un certo prezzo.

Gli ultimi ricavati futuristici della moda, con tanto di lampade LED o funzioni interattive, avranno presa sul grande pubblico?
Penso che ci dobbiamo aspettare novità sempre più tecnologiche. Non solo in campo tessile. Aumenteranno le collaborazioni con marchi che finora nulla avevano a che fare con il mondo «fashion» in senso stretto, come brand di elettronica.

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Testi: Giorgia von Niederhäusern
Foto: mad, Robert Lunak, Alamy 

Pubblicazione:
lunedì 09.11.2015, ore 00:00